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La morte: l'interrogativo eterno dell'uomo

Fin dall'antichità, l'uomo si è trovato costretto a relazionarsi con l'abisso dell'ignoto, rappresentato dalla natura tragica della sua finitezza



-Ah- esclamò d’un tratto a voce alta -Che gioia!- Avvenne tutto in un attimo e il significato di quell’attimo non cambiò più. Per i familiari la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il corpo sfinito sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero più rari. -E’ finita!- pronunciò qualcuno sopra di lui. Egli udì quelle parole e le ripetè nel proprio animo. “Finita la morte, -disse a se stesso.- Non c’è più.”
Trasse un respiro, si fermò a metà, si distese e morì.
(Lev N. Tolstoj -La morte di Ivan Il’ic-)

Cos’è la morte? Cosa ci attende al di là del morire? Sarebbe semplice rispondere “niente”, se non fosse che l’uomo è incapace di concepire la nullificazione del proprio essere, della propria coscienza. E’ qualcosa che è al di là delle sue capacità. La cosa tragica è che un Dio capriccioso o un fato egoista abbia distinto l’uomo dagli altri animali proprio su questo punto: lui ha coscienza della sua morte, sa che deve morire, ma non può rispondersi su cosa sia. E’ questa la nullità dell’uomo, la sua manchevolezza. Il “chiedersi” diventa l’attività che contraddistingue l’uomo; la cosa più affascinante è che l’uomo continua a domandare, pur consapevole di non ricevere mai una risposta.

Non c’è filosofo, pensatore, scrittore che non abbia riflettuto su questo punto. Molti sono stati capaci di dire che la morte è qualcosa di cui l’uomo non potrà mai avere coscienza; in realtà l’uomo è l’unico essere vivente che conosce la morte, fino in fondo; ce l’ha dentro, è presente in ogni suo progetto in quanto è “essere-per-la-morte” direbbe Heidegger, spesso per “sovrammercato”, implicitamente: il nostro essere finiti, il nostro morire ci permette di fare progetti, di vivere nel mondo. Se la morte ci fosse estranea, se non sapessimo di dover morire, i nostri criteri di giudizio, le categorie con le quali ci relazioniamo al mondo, i nostri stati d’animo e le nostre preferenze sarebbero completamente diverse. Non possiamo neanche immaginarci cosa potrebbe essere l’uomo, se fosse convinto di essere immortale.

Se tale domanda non può, e non potrà mai avere risposta, perché porla? Perché riesce ad angosciarci continuamente? La risposta è nella domanda. Seppure le persone morte nel corso della storia sono incontabili, l’individuo non riuscirà mai ad accettare la sua partenza per l’ignoto in maniera serena. La morte è uno stato (categoria, concetto, chiamatelo come vi pare) che ci appartiene, come dimostra Tolstoj: è dell’uomo, è ciò che ne pensa al riguardo lui, nient’altro.

Fin dai tempi dell’antica Grecia, l’uomo sapeva quale fosse il suo destino: nascere, soffrire e morire. Come condividere una vita intera con tale consapevolezza? Come dare un senso a tutto ciò? Grandi furono i greci ad arginare la disperazione e l’insignificanza della vita tramite la creazione dell’Olimpio e delle divinità, diceva Nietzsche. Come qualsiasi altra religione, quella dei greci nacque per tentare di risolvere l’enigma paradossale dell’esistenza. L’Olimpo, Apollo, Zeus e gli altri nacquero per contrastare la consapevolezza tragica del proprio destino.
Un chiedersi senza risposta al quale si oppone una consapevolezza sempre presente, in maniera cosciente o incosciente.
Un chiedersi infinito che coincide con la miseria dell’uomo.