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L'interpretazione cosmopolita della terza critica kantiana da parte di Hannah Arendt

In un libro pubblicato postumo, la filosofa tedesca fuggita in America dall'orrore del nazismo propone una suggestiva lettura di un classico di Kant, offrendo elementi che ne giustificano una lettura politica



Le Lectures on Kant’s Political Philosophy consistono in una serie di lezioni tenute alla New School for Social Research di New York dalla filosofa Hannah Arendt nell’autunno 1970, e pubblicate dopo la sua morte nel 1982 nel volume dal titolo Teoria del giudizio politico. Lezioni sulla filosofia politica di Kant. L’autrice tedesca, celebre per opere come La banalità del male e Le origini del totalitarismo, in questa splendida opera interpreta la terza critica kantiana, la Critica alla Facoltà di Giudizio, da una prospettiva politica.

La Arendt parte dalla considerazione che il giudizio è un collegamento fra l’ambito del volere e del dovere morale e quello dell’azione, che avviene nel mondo. Il giudizio è principio di mondanizzazione e pluralizzazione, e rivela il mondo come “in comune” e “con-divisibile”. Tutto questo è espresso in due nozioni: quella di “chi”, soggetto plurale della terza critica, e quella di “mondo”, intesa come idea regolativa. Da ciò deriva, in Arendt, la fondazione di una teoria politica basata sull’idea di promessa e perdono, sensate in vista di un’ Io che è soggetto solo in quanto, contemporaneamente, alterità.

Il cosmopolitismo non è un universalismo (un governo del mondo sarebbe la peggiore tirannia possibile), bensì una presa d’atto politica all’istanza mondana dell’uomo: l’uomo è cittadino del mondo, per quanto non lo abiti e non lo conosca mai totalmente; i principi di questo suo “essere-cittadino-del-mondo” si ritrovano proprio nella facoltà di giudizio: quel “come se” che ci permette di sentirci tali, nonché il “pensare ampio” che riconnette la nostra esistenza a quella altrui. Il giudizio stesso ci permette di partecipare direttamente al mondo, abbattendo il binomio spettatore-attore, trascinando con questa operazione la stessa possibilità di avere uno sguardo esaustivo (proprio invece, per esempio, del lettore omerico).

L’importanza del senso comune per tale teoria politica rimanda direttamente a quanto già detto. Ogni teoria politica democratica e pluralista ha le sue radici nel “senso comune”, che si rivela in particolar modo nella facoltà di giudizio, che è facoltà critica per eccellenza (per questo i regimi totalitari agiscono in maniera repressiva sulla cultura e sull’arte, perché sono le condizioni di possibilità per la rivelazione della pluralità dell’Io). Con ciò, Arendt sottolinea lo “scarto” fra uomo (autonomo, sottoposto alle leggi della ragione che egli da a se stesso) e uomini (dotati di senso comune, bisognosi di socialità anche per pensare e perciò fondatori di ogni teoria politica).