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La tragedia del dottorato senza futuro (parte prima)

All'Università di Palermo, uno studente prossimo a conseguire il titolo di dottorato in filosofia si suicida. Cosa significa oggi, per gli appartenenti alla sua generazione, continuare a vivere?



Le indagini chiariranno se Norman Zarcone si sia gettato volontariamente dal settimo piano della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, in un gesto di disperazione o sconforto, o se sia caduto accidentalmente; tutto sembra orientare verso la prima ipotesi, supportata dalle dichiarazioni del padre e da alcune frasi scritte da Norman a un amico su un quaderno scoperto nella sua camera.

Norman Zarcone era un dottorando di ricerca in filosofia del linguaggio, prossimo al titolo di Dottore di Ricerca a soli 27 anni, che lascia presagire una preparazione e un livello al di sopra della media; non era un borsista, ovvero svolgeva le sue pratiche senza retribuzione, e negli ultimi tempi, hanno dichiarato i conoscenti e gli amici, era molto chiuso, ansioso, totalmente sfiduciato per il futuro. Norman Zarcone era assillato dall’idea che non avrebbe avuto un futuro in ambito accademico; forse sapeva che a 27 anni il mercato del lavoro è precluso in partenza, e che l’iperqualificazione offerta da un dottorato di ricerca sarebbe stato profondamente controproducente. Forse Norman deve aver vissuto la frustrazione di vedere i suoi coetanei aver avviato una certa attività professionale, sposarsi e farsi una famiglia; potrebbe aver subito la sfiducia e il diniego di molte persone che lo circondavano, o forse deve aver visto svaniti i progetti e i desideri che lo avevano condotto a numerosi sacrifici per intraprendere la sua strada.

Ora si susseguiranno le indignazioni del mondo politico e giornalistico, che evidenzieranno per l’ennesima volta come l’attuale situazione sociale e economica nazionale abbia già sacrificato il futuro di un’intera generazione; si tornerà a dire che la nostra sarà per la prima volta dal dopoguerra l’unica generazione che starà peggio di quella dei propri padri, che bisogna investire sulla ricerca e riformare l’università…

L’argomento mi tocca troppo nel personale, vivendo io la stessa identica situazione di Norman, e non avendo io per nulla alcuna intenzione di suicidarmi; non si tratta di un’affermazione cinica, perchè come sostiene Camus “non esiste uomo che non abbia mai pensato, almeno una volta nella sua vita, al sucidio“. E aggiungerei, per dovere di analisi, che il confronto con altri paesi (dal sistema universitario più qualificato e evoluto) è fuorviante, perchè in America e in Regno Unito, ad esempio, il dottorato si paga svariate migliaia di dollari, e l’iter per l’assunzione di un incarico è particolarmeente difficoltoso. E’ difficoltoso perchè Yale e Cambridge sono le migliori università del mondo: si tratta del privato che funziona, che non sfrutta i limiti e le storture (e i soldi) del pubblico, dove solo i migliori conseguono gli obiettivi tanto ambiti; e si tratta del pubblico che funziona, con accessi iperselezionati. Per fare in modo che i migliori siano il futuro della ricerca e dell’educazione, all’estero sono numerose le opportunità di borse di studio offerte da enti privati, ma anche dalle istituzioni pubbliche; seppur il dottorato venga interamente finanziato, il problema del guadagno zero resta anche in molti di questi posti. Resta un dato di fatto che, soprattutto per le scienze umanistiche, la fuga all’estero resta l’ultima condizione di sopravvivenza (non di carriera o sucesso).

Parte seconda