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Luttazzi, tra ready-made mancato e tentativi di difesa (parte prima)

Ormai è ufficiale: il noto comico ha costruito buona parte del suo repertorio su battute di autori americani senza dichiararne espressamente il debito. Lui sostiene di averlo reso noto parecchi anni fa, ma questo cambierebbe le cose?



Dopo il servizio del Le Iene, che ha gettato benzina sul fuoco, la posizione di Luttazzi si è drasticamente complicata; da svariati mesi, infatti, sul web si era diffusa la notizia che il repertorio di Luttazzi fosse composto in buona parte da battute di celebri comici americani, come Carlin, Hicks, Rock e Schimmel. La cosa di inaudita gravità e violenza, prima di qualsiasi riflessione al riguardo, è la rimozione sistematica che viene fatta dei video su Youtube, ben più aggressiva e spudorata rispetto a quelle fatte da vari destroidi che vengono accusati di tutto, nonchè da parte del Vaticano (Clicca qui per vedere il video, qualora ancora ci fosse!).

Risulta particolarmente difficile difendersi: Luttazzi ci ha provato in differenti maniere, spesso in modo non convincente. Se è vero che già nel 2005 sul suo sito comunicava come le sue opere fossero disseminate di battute di altri comici, spiegando come il suo lavoro possa venire inteso come una sorta di “caccia al tesoro”, nulla ci impedisce di pensare che all’epoca avesse intuito già qualche avvisaglia dello smascheramento odierno.
Le battute e le performance di Luttazzi non ne escono ovviamente ridimensionate: riconosciamo una funzione di diffusione del repertorio di autentici geni sconosciuti ai più in Italia, un’opera di traduzione che non va trascurata soprattutto perchè ha sdoganato un settore, quello della comicità, che rischia continuamente in Italia di ridursi al mero provincialismo.

Spezzata questa lancia a favore del comico, il sottosritto, fino a ieri suo grande stimatore, non può esimersi da un’accusa forte nei confronti del suo atteggiamento: innanzitutto la sua reazione, scomposta e inefficace, non gli ha fatto onore! Sottrarsi alle domande dei giornali (anche dei giornali peggiori), l’esclusiva su Il Fatto Quotidiano e i comunicati sul sito, nonchè le accuse di diffamazione a chi tenti di avere maggiori delucidazioni a tal proposito non sono state belle immagini, e anche i contenuti (la storia della “caccia al tesoro“e del “io non copio, cito!” per intenderci) non aiuta a risollevare la sua posizione.

In molti hanno pensato alla pratica del ready-made, definendo scenari postmodernisti di diffusione di copie di copie, che non può reggere a questo proposito: il ready-made dadaista, infatti, si fonda sull’assunzione di un testo, oggetto o pezzo della realtà di cui viene sovvertito l’ambito di significazione. Un oggetto di uso quotidiano (uno scolabottiglie, per esempio) viene decontestualizzato e privato del suo principio di usabilità per venire inserito in un diverso “gioco linguistico”, per parlare in termini weittgensteiniani. Il plagio, invece, si ha quando si utilizzano caratteri e formule nello stesso identico contesto. Mettiamo che venisse realizzato uno spettacolo di teatro sperimentale con battute e monologhi di Bill Hicks: a quel punto, si passerebbe dall’ambito della satira (legata alla comunicazione e al linguaggio dichiarativo) a quello dell’arte, in un raddoppiamento semantico, e l’operazione sarebbe più che legittima dato che all’arte tutto è concesso. Ma se, come accade con Luttazzi, si sfruttano le battute dei predecessori per conseguire il successo nei propri spettcoli (che possono essere ritenuti “arte” solo dai più ingenui, semplicemente perchè l’arte è un’altra cosa), restando nello stesso gioco linguistico, allora l’operazione è torbida e intollerabile, in quanto queste presunte citazioni sono nel flusso indistinto dello spettacolo. Pensate alla tesi di laurea per chiarirci: se fate copia/incolla nel testo allora puoi essere accusato di essere un copione, mentre la citazione va sempre separata dal corpo del testo e specificata!

Parte seconda