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Sakineh: l'orrore oltre ogni riflessione

Sono ore decisive per le sorti di Sakineh, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione dal regime iraniano, dopo che le autorità sono riuscite ad estorcerle una confessione di omicidio con probabili torture e sevizie. Gran parte della comunità civile e politica europea si è mobilitata in sua difesa, e lo stesso presidente Napolitano si è pronunciato sulla faccenda auspicando che i più basilari diritti della dignità umana vengano rispettati



La vicenda di Sakineh può ben prestarsi per tornare a riflettere sul confronto tra le categorie morali e politiche della democrazia e quelle proprie di regimi totalitari antidemocratici. Il punto però è che non ci troviamo dinanzi alla solita e usurata diatriba sul conflitto tra civiltà, che sottintende troppo spesso una ipocrita volontà di dimostrazione di superiorità culturale dell’occidente sull’oriente. Tale diatriba spingerebbe l’argomentazione nella sofisticata e irrisolta problematica del “monopolio” da parte dell’occidente capitalista e globalizzato dei concetti di “libertà” e di “diritto”; tale argomentazione ha carraterizzato d’altronde il dibattito intellettuale fin dagli anni dei blocchi contrapposti della Guerra Fredda, e pone non pochi imbarazzi nei tentativi di ridimensionare il miracolo cinese (anche qui, insistendo su diritti violati, che troppo spesso si dimentica essere stati scritti dall’occidente per l’occidente, e non traferibili in altri modelli sociali e politici).

Il dibattito tra giusnaturalisti e giuspositivisti ha caratterizzato tutta la filosofia politica del Novecento; si tratta dell’interrogativo se possano essere posti come trascendentali dei principi propri all’uomo in quanto uomo (al di là delle determinazioni etniche e geografiche), che è la linea che la Comunità Internazionale promuove fin dagli anni della nascita della Dichiarazione universale dei diritti umani, documento nobile fondato nel 1948 all’indomani delle disgrazie della Seconda Guerra Mondiale. La tesi giuspositivista, di cui uno dei maggiori rappresentanti è stato Hans Kelsen, nega tale tesi, dichiarando come ogni diritto, per quanto si pronunci in nome dell’intera specie umana, nasca da condizionamenti storici e sociali, da necessità di ordine pratico, senza che ciò devalorizzi assolutamente la loro portata: si tratta della teorizzazione del “diritto puro”, emancipato tanto dalla sfera della morale, tanto da quello della natura. E’ ovvio come si tratti di una opposizione mai risolvibile, e che a proposito delle circostanze della codnanna alla cittadina iraniana non ci aiuta molto.

Infatti, questa prospettiva di analisi ha come riferimento un campo che esula la circoscritta questione, e che coinvolge l’intero pianeta: può essere utile per interrogarci sulla pena di morte in senso generale ad esempio, o sull’aborto, o anche sui diritti dei detenuti in carcere, e in questo senso è un problema ancora aperto anche nel nostro presumibilmente “evoluto” e “emancipato” occidente. Ma ciò che le sorti di Sakineh ci impone è qualcosa di diverso; ha forse a che vedere con la dignità, ma torneremo nel circolo delle questioni precedentemente toccate: non è anche la dignità forse una costruzione occidentale, violata d’altronde dallo stesso occidente, che ha assunto una dimensione trascendentale elargendosi ad assoluto per ipostasi? Non stiamo asserendo che la dignità è propria esclusivamente alla coscienza occidentale, che pur appartenendo all’uomo in quanto uomo non è elemento naturale e ontologico, bensì sorto sempre come risultante di dinamiche storiche (che senso aveva la pietas prima dell’avvento di Cristo? e che senso aveva parlare di dignità degli schiavi negli antichi imperi e nei secoli bui del medioevo, fino alla modernità?). Ciò che si impone, però, è che può essere tradotto in termini di dignità, è l’impatto emotivo che il caso genera per l’efferatezza e per l’orrore della tipologia di esecuzione. D’altronde, ogni anno migliaia di persone sono condannate a morte e l’eco mediatico non è lo stesso che per Sakineh.

L’orrore però è una forza propulsiva, che anticipa e si impone sul raziocinio e sull’intelletto; viene prima di qualsiasi disquisizione filosofica e logica, ci coinvolge su un piano emotivo lasciandoci quasi senza fiato. Si tratta dell’immagine di una donna sotterrata per metà, uccisa con una morte lenta e terribile, condannata ad un’agonia infinita e inimmaginabile, colpita alla testa con una valanga di pietre. E’ qualcosa che la mente non riesce a rappresentarsi, ad accettare, a sopportare; è l’orrore, ciò che valica i limiti della ragione, il senza forma capace di unire tutta una comunità, di farsi “senso comune” per la sua potenza, prima di ogni posizione di ordine giuridico e teorico. Come col Nazismo e i campi di concentramento, l’orrore è l’origine di uno spazio di reciprocità, l’opportunità di fondare un codice di valori condiviso e di una voce unica contro di esso. Tale efferratezza non può sopportare alcun passo indietro, o “se” e “ma” di vario genere, annullando anche l’accusa di ipocrisia di occuparsi di un solo caso trascurando gli innumerevoli altri. Si potrebbe sostenere che anche quel sentimento di orrore sia storicamente e socialmente determinato, che è una sensazione di una determinata zona del mondo è che può anche non essere provata da tutti, ma ragionare in questi termini significherebbe snaturare l’orrore, adottare un cinismo razionale per moderarne l’impatto, per contribuire a giusitifcarlo e a renderlo sopportabile.