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Elena Pulcini: La cura del mondo

Un libro che riflette sulla natura della socialità odierna, sui rischi della nostra contemporaneità e sulla necessità della paura

Elena Pulcini è Professore Ordinario di Filosofia Sociale presso l’Università di Firenze, ed è indubbiamente una delle personalità più attive e produttive dell’odierno scenario filosofico italiano. I suoi interessi si concentrano sulla teoria critica e sul ruolo della donna nella società moderna, nonché sulle dinamiche culturali sottese alla globalizzazione. Il suo ultimo volume, dal titolo La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, pubblicato da Bollati Boringhieri, ha ricevuto lo scorso anno uno dei premi di filosofia più prestigiosi d’Italia, ovvero il Premio “Viaggio a Siracusa”.

Chilometri di pagine sono state scritte sulla società cosiddetta “postmoderna”, sulla globalizzazione e sulle modalità attraverso le quali gli individui si relazionano all’interno di essa e delle sue influenze. Approssimando, la maggior parte dei testi sono suddivisibili in due categorie, che sostengono due tesi opposte: coloro che affermano l’esasperante individualismo del capitalismo avanzato, e la prospettiva comunitaria che rivela invece, come fenomeno evidente, la tendenza al ritorno della costituzione di gruppi fondati attorno a interessi comuni.
La Pulcini invece assume nella sua riflessione la dialettica di entrambe queste dimensioni, parlando di “individualismo illimitato” e “comunitarismo endogamico”, manifestazioni entrambe della patologia dell’età globale. Nell’individualismo, il protagonista è l’Io narcisistico, che spesso raggiunge livelli parossistici, degenerando nella sconclusionatezza: con la perdita dell’autorità parentale, con la trascuratezza nei confronti delle sorti altrui e del mondo, questo mondo diviene il teatro delle sue volontà. L’individuo nell’era globale, d’altronde, ha a che fare con rischi a lui un tempo sconosciuti, frutto dell’indiscriminata evoluzione tecnologica, erodendo il «sentimento di immunità» caratteristico dei membri dello Stato moderno.

A tale individualismo corrisponde «in maniera speculare e complementare, un bisogno di ri-delimitazione che si esprime nella (ri)nascita di aggregazioni comunitarie». Dal bisogno di comunità, il rischio è quello di passare a un’autentica patologia. Il referente teorico più importante, in questa prospettiva, è il sociologo Zygmunt Bauman, teorizzatore della «società liquida» e autore che nelle sue opere ha messo in evidenza la necessità, nel mondo postmoderno, di ri-costituire gruppi sociali dispersi nel vortice della globalizzazione. Pulcini ci tiene a precisare come, la tendenza alla costituzione di gruppi non sia di per sé né la manifestazione di una regressione, ma nemmeno una valida opposizione alle dinamiche della globalizzazione.
Ciò a cui assistiamo oggi, in maniera sempre più diffusa (specie nel nostro paese), è l’ambizione a una comunità della paura «la quale nasce difensivamente come luogo protettivo per individui orfani, contro coloro che non devono farne parte». Si tratta di comunità “in negativo”, che nascono basandosi sul principio di esclusione, alimentando ulteriormente quella paura trasmessa loro dall’immagine del diverso e dell’altro. L’assolutizzazione dell’Io coincide con l’assolutizzazione del Noi.

Il concetto di «paura» ha una funzione essenziale all’interno di tutto il saggio, visto che tale concetto incarna in sé la dialettica fondamentale attorno a cui ruota l’intera argomentazione: Elena Pulcini tenta di ricomprendere la paura liberandola dalla sua connotazione dispregiativa, spiegando come una paura “positiva” sia essenziale per mutare le modalità del nostro “abitare il mondo”. D’altronde, la paura aveva una funzione essenziale già inThomas Hobbes: secondo il pensatore secentesco, è proprio dinanzi alla paura nei confronti della natura, che l’uomo ha deciso di costituire dei gruppi sociali regolamentati secondo una normatività politica. Nella modernità, le soluzioni adottate per sconfiggere la paura e annullare il pericolo sono state la tecnica e la politica. Il paradosso a cui assistiamo in epoca moderna, però, è che tale tecnica ha rimosso a tal punto la paura dalla quale sorse da renderci tutti assolutamente indifferenti per le sorti del mondo, e al contempo, la stessa tecnica nata per arginare la paura del mondo, è diventata la fonte di nuove paure (oggi, i rischi maggiori sono relativi a minacce di ordine nucleare, ad armi sempre più sofisticate, a catastrofi che trovano la loro ragione nel dominio dell’uomo sull’ambiente…). Ciò a cui assistiamo oggi è la diffusione di due fenomeni solo apparentemente antitetici: un’assenza di paura come dimostrazione di deresponsabilizzazione nei confronti delle sorti del mondo, e un eccesso di paura che porta al rifiuto di qualsiasi azione e al tentativo di comporre gruppi sociali riuniti attorno a tale paura: «l’assenza di paura e l’eccesso di paura altro non sono che due facce della stessa medaglia».

Da un lato perciò, la necessità è quella di «riattivare la paura»; il tornare ad aver paura coincide ad «aver cura» del mondo, perché significa sensibilizzarsi nei confronti delle sue sorti. Per questo, Pulcini ci tiene a mettere l’accento sulla contrapposizione tra una «paura per…» e una «paura di…»: la seconda, esplicita una determinazione dell’oggetto della paura, circoscrivendolo forzatamente e inquadrandolo in maniera maniacale. La «paura per» si relaziona invece alla minaccia che riguarda tutti, e induce a un «riconoscimento solidale». Così l’uomo può ritrovare un limite al proprio egoismo, e al contempo al suo desiderio di difesa espresso nell’appartenenza a un gruppo.
Avere «cura del mondo» significa ripensare l’intima natura relazionale di ciascuno di noi, assumendosi la responsabilità nei confronti dell’avvenire, sfidando il suo carattere di minaccia, perché tale futuro «è gia presente» nel nostro agire, un agire che trova fondamento nella consapevolezza che ciò che ci circonda «ci riguarda». Non solo «pre-occuparsi» del mondo, ma «occuparsene» avendo paura «per lui» e perciò prenderlo in cura, come una mamma fa col proprio bambino. L’etica della cura si configura così come la risposta adeguata nel mondo globalizzato.
Partendo dalla «vulnerabilità» di ciascuno, si tratta di creare un mondo, assumendolo come fragile a sua volta, gestendolo con cura; paradossalmente la vulnerabilità si prospetta come unica condizione per la creazione di un mondo nuovo, dove l’accettazione della pluralità degli individui coincide col «prendersi cura» del mondo, ovvero con la consapevolezza e la paura per quegli scenari che l’uomo sarà capace di produrre a causa proprio della sua vulnerabilità.