
Marx, nel corso della storia moderna, ha rischiato di venire ridotto esclusivamente al suo valore simbolico: padre fondatore del Comunismo, ideatore delle dottrine socialiste che hanno attraversato la storia mondiale nel bene quanto nel male, referente nobile di numerosi movimenti sociali di contestazione… Questo non è affatto un male, se però non riduce la portata teorica e filosofica della sua opera immortale, che divenne nel corso degli anni una specifica scuola di pensiero denominata “marxismo“.
Marx fu infatti autore di incredibile lucidità e intuito, che rivoluzionò le teorie economiche del pensiero politico classico incidendo fortemente anche nell’ambito sociologico. Oltre alle fondamentali opere minori, la produzione di Marx si incarna in due capolavori celeberrimi e immortali, che sono Il Capitale e il Manifesto del Partito Comunista. Se il secondo, data la sua natura divulgativa e propagandistica, è un testo di impatto, chiaro e rigoroso, il primo volume de Il Capitale (nucleo e cuore concettuale dell’intera opera composta da 4 volumi e scritta assieme a Engels) è invece un testo denso, teorico, spesso oscuro per la sua profondità e difficoltà.
Marx parte dall’eredità di Hegel, della sua dialettica e della sua riflessione sulla storia. Per Marx, lo spirito della storia non va concepito in maniera assolutamente astratta, come se la storia fosse indipendente rispetto alla vita dei popoli, ma sono i popoli a costituire la storia e a determinarla attraverso continui rovesciamenti di potere. Marx introdusse il concetto di “materialismo dialettico“: lo sviluppo della storia è basato sul perpetuo conflitto tra classi che viene risolto col dominio di una classe sull’altra. Per Marx, era necessario favorire la rivoluzione comunista per instaurare una dittatura del proletariato, “parto” che richiedeva il contributo attivo dei popoli, che non devono subire passivamente la volontà dello spirito storico, ma ne devono essere artefici. D’altronde, per il filosofo tedesco, la struttura economica costituisce la determinante fondamentale dell’intero orizzonte sociale e culturale, per questo definiva la religione “oppio dei popoli”, ovvero prodotto del potere dominante funzionale al mantenimento dei suoi privilegi.
Il capitalismo moderno ha escluso il significato del lavoro umano nell’attribuzione di valore sulla merce: la merce ormai è “feticcio”, perchè ha rimosso il processo di produzione, e l’equivalente monetario in denaro compensa questa privazione. Questo modello favorisce l’introduzione del “plusvalore“, ovvero della produzione da parte delle classi lavoratrici di un margine che esorbita rispetto ai costi del processo industriale, che finisce tutto a vantaggio del capitalista, a costo dei lavoratori. Tutta l’argomentazione viene condotta con piglio rigorosamente scientifico e tecnico, senza mai abbandonarsi ai toni retorici di cui il Manifesto necessitava.
La promozione di Marx di un sistema di produzione e gestione del potere diverso (essendo oltretutto cosciente che tale “rivoluzione” non sarebbe potuta essere possibile senza un atto di violenza), è stata recepita in numerose occasioni in tutto il mondo nel corso del Novecento, facendo emergere anche limiti notevoli; nella contemporaneità certamente il marxismo trova sempre meno applicazioni e ha perso la sua attualità. Ma il valore teorico dei capolavori del filosofo resta una pietra miliare della storia del pensiero.

Alessandro Alfieri








