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Manuel Castells e l'identità dell'integralismo islamico nella società in rete

Seppur apparentemente risutino fenomeni in netta opposizione, il terrorismo islamico e la globalizzazione in realtà condividono la stessa logica di fondo, basti pensare all'utilizzo che viene fatto dei media



Il sociologo e teorico dei media Manuel Castells, soprattutto nel secondo volume della sua trilogia l’ Età dell’informazione, dal titolo Il potere delle identità, ha messo in luce alcune delle caratterizzazioni del fenomeno del fondamentalismo islamico, e della sua più nota e potente manifestazione, ovvero il movimento di Al-Qaeda.
Castells, nel corso della sua opera, ha sviluppato un’interpretazione delle espressioni sociali, politiche e culturali dominanti nel mondo a partire all’incirca dagli anni Ottanta; si tratta della «Rete», una logica che segna una cesura rispetto alla modernità perché decreta il graduale depotenziamento degli stati-nazione. Nella Rete, la struttura gerarchica è sostituita da una matrice orizzontale, fatta di “nodi” messi in contatto da “flussi”, per cui «l’unità non è nel singolo nodo, bensì nella rete stessa».

Attraverso questo modello, Castells dedica ampio spazio alla comprensione della nascita di Al-Qaeda e della sua progressiva diffusione. Come per Baudrillard, lo “spirito del terrorismo” risulta per Castells non definitivamente contrapposto alle logiche del tardo capitalismo; seppur persegua questo obiettivo, la sua efficacia consiste nell’adozione delle stesse strategie della finanza multinazionale e del mercato globalizzato. Basti pensare alla funzione irrinunciabile che i media e la trasmissione di immagini nei vari canali della comunicazione ricoprono al momento di un’operazione terroristica.

La posizione di Castells è in controtendenza rispetto alle più usurate teorie postmoderniste, per le quali la dispersione radicale dell’identità è la cifra ultima degli odierni orizzonti di individualità soggettiva e collettiva. Per Castells, assieme all’affermazione della logica capitalistico-globale, dialetticamente abbiamo assistito alla “reazione” di una rinascente volontà di costituzione di identità, declinatasi in molteplici forme, tutte accomunate però dal superamento della centralità dello stato-nazione.
L’integralismo islamico rappresenta una di queste forme: la shari’a di fatto promuove il jihad ponendo come fine quello della costituzione della umma, ovvero di un’identità universale di tutta la comunità musulmana. La umma è un concetto transnazionale, che incarna un’identità religiosa lungi dal sovrapporsi all’idea di stato teologico; tutto ciò fa del fondamentalismo islamico un fenomeno originale che non può essere ridotto alla tesi dell’arretratezza culturale, e che, soprattutto all’indomani della catastrofe dell’11 settembre, rivendica di essere indagato e compreso senza tesi preconcette.