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Carlo Michelstaedter: La melodia del giovane divino

Suicida a 23 anni, il filosofo tormentato ha lasciato una nutrita testimonianza del suo acume filosofico; Adelphi ci propone una raccolta dei suoi ultimi scritti

Carlo Michelstaedter è un autore avvolto da un alone di mistero e di fascino decadente, alimentato soprattutto dalla sua scomparsa prematura avvenuta a soli 23 anni per suicidio nel 1910, con un colpo di pistola. Michelstaedter riuscì comunque a tramandare ai posteri un grande quantità di scritti, riflessioni, aforismi su svariati argomenti. I suoi testi riflettono una sensibilità condivisa specie nella mitteleuropa di fine Ottocento: l’influenza della letteratura, e soprattutto l’ascendente di Schopenauer e Nietzsche.

Tra gli altri, l’editore Adelphi ha pubblicato alcune delle opere del giovane filosofo di Gorizia, a sua volta anche scrittore e appassionato di drammaturgia e poesia; per la cura del suo maggior esperto, cioè Sergio Campailla, sono stati pubblicati infatti nel corso degli anni Dialogo della salute nel 1988, Poesie nel 1987, La Persuasione e la Rettorica nel 1995 e recentemente è stato ripubblicato il suo Epistolario.

In questa occasione presentiamo l’ultima pubblicazione sempre di Adelphi, ovvero La melodia del giovane divino, raccolta di una serie di scritti del periodo 1905 - 1910, ovvero quello più a ridosso del suo gesto estremo, in un certo senso coerente con la radicalità della sua riflessione, solitaria e ostinata. Michelstaedter rinnegò la possibilità del fondamento di qualsiasi metafisica positiva, in grado di spiegare l’essere e comprendere l’assoluto. Facendo spesso riferimento ai presocratici, il giovane filosofo tentò di accusare quella gigantesca persuasione che la storia del pensiero occidentale sarebbe divenuta da Aristotele in poi. Lui stesso, in La melodia del giovane divino, sostiene che “l’ipocrisia è la menzogna della menzogna“, con ciò affermando al contempo la necessità nell’agire e nel comportamento umani della menzogna stessa. Nel testo, largo spazio è riservato alle riflessioni sull’educazione (spesso un atto di accusa nei confronti delle istituzioni che sviliscono lo spirito delle nuove generazioni), all’ebraismo (essendo lui di discendenza ebraica pur non essendo praticante), sulla giustizia, sull’odio (”Meglio l’odio che l’affetto della famiglia“) e la salute.

Argomento essenziale della sua speculazione è senza dubbio la libertà: “Dov’è allora la libertà per l’uomo? E’ nel suo pensiero, perdio, il quale per cerchi che si allargano come l’onda dell’individuo attraverso tutti i gradi dell’umanità fino alla universalità, giunge alla contemplazione dell’infinito“. Perciò libertà come conoscenza di se stessi che coincide con la conoscenza dell’infinito, perchè nulla è al di là di me, e questa è una delle manifestazioni della tragicità dell’esistenza umana.

Come dicevamo, Michelstaedter è stato anche autore di opere letterarie e racconti; una selezione sono state pubblicate nel volume, decisione azzeccata per conoscere in maniera più ampia il personaggio. Oltre a ciò, a chiudere il volume, una serie di recensioni critiche e articoli dedicati ad alcuni giganti della letteratura dei primi del Novecento, come D’Annunzio e Ibsen (adorato dal filosofo), personalità per molti aspetti vicine alla sensibilità sofferente del giovane suicida. Come affermava lui stesso: “da nessuno e da niente si può sperare aiuto che dal proprio animo, poichè ognuno è solo nel deserto“.