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I presocratici: le origini della filosofia (parte seconda)

La Scuola di Elea: Eraclito e Parmenide, dal "tutto scorre" alla filosofia dell'essere



Avvincente è la figura di Senofane di Colofone, primo grande critico della visione antropomorfica degli dei, che concepiva dio come sostanza assoluta, principio immobile in grado di tenere insieme l’universo e di organizzarlo in unità; poi c’è Eraclito di Elea, l’ “oscuro”, una delle figure più affascinanti dell’antichità anche per merito di una riscoperta avvenuta in epoca moderna per merito di Nietzsche.Vissuto tra il VI e il V sec. a.c. Eraclito è stato il filosofo del Panta rei, del “tutto scorre”, che ha fatto del perpetuo divenire l’essere intimo delle cose, superando i tentativi dei suoi coetanei di rintracciare un elemento o un’essenza fissa e stabile dell’universo. Questo divenire è caratterizzato dal contrasto e dalla tensione tra gli innumerevoli elementi che compongono il mondo; solo il logos, ovvero la legge e la ragione che governa la natura, è in grado di organizzarli, perchè nel molteplice si da l’unità e “tutto è uno“.

Oltre alla Scuola pitagorica, allievi di Pitagora e promotori della tesi del numero come principio dell’universo e dell’armonia tra numeri come legge essenziale della natura, un valore assoluto ricopre Parmenide, altro eleate, che diventerà un referente essenziale per i millenni avvenire. Senza addentrarci nella profondità delle sue intuizioni, espresse in Intorno alla natura, ci basterà dire come Parmenide abbia inaugurato l’approccio filosofico razionale che eleva il pensiero logico e la speculazione teorica al di sopra dell’esperienza e della sensazione. Con Parmenide, si parte dal pensiero, perchè il pensiero si identifica con l’essere, mentre il mondo sensibile, cangiante, in perpetua trasformazione viene screditato e relegato a mera apparenza e inganno. Alla base della sua filosofia, è la celebre formula: “l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere“, che significa promuovere la tesi dell’eterno presente e dell’assenza del tempo, dove le stesse parole “nascere” e “morire” non hanno significato.

Ci penserà Zenone, sempre della Scuola di Elea, nel V sec., coi suoi famigerati esempi aporetici, a dare man forte al suo maestro, dimostrando l’inconsistenza logica della nozione di movimento, e rivelando come la realtà recepita dai sensi sia mutevole, falsa e fuorviante di contro alle verità del pensiero. Con Melisso di Samo giungiamo alla radicalizzazione della tesi parmenidea, per cui l’essere, oltre a essere “uno”, è anche “infinito”, giungendo così alla radicale svalutazione del mondo sensibile.

Parte terza