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Il Gabinetto del dottor Caligari e l'espressionismo nel cinema

Il film muto di Wiene, del 1920, è un classico immortale della settima arte, ed è stato spunto di riflessione di grandi pensatori e filosofi



La portata di quest’opera può essere compresa solo pensando al ruolo che ha ricoperto nel corso degli anni: “manifesto” del cinema espressionista, punto di riferimento fondamentale per tutto il cinema muto dell’epoca, nonché per tutto il cinema successivo. Un titolo ormai inglobato dall’immaginario collettivo, un film storico su cui è stato detto e scritto moltissimo. La grandezza di un titolo del genere è motivata dalla sua immensa possibilità di interpretazione, dal suo fondo di senso inesauribile; le scelte figurativo-stilistiche, e la trama raccontata aprono ad innumerevoli questioni e letture. Pretendere di ridurre la complessità di un tale gigante in poche righe sarebbe un’offesa all’intelligenza. Meno offensivo è tentare di dare alcuni spunti per una maggiore comprensione.

Fino alla Grande Guerra, l’espressionismo aveva sviluppato le sue peculiarità in una direzione propriamente esistenziale e metafisica; in particolar modo attraverso la pittura, la violenza della forma, il processo di esteriorizzazione dell’interiorità, la manipolazione del significante si caricavano di idee filosofiche derivanti dalla tradizione nordica di fine ottocento. L’angoscia dell’esistenza, il pessimismo cosmico, l’orrore nei confronti di un mondo svuotato di senso si fondono anche con principi derivanti dalle teorie di Freud, che proprio in quegli anni stavano prendendo piede in tutta Europa. Tutto questo si riversa nel film in questione: gli ambienti e le scenografie oggettivano una visione soggettiva della realtà, facendo precipitare nell’irrealismo l’intero mondo nel quale il personaggio opera. Le profondità dell’inconscio, in particolar modo la pulsione di morte, emergono dalle profondità dell’anima ed investono l’ambiente circostante, coinvolgendo oggetti, luci ed espressioni dei personaggi (truccati e vestiti in consonanza con tale stile). Afferma Bertetto: “Come rappresentazione della difficoltà di percepire la verità e della varietà irriducibile dei punti di vista soggettivi, il film costituisce una delle prime esperienze filmiche legate alle problematiche della filosofia contemporanea e risente del clima di messa in discussione della realtà, della cosa in sé e della verità che caratterizza l’eredità di Nietzsche“. Eisner parla di “paesaggi impregnati d’anima”, mentre Deleuze a questo proposito afferma come quella del Caligari sia “una materia che si erge sino alla vita e una vita che si spande in tutta la materia”.

Nei forti contrasti tra luce e ombra, ciò che viene messo in scena è l’ineluttabilità del male, capace di investire l’intero mondo, partendo dal dominio della nostra anima. Il pessimismo si avvale delle teorie psicoanalitiche, sottolineando l’intervento schiavizzante della nostra volontà profonda e inconscia sulle nostre azioni. D’altronde, il fatto che il film venisse all’indomani della guerra, fa si che a tutti questi elementi si aggiungesse un decisivo valore politico e sociale: la dimensione irriducibilmente esistenziale, rinchiusa nell’anima del singolo, si apre ad una riflessione nei confronti del malessere diffuso, all’interno del quale già scorrono, invisibili, i veleni che porteranno al totalitarismo ed alla catastrofe. Su questo versante, le riflessioni più acute sono state svolte da Siegfried Kracauer, che nel suo Da Caligari ad Hitler compie una dettagliata storia psicologica del cinema tedesco negli anni subito precedenti all’avvento del dittatore.