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Il paese in briciole senza più dignità

Che fine ha fatto un paese che assiste senza potere allo sbriciolarsi dei suoi monumenti, quando ciò accade senza una determinata spiegazione?



Come è norma giornaliera per il nostro paese, giornaliera perchè ormai le sciagure si susseguono con una cadenza asfissiante quali allegorie di un declino inesorabile, ora si tratterà di un convulso scambio di accuse, indignazioni, promesse e sopralluoghi vari. Nel frattempo però si è sbriciolato un pezzo di storia, un reperto archeologico di inaudita importanza, qualcosa di quel poco di cui andare ancora un minimo orgogliosi, piuttosto che vergognarci continuamente al cospetto del mondo.

Il crollo della Domus dei Gladiatori di Pompei, che a sua volta aveva resistito a un terremoto e a un’erezione del Vesuvio, nonchè a 2000 anni di storia (con un importante restauro nel dopoguerra) è una vistosa manifestazione dell’attuale condizione spirituale e culturale dell’Italia, su questo non ci piove. Anni e anni di imperizie e superficialità, che si sono oggettivati nella polverizzazione dell’edificio ridotto a un cumulo di detriti.

Marc Augè, in Rovine e macerie, spiegava il ruolo essenziale e ontologico dei resti del passato, capaci di garantire l’apertura di una temporalità e di una storia distinta da quella manualistica basata su un decorso lineare. Le rovine concedono l’ingresso in un tempo acronico, dove il nostro oggi si fonda al sentimento di qualcosa che appartiene al passato senza averlo mai esperito; al cospetto dei resti delle epoche passate, siamo al di fuori dell’ordine dei simulacri, siamo a contatto col tempo “puro” e non con una delle sue ricostruzioni fittizie.
La Domus scomparsa, ridotta in briciole, era già “rovina”, “maceria” su cui si era stratificata una storia che è la Storia comune, ma anche la Storia universale; ora si tratta di macerie di macerie, “rovine rovinate”… non è da escludere che, qualora restassero nelle condizioni attuali, quei resti potranno assurgere tra 1000 anni a dimostrazione della catastrofe che l’Italia sta attraversando in questi anni.

Questa oscenità di Pompei è al di fuori della storia, d’altronde, per la sua banalità e “povertà”: non è un crollo avvenuto a seguito di un bombardamento nemico, per cui il “crollo” si carica di significato per le ganerazioni successive (referente per la costituzione di un’idea di nazione o per i valori della pace). E non si tratta neanche di macerie risultanti da un cataclisma naturale, volte a ricordare sempre la piccolezza dell’uomo dinanzi al caso o alla volontà di Dio, a seconda delle convinzioni.
Questo crollo è dimostrazione unicamente di disinteresse, di menefreghismo, ed è questo a mettere tristezza. Se un terrorista avesse fatto saltare in aria l’edificio con della dinamite, gli sarebbe stato fatto maggiormente onore, mentre così la pena è infinita, e a un popolo che capita questo resta ben poco, se non una partita di calcio ogni tanto e qualche sedere che sventola in televisione.

Il paese è ridotto in briciole, senza dignità, perchè è la causa della distruzione a garantire significato al fatto, a decidere del suo valore e del sentimento collettivo. In questa occasione, si tratta semplicemente dell’ignoranza di un ammasso di bifolchi, e ognuno tragga le sue conclusioni.