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Le rivelazioni di Wikileaks e i rischi per gli equilibri internazionali (parte prima)

La diplomazia USA è messa a nudo dal celebre sito, che sta evidenziando in queste ore come nell'era di Internet sia necessario superare l'ambiguità tra immagine e realtà


Sono ore concitate queste: occhi e orecchie sono tese alla pubblicazione del dossier che sta facendo tremare la diplomazia internazionale, è che ha già rivelato alcune anticipazioni gravi e sorprendenti. Wikileaks e il suo direttore Julian Assange stanno rendendo pubblici, nel corso della giornata, i file relativi ai rapporti tra le varie ambasciate statunitensi nel mondo e il Dipartimento di Stato Americano [clicca qui]. Materiale altamente confidenziale, decisivo per comprendere le dinamiche sotterranee che regolano la geopolitica internazionale. La loro emersione è un fatto di alta rilevanza, perchè può a ben vedere compromettere il rapporto tra i vari paesi, ma al contempo rivelare quale sia la vera idea che i vari leader hanno nei confronti dei loro colleghi e delle istituzioni altrui.

Ovviamente, in questa sede non ci occupiamo di controcultura, di politica o di cronaca, ma questo fatto ai miei occhi è essenziale, e l’interpretazione filosofica può contriburie a comprenderne gli eventuali sviluppi e soprattutto a capire in cosa esso sia così determinante.

Ora, iniziamo col dire che tutto il caso, come solitamente accade nell’ambito della comunicazione, implica una buona dose di ipocrisia: pensiamo ad esempio alle relazioni private intersoggettive che ciascuno di noi instaura col prossimo e coi propri cari. Cosa accadrebbe se diventasse esplicito e noto ciò che noi pensiamo a proposito del prossimo? Di certo verrebbe compromesso il nostro rapproto con lui/lei, anche se in fondo avere un’idea poco lusinghiera nei suoi confronti non significa disprezzarla in toto e non poter provare affetto autentico.
Dovrebbe accadere lo stesso relativamente al rapporto tra Stati? Non proprio: di certo, le intercettazioni e le documentazioni di Wikileaks palesano l’idea vera che le istituzioni americane hanno di alcuni governi (pensiamo al pessimo giudizio che la Casa Bianca ha di Berlusconi), ma non stiamo qui sul piano del “pensiero” e perciò della mera “intenzione”, ma già nell’ambito della trasmissione di notizie, perciò del “linguaggio” e della “comunicazione”. Il corrispettivo nella sfera privata individuale sarebbe non solo il fatto di pensare cose negative, ma di andarlo a dire in giro! Allora sì, che dal momento che si passa dal pensiero all’ “azione” (anche se solo in quanto opinione) ci si introduce nella sfera morale.

Se è corretta questa posizione, in realtà è presente una buona dose di ingenuità: è così ovvio far corrispondere la costituzione di singoli individui alla struttura dello Stato, e perciò le modalità di relazione tra uomini a quello tra nazioni? Platone ne La Repubblica era convinto della possibilità che si potesse dichiarare questa corrispondenza; ma la domanda è: nell’ambito della politica internazionale e nazionale, qual’è il pensiero? Le idee condivise da tutta la popolazione? Il pensiero della totalità dei membri dello Stato? O magari il pensiero delle personalità ufficiali politiche determinanti?

Parte seconda