Tzvetan Todorov: La bellezza salverà il mondo

L'ultimo libro del linguista e saggista bulgaro attraversa la vita tragica di Wilde, Rilke e Cvetaeva, rappresentanti perfetti del decadentismo della cultura europea

Si tratta di una delle frasi più celebri della storia della letteratura mondiale, fatta pronunciare da Dostoevskij al protagonista de L’Idiota, il principe Miškin. Con fiducia smisurata nei confronti dell’arte, l’idiota sostiene che “La bellezza salverà il mondo“.
Si tratta di una frase apparentemente semplice, ma che invece è riflesso di un’intera epoca, di una sensibilità tipica del passaggio alla modernità, di un’orizzonte filosofico letterario e artistico pronto a lasciarsi alle spalle i sistemi assoluti fondati su valori universali.

Siamo a ridosso della nietzscheana “morte di Dio”, e non a caso Nieztsche è fratello di sangue di Dostoevskij e interprete geniale di un’intera epoca; se la frase dostoevskijana conteneva una mistica speranza nei confronti della redenzione, nei termini del filosofo tedesco le cose stanno altrimenti, perchè per quanto l’arte tenti di dare ordine e forma al pathos dionisiaco della vita, e perciò la bellezza apollinea tenti di dare senso all’esistenza, essa non riuscirà mai a contenere e nientificare completamente la coscienza del dolore cosmico che tanto tormentava gli animi degli scrittori e filosofi a partire dall’Ottocento.

Questo è il fondo sul quale si staglia l’ultimo splendido volume del filosofo e saggista russo Tzvetan Todorov, dal titolo, appunto, La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva. Per l’autore, quel paradosso costitutivo tra bellezza e disperazione, tra anelito all’assoluto e inevitabile fallimento esistenziale, accomuna i tre autori del titolo, non a caso pressocchè coetanei e soprattutto personaggi esemplari di quella dimensione culturale e spirituale che attraversava l’Europa alla fine del XIX secolo, dall’Inghilterra alla Russia, passando per la Germania.

L’uomo, in ogni epoca e condizione, si è sempre rivolto all’assoluto, nel tentativo di appagare la propria limitatezza in un pieno appagamento trascendentale, che esso sia rappresentato da Dio, dalle ideologie politiche, o dalla bellezza. Era proprio la bellezza quella divinità che Wilde, Rilke e Cvetaeva inseguivano disperatamente attraverso la loro arte. Il libro di Todorov dimostra però , con un’attenta ricostruzione delle loro tragiche vicende, come sia sempre inevitabile la sconfitta da parte dell’uomo che ambisce a superare i suoi stessi limiti, e in questo si respira la presenza dell’altro referente fondamentale, ovvero Arthur Schopenauer. Per quegli scrittori, l’arte, la poesia, la letteratura non bastavano alle loro passioni divoranti, alle loro anime mai sazie e abbagliate dall’Assoluto. E questo è il tragico della condizione umana: in Oscar Wilde, il culto della bellezza e dell’amore (anche nei confronti di se stesso) degenererà nella malattia psichica (”Solo l’amore, e più specificatamente l’amore sacrificale, che sembra essere il suo destino, può spiegare ciò che costituisce il vero enigma dell’esistenza di Wilde, il precipitare verso la propria rovina, la distruzione accanita del proprio benessere“); Rainer Maria Rilke concluderà la sua esistenza in preda alla depressione, mentre la peotessa Marina Cvetaeva arriverà all’estremo del sucidio in nome della perfezione. Questi «avventurieri dell’assoluto» sacrificarono la loro vita per l’arte, e non è in dubbio che i tre lasciarono all’umanità un patrimonio artistico sublime e irripetibile, ma l’interrogativo di Todorov è relativo al rapporto tra arte e vita e a quale sia il segreto di un’ “arte della vita”: “Se l’arte non è altro che la rivelazione del mondo e della vita, non è più possibile, come volevano i romantici nelle loro dichiarazioni programmatiche, contrapporre arte e vita“, con tutto ciò che ne consegue.

Il libro pubblicato da Garzanti, tradotto da Emanuele Lana, si aggiunge a numerosi altri titoli del filosofo bulgaro, in Francia da diversi anni come direttore di ricerca del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi (CNRS) e ha insegnato in America a Yale, Harvard, Columbia e Berkeley per diverso tempo. I suoi primi lavori, orientati nell’ambito del formalismo russo (I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, 1968 e Teorie del simbolo, 1984) hanno lasciato spazio a saggi di natura antropologica come La conquista dell’America (1984) e Noi e gli altri (1989). Nel corso degli anni ha dedicato diverse opere al tema dei lager nazisti e dei gulag sovietici. Tra i libri pubblicati da Garzanti, ricordiamo Memoria del male, tentazione del bene (2001), Il nuovo disordine mondiale (2003) e La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà (2009).
Uno dei più grandi pensatori ancora viventi, per un libro non solo profondo ma soprattutto avvincente, rivolto a un largo pubblico al di là degli specialisti di teoria del linguaggio, per riflettere a partire dal racconto della vita estrema di alcuni spiriti insoddisfatti e tormentati.

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