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Le tensioni in Egitto tra copti e musulmani: riflessioni sul rapporto tra religioni (parte seconda)

La strage di Alessandria ha rimesso in evidenza i problemi del rapporto tra divergenti fedi confessionali, soprattutto per quelle concezioni che non possono non condurre alla violenza



E’ ovvio che questo approccio è poco produttivo, perchè significa sempre sacrificare un apporto importante di conoscenze e storia; è anche una violazione dei diritti dell’uomo, ma anche del più elementare rispetto per il prossimo. D’altronde, questo approccio violento dell’integralismo islamico sembra essere paradossalmente quello più consono all’essenza di ogni religione, che dal momento in cui predica la Verità non può ammettere che altre Verità diverse da lei si pronuncino; per sua natura, la religione tende all’assolutismo, e perciò all’eliminazione dell’altro. Solo un’evoluzione culturale ha permesso (nella maggior parte dei casi) alle religioni di emanciparsi dalla visione rigida della contrapposizione, e molto si deve al Concilio Vaticano; ma questa tendenza sembra in molti casi più un apprrccio pragmatico dettato dalla volontà di istituire la pace, e dal ripudio della violenza. Uno dei paradossi costitutivi del Cristianesmo è proprio questo rifiuto della violenza e contemporaneamente l’affermazione come Autentica Fede, un rifiuto che è stato riconosciuto solo dopo secoli di stragi e distruzioni, domini imperiali e campagne di conquista suggellate sempre dalla Croce.

La modernità ci ha insegnato che il fine ultimo delle decisioni private e politiche, degli Stati e della varie comunità, è quello di evitare la catastrofe, e a questo obiettivo le religioni spesso sacrificano il loro orgoglio e anche molte delle prerogative del proprio codice. Purtroppo non tutti hanno capito questo, preferendo l’eliminazione assoluta dell’altrui confessione e religione per trionfare come unica fede; a noi occidentali soprattutto la filosofia moderna e novecentesca ci ha insegnato che la stessa identità personale passa sempre dall’alterità. Non può esserci “io” e perciò individuo senza passare per il “tu”, ovvero per l’altro. Senza il “due”, saremmo tutti immersi nel grande “uno”, nella “notte in cui tutte le vacche sono nere” direbbe Hegel, che impedirebbe a ciascuno di noi di caratterizzarsi e di essere orgoglioso delle proprie differenze. E credo che la stesse fede non possa mai essere “fede assoluta”: come sostiene Severino, la fede è sempre mancanza di fede, perchè presuppone sempre il dubbio, altrimenti sarebbe implicita e inconscia (dire di credere in Dio è diverso da credere che domani sorga il sole, che appare una posizione stupida e ovvia). Ed è mancanza di fede dato il perpetuo scontrasi con la non-fede degli altri, o con la loro fede differente. Non può darsi fede e credenza nel proprio Dio in astratto, senza l’accettazione dell’esistenza di altre fedi; se si rinuncia a ciò, c’è solo la guerra, la violenza, l’eliminazione reciproca fino alla distruzione totale che non giova a nessuno.