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Rivista di Estetica: Il paradosso del testimone

L'orrore di Auschwitz e il problema del ruolo della parola, dell'immagine e della memoria al suo cospetto

Il problema della testimonianza e il tema relativo al suo valore nel nostro determinato contesto storico è un tema che ha segnato nel profondo la filosofia del Novecento; d’altronde, la cesura epocale che ha segnato una svolta nella storia della cultura Occidentale è stata la tragedia del nazismo e della persecuzione antisemita. Auschwitz rappresenta lo scandalo assoluto per la ragione, nonché la massima vergogna per il genere umano e la sua colpa più profonda; all’indomani da quell’oscenità terribile e inimmaginabile, il dovere etico di testimoniare delle vittime ingoiate dalla storia è divenuta una necessità.
Ovviamente, il problema relativo a chi, cosa e come avrebbe dovuto e dovrebbe adempiere a questo scopo ha aperto un ampio dibattito; addirittura, resta l’interrogativo di fondo essenziale, ovvero SE sia corretto testimoniare di chi è rimasto vittima delle atrocità naziste. Problemi che hanno tormentato Primo Levi fino a spingerlo al suicidio, e che poi sono stati ereditati da molti pensatori del Novecento, come in tempi più recenti Giorgio Agamben che dedicò al tema uno splendido libro dal titolo Quel che resta di Auschwitz.

Siamo dinanzi a un paradosso: testimoniare della sorte delle vittime è un dovere, ma come sosteneva Adorno, farne un’immagine, un racconto o solo parlarne rischia di normalizzare l’orrore ottenendo come risultato l’esatto opposto, ovvero l’ingiuria e l’offesa di chi non ha più voce. Eppure, era lo stesso Adorno a sapere come il paradosso consistesse nel fatto che “seppur non si possa…però si deve…”: l’arte post-Auschwitz dovrà farsi carica degli orrori della storia, senza condurli nel circolo del consumo mediatico e retorico.

Da quanto detto, diviene chiaro perchè una delle più prestigiose riviste di filosofie d’Italia, ovvero Rivista di Estetica abbia deciso di dedicare un intero numero, l’ultimo del 2010, a questo delicato argomento; il titolo è appunto Il paradosso del testimone e raccoglie i saggi e i contributi di diversi studiosi sia italiani che stranieri. Tra questi anche chi ha provato in prima persona il dramma dello Shoah, come Aharon Appelfeld, autore israeliano molto noto, con un’intervista intitolata Cosa fare del male che si è guardato in faccia?. Questa intervista è realizzata da Daniela Padoan, curatrice del numero e nota scrittrice, impegnata da anni sui temi della testimonianza e la memoria e delle forme di resistenza femminile ai totalitarismi (autrice di una profonda e densa Introduzione).

Altre interviste pubblicate, eseguite sempre dalla Padoan, è quella a Goti Bauer (Questa memoria che mi è sacra), testimone in prima persona dei campi di concentramento come Hanna Kugler Weiss (Una pietrina nel grande muro che si chiama Shoah) e Ruth Klüger, professore emerito alla University of California (Senza un altrove), intervista già pubblicata quest’ultima su “Il Manifesto” nel 2005.

Se il saggio di Giovanni Leghissa (Il testimone necessario. Memoria della Shoah e costruzioni identitarie) si dedica al tema delle “politiche della memoria”, i contributi di Georges Bensoussan (Mitologie e memoria) e Laura Fontana (Memoria, trasmissione e verità storica) si pongono sul piano della filosofia della storia, mentre Alessandra Campo (Testimonianza negativa) in un brillante scritto affronta il problema dell’irrappresentabilità del male e del ruolo dell’immagine, passando attraverso a un libro divenuto ormai un classico sul tema, ovvero Immagini malgrado tutto di Georges Didi-Huberman.

Non poteva mancare la partecipazione del direttore storico della rivista, ovvero Maurizio Ferraris, che mette in connessione il tema con l’opera shakesperiana, mentre Nicla Vassallo affronta l’argomento da una prospettiva più analitica ed epistemologica (Applicazioni dell’epistemologia della testimonianza al caso dell’Olocausto). A concludere questo numero di Rivista di Estetica un saggio di Paolo Alessandro Mattiello (Gli scomparsi), che torna nuovamente all’interrogativo della possibilità di parlare e rappresentare l’orrore.