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Zygmunt Bauman: Lo spettro dei barbari

Un breve saggio del grande sociologo ci spinge a ripensare il nostro rapporto col "barbaro", lo straniero, oggi inquadrato come inferiore e incivile

Ci sono terminologie che tornano costantemente nel corso della storia, e molto spesso se ne assume il presunto significato in maniera meccanica senza riflettere alle trasformazioni subite negli anni, in relazione ai mutamenti di ordine sociale, politico e soprattutto di immaginario.
Pensiamo a un vocabolo come quello di “Barbaro” o “Barbarie”: oggi sembra cosa ovvia che esso implichi un tono dispregiativo e accusatorio, una sorta di affermazione di superiorità nei confronti di un’alterità, magari arrivata a violare il mio territorio usurpando il mio dominio. Questa ovvietà è in realtà un traguardo della modernità, acquisita con l’acquisizione da parte della mentalità europea di essere superiori rispetto alle civiltà provenienti dall’oriente, che avrebbe condotto a inquadrare il profilo del barbaro come giustificazione della violenza operata nei suoi confronti.

Zygmunt Bauman è uno dei più grandi sociologi contemporanei, noto per la sua teorizzazione del concetto di “liquidità” e di “modernità liquida”, oggi uno dei referenti intellettuali più autorevoli e ascoltati; in questo piccolo libretto edito da Bevivino editore, Lo spettro dei barbari. Adesso e allora, Bauman ricostruisce la storia del concetto di “Barbaro”, evidenziandone le svolte semantiche che hanno condotto anche ad alcune delle peggiori problematiche di cui l’umanità è oggi vittima, dal razzismo al conflitto tra civiltà.

Dice infatti Bauman: “I popoli chiamati “Barbari” non erano necessariamente peggiori, inferiori o “meno umani” di coloro che così li definivano. Erano semplicemente diversi. Erano non-Greci. Non come “noi”, gli Ellenici“; in realtà è lo stesso Bauman a indicare come un qualche elemento di tensione fosse presente fin dalle origini della storia del confronto tra culture: “noi, i Greci, e loro, i Barbari, non potevamo comunicare, non eravamo particolarmente entusiasti di parlare con loro“.

Come detto, da qui alla rilettura in tono negativo del barbaro si avrà con la modernità: “La nozione di “Barbaro” indicava l’essersi fermati a uno stadio precedente di quel progresso storico che si credeva portasse a una società ordinata, sicura, civile e ripulita: bloccati in uno stadio dello sviluppo che le nazioni europee avanzate avevano già lasciato alle proprie spalle per non farvi mai più ritorno“.
Da qui la funzionalità pratica di questa prospettiva: “Il concetto di “barbarie” durante la modernità è stato usato come strumento e giustificazione per la conquista del mondo. Fornì la foglia di fico per nascondere le orribili e vergognose atrocità dell’imperialismo e del colonialismo“.

Si tratta, sostiene Bauman, di un “ribaltamento di responsabilità”, attarverso il quale la responsabilità delle persecuzioni e degli omicidi viene, ancora oggi, attribuita non ai responsabili bensì alle vittime.

Un testo che per quanto breve è pregno di stimoli, denso di considerazioni utili a mettere in discussione la nostra perdurante e presunta superiorità, per risolvere e superare le pericolose idee ancora radicate nel nostro immaginario collettivo, che ci convince della nostra superiorità sul “barbaro” di turno.