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    <title>guide</title>
    <link>http://guide.supereva.it</link>
    <description>Le guide di Supereva</description>
    <pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:15:24 GMT</pubDate>
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    <copyright>2008-2009 Blogo.it</copyright>
    <language>it-it</language>

    
	<item>
	<title>Conferenza su equanimità e libertà</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/02/322701.shtml</link>
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	<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
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    <category>varia</category><category>equanimità libertà Gianfranco Bertagni</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Buonasera. Allora: oggi parliamo di equanimità e libertà. Cerchiamo subito di specificare che non vorremmo qui semplicemente parlare di questi due concetti, di questi due aspetti o dimensioni che vengono a fare parte della pratica spirituale, ma anche del loro stretto rapporto, del loro relazionarsi l’una all’altra. Per cercare di capire che libertà autentica è anche equanimità ed equanimità è anche libertà.</p>
<p>Poi facciamo anche una precisazione riguardo alla parola libertà. Ovviamente questo termine ha dietro di sé un’infinità di riflessioni, di dibattiti, tra oriente e occidente, lungo tutta la storia. Ed ha – questo concetto – diverse sfaccettature, ha assunto e assume anche oggi diversi significati. Potremmo quindi tranquillamente dire che ci sono diverse libertà. Per esempio quella che viene chiamata libertà di pensiero, libertà di opinione; oppure la libertà intesa come libertà di scelta, libero arbitrio. E c’è anche quell’idea di libertà che è propria di quei testi spirituali, mistici, soprattutto orientali, in cui si parla di illuminazione, di realizzazione, di liberazione: una liberazione – ovviamente – che conduce a uno stato di libertà. Ecco: che tipo di libertà è quest’ultima, questa libertà spirituale? Ecco, cercheremo di soffermarci su questo punto, su questo tipo di libertà.</p>
<p>Bene. Per capire cosa intendiamo quando parliamo di equanimità, in un’ottica spirituale, riferiamoci al buddhismo. Perché proprio il buddhismo? Perchè il buddhismo è stata la forma di spiritualità che più di tutte si è soffermata su questo concetto, su questo tema. Allo storico delle religioni la parola “equanimità” fa immediatamente andare la mente proprio al buddhismo. Allora: cosa dice il buddhismo sull’equanimità? In realtà dice tante cose e non possiamo riassumerle tutte. Comunque: diciamo subito che l’equanimità è una “virtù” estremamente importante per il buddhismo. Nel Buddhismo ci sono quattro stati mentali salutari (i cosiddetti <I style="mso-bidi-font-style: normal">kusaladhamma</I>); essi sono: la benevolenza o gentilezza amorevole (<I style="mso-bidi-font-style: normal">mett</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I>), la compassione (<I style="mso-bidi-font-style: normal">karu</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ṇ</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I>), la gioia compartecipe (<I style="mso-bidi-font-style: normal">mudit</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I>) e l’equanimità (<I style="mso-bidi-font-style: normal">upekkh</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I>). Questi quattro stati mentali sono anche detti sentimenti infiniti o anche incommensurabili (<I style="mso-bidi-font-style: normal">apram</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ṇ</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">a</I>) e sono quattro virtù comuni anche ad altre correnti religiose indiane. Nel Buddhismo sono sottolineate soprattutto dalle scuole tarde, cioè dalle scuole che fanno parte del buddhismo mahayana. Un altro modo in cui vengono chiamate è <I style="mso-bidi-font-style: normal">Brahmavih</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ā</I><I style="mso-bidi-font-style: normal">ra</I>, cioè “dimore divine”, quelle quattro attitudini mentali positive che vengono sviluppate e sostenute attraverso la pratica di consapevolezza, cioè la meditazione. Oggi non parleremo delle quattro dimore divine, ma almeno vorrei sottolineare che si tratta di quattro virtù intimamente intrecciate l’una all’altra; potremmo anzi dire che in ognuna vi devono risiedere anche le altre, perché possa essere ritenuta un’autentica virtù. Ma è soprattutto l’equanimità che rende le altre virtù virtuose, se mi permettete il gioco di parole: la benevolenza, la compassione, la gioia compartecipe hanno bisogno dell’equanimità per essere vere “dimore divine”, per essere intoccate dall’ego, dalle sue preferenze, dai suoi alti e bassi, dai suoi ricatti camuffati da buoni pensieri, ecc. L’equanimità porta stabilità alle altre dimore divine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per leggere l&#8217;intera conferenza: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/equanimita.doc">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080218000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080218000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080218000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080218000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F02%2F322701.shtml"/></p>
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	</item>
    
	<item>
	<title>Conferenza sulla paura tra oriente e occidente</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/320289.shtml</link>
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	<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
    <comments>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/320289.shtml#comments</comments>
    <category>varia</category><category>conferenza paura oriente occidente Gianfranco Bertagni</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Ecco, buona sera. Siamo qui per parlare della paura. Dico: paura, ma intendiamola in un senso ampio. Potremmo dire, per essere più precisi: parliamo di paura, ma mettiamoci anche, per certi versi, la dimensione dell’angoscia. Ci mettiamo dentro anche l’angoscia per un motivo. Cioè: Freud dice che la paura e l’angoscia sono accomunate da tante cose, ma la loro differenza fondamentale è che la paura ha sempre un oggetto, mentre l’angoscia non ce l’ha mai. La paura è sempre paura di, l’angoscia invece ha qualcosa di indeterminato, è un presentire un pericolo, ma senza poterlo motivare precisamente, senza sapere la sua provenienza. Questo da un punto di vista psicanalitico, nel senso tecnico di questi termini. Poi ovviamente nel nostro linguaggio quotidiano le cose stanno diversamente: si dice infatti, anche, angoscia di questo o quell’evento, ecc. Comunque, dicevamo: cerchiamo di intendere la paura nel suo significato più vasto possibile, ovvero: certamente come paura di questo o quello, ma anche e forse soprattutto come paura in quanto tale, al di là del suo oggetto. Anche Krishnamurti fa questo discorso e dice: lavoriamo sulla paura in quanto tale, non sui suoi esiti ultimi; ma ci torneremo dopo.</p>
<p>E già che abbiamo citato Freud, diciamo un’altra cosa che ci proviene anche dalle sue ricerche. Mi riferisco alla distinzione tra paura e spavento. Cioè qui vogliamo parlare di una gestione, di un lavoro sull’inquinante della paura. Lo spavento, anche se spesso viene scambiato per paura, è un’altra cosa. Come lo definisce Freud – e possiamo prendere per valida la sua definizione: lo spavento designa “lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo senza esservi preparato, e sottolinea l’elemento della sorpresa” (<I style="mso-bidi-font-style: normal">Al di là del principio di piacere</I>, p. 198). Ovvio che quando parliamo di paura, parliamo di qualcos’altro.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Per leggere il testo integrale: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/paura.doc">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080123000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080123000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080123000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080123000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F320289.shtml"/></p>
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	</item>
    
	<item>
	<title>Conferenza su rabbia e odio tra oriente e occidente</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/320288.shtml</link>
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	<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
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    <category>varia</category><category>conferenza rabbia odio occidente oriente Gianfranco Bertagni</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei cominciare leggendo un brano tratto da un sutra del Buddha, sulla storia della signora Vedehikā e della sua domestica Kālī: </p>
<p>“Un tempo, o monaci qui a Sāvatthī c’era una signora di nome Vedehikā. Una buona fama, o monaci, si diffuse a proposito della signora Vedehikā: «La signora Vedehikā è gentile, la signora Vedehikā è affabile, la signora Vedehikā è mite». Ora, la signora Vedehikā, o monaci, aveva una domestica di nome Kālī, che era esperta, vigorosa e molto ordinata nel suo lavoro. O monaci, la domestica Kālī pensò: «La mia signora ha una buona reputazione: ‘La signora Vedehikā è gentile, la signora Vedehikā è affabile, la signora Vedehikā è mite’. Ma come stanno in realtà le cose? La mi signora non esterna la rabbia, ma la rabbia è tuttavia presente in lei oppure è assente? Forse è solo perché il mio lavoro è ordinato che la mia signora non esterna la rabbia malgrado quest’ultima sia presente in lei, e non assente? E se la mettessi alla prova?».</p>
<p>Così, o monaci, la domestica Kālī si alzò tardi e la signora Vedehikā le disse: «Deh, Kālī!». «Dica pure, signora!». «Per quale ragione ti sei alzata così tardi?». «Per nessuna ragione, signora!». «Non c’è alcuna ragione, serva malvagia, e ciononostante ti sei alzata tardi!», e quindi si arrabbiò, si risentì e tenne il broncio. Allora, o monaci, la domestica Kālī pensò: «Il fatto è che mentre la mia signora non esterna la rabbia, essa, in realtà, è presente in lei, non è assente; ed è solo perché il mio lavoro è ordinato che la mia signora non la esterna, sebbene essa sia presente in lei, e non assente». [&#8230;]</p>
<p>Allo stesso modo, o monaci, un confratello è estremamente gentile, estremamente affabile, estremamente mite fino a che non viene toccato da parole spiacevoli. Infatti, o monaci, è quando gli vengono rivolte contro parole spiacevoli che si può capire se quel monaco è realmente gentile, affabile e mite” (dal <I style="mso-bidi-font-style: normal">Kakacūpamasutta</I>). </p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Per leggere il testo integrale: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/rabbia.doc">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080123000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080123000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080123000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080123000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F320288.shtml"/></p>
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	<description>Vorrei cominciare leggendo un brano tratto da un sutra del Buddha, sulla storia della signora Vedehikā e della sua domestica Kālī: 
“Un tempo, o monaci qui a Sāvatthī c’era una signora di nome[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Hara - La forza dell&#039;energia originaria (Massimo Beggio)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319881.shtml</link>
	<guid isPermaLink="true">http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319881.shtml</guid>
	<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
    <comments>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319881.shtml#comments</comments>
    <category>zen</category><category>hara energia massimo beggio</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>In un convegno a Verona del Settembre 2002 dal titolo “Curare e guarire come Via di conoscenza” introducevo alcune riflessioni sul tema di <I>Hara</I> citando una frase circa la malattia e la guarigione tratta da un libro di un autore tedesco, Karlfried Von Durckheim. La frase in questione dice: “Non vi è malato la cui guarigione non sia ostacolata anche da una intima tensione o contrazione. Del pari, non vi è guarigione che non sia agevolata dal risolversi di tali nodi. Proprio nella misura in cui tensioni siffatte sono connesse con la paura di un Io preoccupato o protervo, esse si sciolgono quando l’uomo apprende l’arte di mettere da parte l’Io e di affidarsi a quelle forze più profonde alle quali l’Hara certamente lo apre.”<br />
<I>Hara</I> è uno di quei termini piuttosto usati nel mondo delle discipline di origine giapponese (Shiatsu, arti marziali ed altre cose ancora). Nei corsi di Shiatsu, tanto per fare un esempio, gli allievi sono invitati ripetutamente all’uso di <I>Hara </I>nella tecnica di pressione. Ritengo però che, in genere, non sia abbastanza chiaro a cosa ci si riferisce quando si fa uso di questa parola.<br />
Credo che molti, tra i cultori di queste ‘arti’ di origine giapponese, ritengano che l’idea di <I>Hara</I> si esaurisca nell’ambito delle tecniche specifiche delle loro discipline e che non possa avere attinenza con nient’altro. Quindi che si tratti di qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente quel loro mondo particolare.<br />
Pochi forse pensano che l’essere in contatto con il proprio <I>Hara</I>  possa andare ben oltre la specificità della loro ‘arte’ e possa avere il significato di un atteggiamento più ampio che coinvolge il nostro modo di essere e di relazionarci con la vita.<br />
Nella veste di insegnante di Shiatsu, quando mi capita l’occasione di parlare dell’<I>Hara</I>  mi piace fare qualche esempio per aiutare a comprendere come questo atteggiamento trova  applicazione anche nella quotidianità di molti  piccoli gesti.<br />
Spiego, ad esempio, che c’è sicuramente  un ‘modo <I>Hara</I>’ di stringere la mano a una persona, oppure di abbracciarla, o di porgerle un oggetto, di servirle una tazza di thè (o un piatto di spaghetti, tanto per essere meno orientali). Credo anche che ci sia un ‘modo <I>Hara</I>’ di sferrare un pugno o di dare una carezza.<br />
E penso che questa modalità permetta di rapportarci con l’altro in un modo molto più autentico e più sentito. E’ come se, nel rapporto con l’altra persona, manifestassimo una ‘presenza’ ed  una qualità  di gran lunga superiori allo standard abitudinario.<br />
Questo ‘modo <I>Hara</I>’ di essere e di rapportarsi è un miscuglio di più cose: comprende il manifestare  una certa ‘energia’ nei gesti che facciamo e comprende anche una certa ‘intenzionalità’ e una certa ‘determinazione’ nel nostro agire.<br />
Questo dell’agire con <I>Hara</I> è un modo che si colloca oltre le parole e oltre la mente razionale e che l’altra persona però riesce a cogliere molto bene. A volte, in quella stessa persona, capita di leggere addirittura un moto di stupore. Forse perché l’atteggiamento con il quale ci proponiamo non è troppo usuale nella vita di relazione e l’altro ne rimane quasi turbato (e in qualche modo anche affascinato).<br />
Nell’ambito della pratica dello Shiatsu, questo modo di essere corrisponde a quel qualcosa in più che possiamo sentire in una pressione e che la riempie di quella qualità che la rende di molto superiore rispetto ad un’altra.<br />
Questi sono però solo alcuni aspetti abbastanza marginali. Continuando nel nostro discorso vedremo che l’essere in contatto con <I>Hara</I> può significare molto di più di quanto abbiamo finora detto.<br />
Come ben sappiamo la parola è di origine giapponese. Il modo come questa parola viene usata in alcune espressioni della lingua giapponese è molto interessante ai fini del discorso che stiamo facendo.<br />
Una di queste espressioni, per esempio, è la seguente: <I>“Hara no aru hito”</I>, che letteralmente tradotta significa “L’uomo che possiede <I>Hara</I>”. Il senso è quello di indicare colui (o colei) che costantemente nella propria vita è in una dimensione di collegamento con il proprio <I>Hara</I>.<br />
In una traduzione ancora più letterale la frase in questione diventa: “L’uomo che possiede un ventre”.<br />
Detto questo possiamo allora considerare la parola ‘ventre’ (o anche addome, o pancia ecc.) come una traduzione possibile della parola giapponese Hara.E’ evidente però che, poiché la pancia è un bene di tutti, il significato che i giapponesi vogliono dare a questo ‘Ventre’ va ben oltre questa particolare zona del nostro corpo. Anche se, lo vedremo, tutto l’insieme dei concetti legati alla parola Hara trova poi un suo riferimento ed una sua collocazione ‘anatomica’ proprio in zona addome, esattamente in un’area interna e profonda che si trova collocata a circa quattro dita sotto l’ombelico.<br />
Il nostro autore tedesco, che ho citato in apertura, è un esperto di cose giapponesi ed ha dedicato un intero libro su questo argomento (<I>Hara: il centro vitale dell’uomo secondo lo Zen – Edizioni Mediterranee</I>).<br />
In questo libro troviamo un commento che può aiutarci a capire meglio questa espressione giapponese. Egli scrive: “il significato complessivo di questa espressione (<I>Hara no aru hito)</I> è ‘l’uomo che possiede un centro’.. Colui che manca di un centro perde facilmente l’equilibrio, mentre chi lo ha lo conserva sempre. In più, in lui vi è qualcosa di calmo e che tutto abbraccia. Ha come una ‘ampiezza umana’. L’espressione <I>Hara no aru hito</I> significa anche questo, significa un uomo che ha una grandezza d’animo, che è generoso e che ha ampie vedute. L’uomo che ha un centro giudica in modo sereno ed equilibrato, ha il senso di ciò che è importante e di ciò che non lo è. Lascia tranquillamente che la realtà gli si avvicini, nulla lo spaventa, nulla altera la sua calma prontezza ad intervenire in modo adeguato. Non si tratta di insensibilità ma dell’effetto di una data costituzione interiore da lui realizzata, caratterizzata da una elasticità ‘in profondità’ che gli permette di prendere posizione nel modo giusto di fronte ad ogni situazione, con naturalezza e con calma. In un dato frangente sa quel che deve fare, non lasciando che nulla lo sconvolga.”<br />
Diversamente, continua Von Durckheim, “‘l’uomo che non possiede un ventre’ (che non possiede <I>Hara</I>) è esattamente l’opposto di tutto ciò. Gli manca una misura divenuta per lui una specie di seconda natura. Così egli reagisce a caso, in un modo puramente soggettivo, non distinguendo ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Il suo giudizio non si basa sulla realtà ma risente di elementi contingenti personali, come lo stato d’animo, l’umore, lo stato dei suoi nervi. Si spaventa ed è nervoso, non perché sia particolarmente sensibile o i suoi nervi non siano a posto ma perché gli manca l’asse che gli permetterebbe di ‘non uscire dal proprio centro’ e di assumere in ogni situazione un atteggiamento adeguato agli stimoli che riceve e conforme alla realtà. E’ anche un individuo molto strutturato e rigido, mosso unicamente dalla testa oppure dall’emotività. Di fronte ad una situazione grave reagisce con ottusa ostinatezza, o resta senz’altro disorientato.”<br />
[&#8230;]</p>
<p>Per leggere il testo intero: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/beggio.htm">clicca qui</A></p>
 
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    ]]></content:encoded>
	<description>In un convegno a Verona del Settembre 2002 dal titolo “Curare e guarire come Via di conoscenza” introducevo alcune riflessioni sul tema di Hara citando una frase circa la malattia e la guarigione[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>La vita del Buddha nei testi del canone Pali (Vittorio Cucchi)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319879.shtml</link>
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	<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
    <comments>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319879.shtml#comments</comments>
    <category>buddhismo</category><category>Vita Buddha canone pali Vittorio Cucchi</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>I<br />
La nascita del Bodhisatta<br />
e la profezia di Asita</p>
<p>[Gli episodi salienti dell&#8217;infanzia e della giovinezza del futuro Buddha<br />
vengono narrati dallo stesso illuminato che rivela ai suoi  discepoli la<br />
storia di Vipassi, il primo dei mitici Buddha che lo avevano preceduto, nel<br />
corso di interminabili evi cosmici, sulla strada dell&#8217;illuminazione.</p>
<p>Bodhisattva (pali: bodhisatta) è secondo il buddhismo canonico l&#8217;essere<br />
spirituale destinato a ottenere la bodhi (l&#8217;illuminazione), dopo una serie<br />
infinita di incarnazioni.]</p>
<p>In quel tempo, dopo aver lasciato il Cielo delle Delizie (Tushita) entrò il<br />
Bodhisatta Vipassi nel grembo di sua madre: perfetta era in lui la memoria<br />
delle sue vite precedenti, perfetta la coscienza.</p>
<p>Regola immutabile è che, quando il Bodhisatta lascia il cielo delle Delizie<br />
per entrare nel grembo di sua madre, l&#8217;universo intero   il mondo degli dei,<br />
di Mara, di Brahma, e il mondo degli asceti, dei brahmani, dei re e delle<br />
genti che sono sulla terra   sia pervaso da un bagliore di luce di potenza<br />
infinita, superiore alla luce del mondo divino; pieni dello splendore infinito<br />
di questa luce sono allora anche gli immensi spazi che separano fra loro gli<br />
universi, quei mondi oscurati dal male e immersi nelle tenebre, quei mondi che<br />
il sole e la luna non possono illuminare pur con tutto il loro chiarore. E gli<br />
esseri che abitano questi regni delle tenebre si trovano mirabilmente<br />
rischiarati dallo splendore infinito; possono allora guardarsi e dirsi,<br />
riconoscendosi l&#8217;un l&#8217;altro: &#8220;Certo, anche altri esseri sono nati qui&#8221;.<br />
Tremano, ondeggiano e risuonano i diecimila mondi dell&#8217;universo.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Per leggere il testo intero: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/buddhismo/cucchi.txt">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080119000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080119000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080119000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080119000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F319879.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>I
La nascita del Bodhisatta
e la profezia di Asita
[Gli episodi salienti dell&amp;#8217;infanzia e della giovinezza del futuro Buddha
vengono narrati dallo stesso illuminato che rivela ai suoi  discepoli[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Introduzione alle upanisad (Anthony Elenjimittam)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319878.shtml</link>
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	<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
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    <category>filosofia_indiana</category><category>introduzione upanisad vedanta filosofia indiana elenjimittam</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Così come la più alta catena di montagne, l&#8217;Himalaia, si trova in India, anche la più sublime religione filosofica ha le sue radici nella terra del Gange: mi riferisco alle Upanisad, ovvero all&#8217;ultima parte della letteratura vedica. I Quattro Veda, e cioè il Rg Veda, il Yajur Veda, il Sama Veda e l&#8217;Atharva Veda, sono seguiti dai Bramani o libri liturgici dell&#8217;induismo popolare. La terza parte dei veda prende il nome di Aranyakas, ed è formata dai libri più antichi, concepiti per coloro che si sono isolati in ritiro, i vanaprasta, i quali, dopo aver sperimentato la vita sotto tutti i suoi aspetti, si sono ritirati nella solido e nell&#8217;ombra riposante delle montagne e della giungla per riflettere e meditare sui problemi della vita. La quarta ed ultima parte della letteratura vedica è nota con il nome di Upanisad e contiene l&#8217;essenza filosofica concentrata del pensiero speculativo dei  Rishis, saggi e santi che rinunciano totalmente al mondo per meditare e risolvere i problemi della vita e della morte. Per questa ragione le Upanisad e la filosofia basata sulla letteratura upanisadica si chiamano Vedanta (che significa Veda-anta, fine dei Veda, la letteratura filosofica conclusiva dei Veda). I Veda, i Bramani, le Aranyakas e le Upanisad formano la letteratura vedica di base della razza ariana, fondamento delle religioni degli Indù, dei buddisti e di altri germogli religiosi minori della razza indo-ariana. Il vocabolo Upanisad deriva dalla radice Upani-shad, e significa &#8220;essere seduto&#8221;. I prefissi Upa e Ni vorrebbero indicarci il senso etimologico delle Upanisad del riunirsi tutti insieme, sedersi e parlare intorno ad un tavolo. In altre parole, le Upanisad sono il risultato di discussioni e di conversazioni fra coloro che aspirano a Dio, fine ultimo della vita, dialoghi fra maestro e discepolo, fra Guru e Chela. A somiglianza dei dialoghi socratici, il saggio upanisadico, il profeta, pone delle domande ai suoi discepoli al fine di sollecitarli a pensare, ottenendo delle risposte sui problemi fondamentali della vita e sul modo di conseguire la pace dell&#8217;anima, la quiete del cuore e l&#8217;immortalità. Le Upanisad, o Vedanta, che formano la parte conclusiva dei veda, furono composte fra il 1000 e il 200 a. C.. Esistono Upanisad autentiche e genuine, altre apocrife, appendici successive ed interpolazioni. Alcuni contano 200 Upanisad, altri 100. Barth sostiene che il numero delle Upanisad può salire a  250, includendo l&#8217;Upanisad di Allah che fu composta all&#8217;epoca del sultano della dinastia mongolo, Akbar (1542 - 1605). Paul Deussen, uno degli studiosi Occidentali più accreditata, dice nel suo famoso libro, La filosofia delle Upanisad, che la dottrina essenziale contenuta in ben più di 100 Upanisad è esoterica ed è affine alla cultura idealistica ed esoterica greca riservata a pochi eletti. Max Miller, che può essere considerato il maggior  orientalista dell&#8217;Occidente, basandosi su 108 Upanisad, ne accetta quali più importanti soltanto le dieci sulle quali Shankara scrisse il commento. E cioè: Brihadaranyaka, Chandogya, Aitirya, Kaustiki, il Taittirya, Kena, Isha, Katha, Mundaka e Mandukya. A queste dieci possono essere aggiunte, a pari importanza, l&#8217;Upanisad Svetasvatara, la Maitrayani e la Kaivalya, considerate altrettanto autorevoli ed utili per l&#8217;auto-realizzazione.[&#8230;]Per leggere il testo completo: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/intro_upanishad.doc">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080119000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080119000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080119000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080119000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F319878.shtml"/></p>
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	<description>Così come la più alta catena di montagne, l&amp;#8217;Himalaia, si trova in India, anche la più sublime religione filosofica ha le sue radici nella terra del Gange: mi riferisco alle Upanisad, ovvero[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Testi sufi sul Tawhid (a cura di Giuseppe Scattolin)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319876.shtml</link>
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	<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
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    <category>sufismo</category><category>contemplazione dio sufismo islam tawhid</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><EM><STRONG>1. Il tawhiîd nel Corano e nella tradizione del Profeta</STRONG></EM><B><br />
</B><br />
<STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">Per comprendere il senso del tawhîd sufi occorre rifersi al testo coranico, essendo questo, come abbiamo visto, la prima fonte dell’esperienza sufi. Qui mi limito ad alcuni cenni generali. Le formule del tawhîd ritornano con insistenza (circa 82 volte) nel testo coranico e sotto le forme piu’ diverse.[2] Il testo fondamentale per il tawhîd islamico e’ senz’altro il capitolo coranico chiamato ‘Sura dell’ikhlâs ‘, cioe’ la sura della ‘fede pura’ (C 112). Essa e’ la piu’ semplice ed anche la piu’ completa espressione dell’assoluto monoteismo islamico, e luogo preferito nella recitazione del testo coranico. Essa recita:</STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400"><EM>&#8220;Di’: Egli e’ il Dio (Allâh) - l’Uno (ahad) - </EM></STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400"><EM>il Dio (Allâh) il Permanente-Immutabile (samad) -</EM></STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400"><EM>Egli non e’ stato generato - ne’ e’ stato generato - nulla e’ simile a Lui&#8221;. </EM></STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">E’ interessante notare come il termine samad, che noi traduciamo come il ‘Permanente-Immutabile’, corrisponde in realta’, secondo una lettura intertestuale assai convincente, al termine ‘roccia’ nella Bibbia, in espressioni come ‘Yahweh e’ la roccia di Israele’, cioe’ la base solida e permanente sostegno del suo popolo. [3]</STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">Un altro testo importante e’ quello tratto dalla ‘Sura al-shûrâ’ (42, 11); esso recita :</STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400"><EM>&#8220;Nulla e’ simile a Lui; ed Egli e’ Colui che sente e vede”. </EM></STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400"><EM>(laysa ka-mithli-hi shay&#8217;un; wa-huwa al-samî’u l-basîr)</EM></STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">Il peso di tali formule nel contesto coranico deve essere compreso alla luce del suo assoluto teocentrismo. Lo studioso giapponese, Toshihiko Izutsu, che ha dedicato ampi studi all’analisi semantica del testo coranico afferma in modo categorico: </STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">&#8220;&#8230; dal punto di vista semantico Allâh e’ la parola-focale al grado piu’ alto nel vocabolario del Corano; essa presiede sopra tutti i campi semantici e, conseguentemente, sopra tutt il sistema [linguistico coranico”. [4]</STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">La ripetizione continua di queste formule coraniche hanno il piu’ profondo impatto sulle menti e sui cuori dei credenti, e permeano i loro sentimenti con la piu’ profonda e forte fede di assoluto monoteismo. L. Massignon nel suo studio sull’origine del vocabolario sufi, Essai sur les origines du lexique technique de la mystique musulmane&#8217; (Paris, 1922), ha giustamente messo in rilievo l’importanza della tecnica dell’instinbât come mezzo di formazione del vocabolario sufi.[5] Il termine instinbât (letteralmente ‘trarre l’acqua da un pozzo profondo’) significa cercare il senso profondo di un testo. Questo avviene normalmente mediante la ripetizione, anzi la manducazione continua del testo che porta ad una immersione totale nel suo senso profondo. Questa pratica sufi ha un evidente parallelo nella lectio continua praticata negli ambienti del monachesimo orientale. Occorre aggiungere anche che questa tecnica raggiunge il suo effetto piu’ efficace e profondo proprio nelle formule del tawhîd. Mediante la loro incessante ripetizione l’interno del sufi (anima, mente e cuore) e’ come invaso dalla presenza divina fino a perdere la coscienza personale di se’, immergendosi e perdendosi sempre piu’ in Lui. Questa pratica della ripetizione di formule religiose si chiama anche nella terminologia sufi ‘ricordo’ (dhikr) di Dio. Anche tale pratica ha molti parallelismi in altre religioni. </STRONG></p>
<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">Dopo il Corano, anche il hadîth, la seconda fonte della fede islamica, riporta molte affermazioni sul tawhîd che ripetono in generale il contenuto delle formule coraniche, pure con qualche sviluppo semantico. [6]</STRONG></p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Per leggere il testo integrale: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticaislamica/testisufi.htm">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080119000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080119000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080119000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080119000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F319876.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>1. Il tawhiîd nel Corano e nella tradizione del Profeta

Per comprendere il senso del tawhîd sufi occorre rifersi al testo coranico, essendo questo, come abbiamo visto, la prima fonte dell’esperienza[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>La contemplazione nel sufismo (Giuseppe Scattolin)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2008/01/319875.shtml</link>
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	<pubDate>Sat, 19 Jan 2008 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
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    <category>sufismo</category><category>contemplazione dio sufismo islam</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><STRONG style="FONT-WEIGHT: 400">Prima di parlare direttamente del tema proposto ‘La contemplazione di Dio nel Sufismo’, credo opportuno proporre alcune riflessioni preliminari per meglio comprendere la mistica islamica o sufismo. Per un suo approfondimento ulteriore, rimando a quanto ho scritto altrove.<br />
La mistica islamica, o il sufismo, e’ stata oggetto di discussioni antiche e moderne fra chi la riconosce parte della religione dell’Islam e chi la rifiuta. Ma non c’e’ dubbio ora che la mistica islamica e’ riconosciuta’ da parte dei piu’ grandi studiosi sia occidentali che musulmani come parte integrante dell’Islam, come una sua dimensione essenziale (secondo il titolo di un noto libro di Annemarie Schimmel). Basterebbe ricordare che il piu’ grande teologo dell’Islam sunnita, , come tale riconosciuto dalla maggior parte dei musulmani, Abû Hâmid al-Ghazâlî (m. 505/1111) e’ stato un grande esempio di pratica e di teoria del sufismo, tanto che nella sua summa ha messo il sufismo alla sommita’ della vita spirituale dell’Islam. Del resto si puo’ facilmente notare che il rifiuto del sufismo e’ avvenuto per lo piu’ ed avviene tuttora su basi estrinseche ad esso, cioe’ per motivi ideologico-politici.<br />
Con questo non si nega che il sufismo, come del resto tutte le altre scienze islamiche, possa avere subito, e di fatto ha subito l’influsso di correnti spirituali extra-islamiche. Questo tuttavia non mette in forse la sua originale sintesi fra la fede islamica e i vari influssi extra-islamici. Come pure non si nega che fra il sufismo e l’Islam giuridico, rappresentato dai dottori della legge islamica (ulema) ci siano stati e continuano ad esserci conflitti, molte volte anche violenti, fino al vero martirio (vedi la vicenda di al-Hallâj, 309/922). Cio’ nonostante, oltre al fatto che conflitti simili si trovano in tutte le religioni, nessuno puo’ dire che la religione dei giuristi, o meglio la loro interpretazione di essa, sia la sola vera che deve essere accettata, e quella dei mistici no. Tanto piu’ che nell’Islam sunnita non esiste un chiara autorita’ in materia e il tutto viene deciso per un certo consenso comune non sempre facile a definire. I sufi comunque da parte loro hanno sempre avuto chiara coscienza di essere musulmani, anzi di essere quelli che hanno cercato di realizzare la vera realta’ della religione, come vedremo. </STRONG></p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Per leggere l&#8217;intero intervento: <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticaislamica/contemplazionesufismo.htm">clicca qui</A></p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20080119000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20080119000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20080119000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20080119000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffilosofie_orientali%2Finterventi%2F2008%2F01%2F319875.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>Prima di parlare direttamente del tema proposto ‘La contemplazione di Dio nel Sufismo’, credo opportuno proporre alcune riflessioni preliminari per meglio comprendere la mistica islamica o sufismo.[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Lo zen e l&#039;occidente (Taisen Deshimaru)</title>
	<link>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2007/11/313532.shtml</link>
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	<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1438</dc:creator>
    <comments>http://guide.supereva.it/filosofie_orientali/interventi/2007/11/313532.shtml#comments</comments>
    <category>zen</category><category>zen occidente Taisen Deshimaru</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><EM>Perché lei è venuto in Francia?</p>
<p></EM>Amo molto la Francia, l&#8217;Europa, e così sono venuto. Sono venuto per insegnare l&#8217;autentico Zen agli europei, che ne<br />
hanno una conoscenza distorta, libresca. Il mio Maestro, Kodo Sawaki, mi disse: « E’ necessario andare in Europa.<br />
Bodhidharma portò le Zen indiano in Cina, Dogen lo trasmise dalla Cina al Giappone e ora dal Giappone deve<br />
diffondersi in Europa. E’ decisivo che ciò avvenga ».Se la terra si estenua, il grano non può crescere. Ma se la<br />
terra si rinnova, il grano cresce rigoglioso. L’Europa è una terra vergine per lo Zen, e io spero che il suo grano<br />
possa attecchirvi e fiorire.</p>
<p><EM>Le culture indiane, cinesi e giapponesi hanno influenzato lo Zen. Ritiene che nella nostra cultura vi siano<br />
elementi in grado a loro volta di influenzarlo?<br />
</EM><br />
E’ ormai da più di dieci anni che ho portato lo Zen in Europa. Attualmente la civiltà europea è estenuata, e quando<br />
una civiltà si estenua solo lo Zen può ridonarle una potenza vitale. Accadde così anche in Cina: la cultura<br />
intellettuale si era sviluppata in modo eccessivo, e fu lo Zen a vivificarla. In Giappone, ai tempi di Dogen, il<br />
Buddhismo tradizionale si era chiuso in un totale esoterismo. I giapponesi erano estenuati perché si servivano<br />
troppo dell&#8217;immaginazione e dell&#8217;intelletto. Dogen restituì, con lo Zen, l&#8217;equilibrio al loro spirito. La spiritualità e<br />
l&#8217;immaginazione non bastano: anche la pratica è necessaria.<br />
Praticare la meditazione, lo zazen, è facile, ma anche difficile. La posizione è semplice, e però comporta delle<br />
difficoltà e richiede la più alta maestria.<br />
Oggi in Europa, in tutto l&#8217;occidente scientifico, la civiltà è in decadenza. Se gli occidentali praticheranno la<br />
meditazione, la loro civiltà tornerà forte. Io lo credo fermamente.<br />
Gli occidentali hanno una grande intelligenza. Praticando la meditazione diverranno più attivi e più equilibrati. E la<br />
civiltà europea continuerà ad essere potente nei secoli a venire.</p>
<p><EM>Ma la meditazione non è evasione dall&#8217;economia, dal sociale, dal mondo?<br />
</EM><br />
No. Non lo credo. Il neonato è attratto dal seno della madre. L&#8217;adolescente è affascinato dalla sessualità. Il denaro<br />
e il possesso materiale attirano gli adulti. E infine vengono gli onori.<br />
Ma se l&#8217;essere umano scopre che tutto questo non dona la felicità a cui aspira e si rivolge alla spiritualità, non si<br />
tratta di evasione, bensì di una prova di realismo, di evoluzione. Solo l&#8217;essere umano può accedere al mondo dello<br />
spirito.<br />
lo non ho mai negato l&#8217;importanza del lavoro e della vita quotidiana. Ogni uomo deve guadagnarsi da vivere.« Qui e<br />
ora »: è importante. La meditazione deve essere il sostegno della vita quotidiana, e attraverso la meditazione tutta<br />
la nostra vita diviene Zen, diviene vita spirituale.<br />
Ma cos&#8217;è la vita spirituale? E’ conoscere se stessi. Tutti i grandi uomini l&#8217;hanno detto, tutti hanno compreso questa<br />
verità: « lo sono il Nulla assoluto ».<br />
Solo comprendendo che l&#8217;« io » è interdipendenza, che è il risultato delle influenze del nostro ambiente, che in tutto<br />
questo non c&#8217;è posto per il « me », che tutta la nostra vita è priva di noumeno, solo così potremo aprirci alle<br />
dimensioni del cosmo, solo così potremo accogliere la sua energia e potremo creare.<br />
Aprite le mani, e riceverete tutto, anche i beni materiali. Non abbiate paura: tutto questo è l’illuminazione, è il<br />
Satori.</p>
<p><EM>Qual è la situazione del mondo in rapporto all&#8217;evoluzione umana?<br />
</EM><br />
Vi sono cose che non si sviluppano, che si involvono. questo, un grande problema di civiltà. Alcuni pensano chela<br />
civiltà favorisca il progresso, altri ritengono che sia il progresso a sviluppare la civiltà. Chi ha ragione? L’uomo si<br />
evolve o si involve?<br />
Se il cervello centrale, l&#8217;ipotalamo, si indebolisce, questa non è un&#8217;evoluzione. E cervello interno si indebolisce,<br />
quello esterno si rafforza. Ma l&#8217;armonia, l&#8217;equilibrio tra loro è indispensabile. Solo quando il cervello interno e<br />
l&#8217;ipotalamo si rafforzano armonicamente, si ha vera evoluzione. E’ per questo che la meditazione è così importante.<br />
lo parlo sempre di equilibrio. Se non esiste equilibrio tra il cervello interno, primitivo, e il cervello esterno,<br />
intellettuale, si determina una situazione di debolezza. Com&#8217;è possibile armonizzarli? Si pone qui il problema<br />
dell&#8217;educazione dell&#8217;uomo.</p>
<p><EM>Cosa pensa dell&#8217;educazione dei fanciulli?<br />
</EM><br />
E’ un problema arduo e decisivo. Educare è come far volare un aquilone: talvolta bisogna tirare il filo, talvolta<br />
bisogna allentarlo. Se lo si tira troppo, o troppo poco, l&#8217;aquilone cade.<br />
I bambini moderni sono viziati, in pericolo. Nell&#8217;educare è necessario trovare un equilibrio tra severità e gentilezza.<br />
Se la madre possiede una tale forza, la trasmetterà al figlio. L’educazione della madre è decisiva. Se la madre<br />
sbaglia, il figlio sbaglia. Anche l&#8217;onestà è necessaria: il bambino deve poter vedere nell&#8217;animo della madre. Se la<br />
madre sbaglia, deve chiedere scusa al figlio.</p>
<p><EM>Perché siamo imperfetti? Eravamo forse perfetti, un tempo, e dobbiamo ridiventarlo?<br />
</EM><br />
E’ il problema della civiltà. La civiltà antica era più perfetta di quella moderna? E’ un falso problema, perché non ha risposta.<br />
Originariamente, il cervello interno era particolarmente sviluppato, e la civiltà ha portato alla sua involuzione. Più il cervello esterno cresce, più si atrofizza quello interno. E così nascono squilibri, malattie mentali, nevrosi, follia, come accadde a Nietzsche e a molti altri filosofi. L’educazione moderna si rivolge unicamente al cervello esterno. Come possiamo ridar forza al cervello interno?<br />
Ho visitato le grotte di Lascaux e di Tassiffi. In epoca remota degli uomini, in queste grotte, fecero dei disegni. Sono opere belle e delicate, e io le preferisco a quelle di Picasso. L’evoluzione dell’uomo è un problema enorme. L’intelligenza si è grandemente sviluppata dal Medioevo ad oggi, ma che ne è stato della saggezza? Si può parlare di evoluzione nell&#8217;epoca attuale? I muscoli si indeboliscono, il cervello si indebolisce.<br />
L’Occidente deve ritornare forte. Non ha la stessa religione dell&#8217;Asia e dell&#8217;Africa, ma io auspico una fusione. Gli africani sono combattivi. E’ la caratteristica del deserto. La loro religione è forte. I musulmani si battono e si organizzano. Gli asiatici sono più calmi. Dipende dall&#8217;influenza del monsone, che devasta tutto: la pazienza è necessaria. Il Buddha non voleva la guerra. Amava la pace. E il Buddhismo si è sviluppato e ha influenzato tutta l&#8217;Asia.<br />
Ma come giungere a una vera pace tra gli uomini? I problemi economici e quelli politici ci influenzano. Dobbiamo accogliere gli influssi benefici e rifiutare quelli malefici. Lo sforzo che dobbiamo fare è decisivo, è uno sforzo nuovo. E’ un nuovo stile di sforzo. Gli europei non si sforzano abbastanza. Si stancano subito. Proprio per questo la pratica della meditazione è per loro così importante. La meditazione rende forti. Se siete forti, nasce in voi il desiderio di diffondere la vostra forza. Ma se la rivolgete al male, essa si trasforma in aggressività, e questo è funesto .All&#8217;aggressività bisogna opporre la saggezza. Bisogna praticare la saggezza, rivolgere la forza verso il bene. Bisogna creare un equilibrio. Non si può agire come belve, ma non si può neppure agire come esseri puramente spirituali, come fantasmi. L’equilibrio è decisivo, va nel senso dell&#8217;evoluzione.</p>
<p>Per leggere l&#8217;intera intervista, <A href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/zeneocc.htm">clicca qui</A>.</p>
 
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	<description>Perché lei è venuto in Francia?
Amo molto la Francia, l&amp;#8217;Europa, e così sono venuto. Sono venuto per insegnare l&amp;#8217;autentico Zen agli europei, che ne
hanno una conoscenza distorta,[...]</description>
	
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	<title>La pratica della meditazione</title>
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	<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 00:00:00 GMT</pubDate>
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    <category>zen</category><category>pratica meditazione alan watts</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>La pratica della meditazione non è quel che comunemente si intende per pratica, nel senso di ripetizione intesa a preparare a una qualche prova futura. Può sembrare strano e illogico dire che la meditazione sotto forma di yoga, dhyana o za-zen, come è in uso presso gli induisti e i buddhisti è una pratica priva di scopo nel futuro immediato o lontano, poiché è l&#8217;arte dell&#8217;essere completamente centrati nel qui e ora. &#8220;Io non sono addormentato e non c&#8217;è nessun posto in cui voglia andare&#8221;.<br />
Viviamo in una cultura totalmente stregata dall&#8217;illusione del tempo, in cui il cosiddetto momento presente è sentito come qualcosa di infinitesimale fra un passato potentemente condizionante e un futuro la cui importanza è assoluta. Non abbiamo un presente. La nostra coscienza è quasi totalmente occupata dal ricordo e dall&#8217;aspettativa. Non ci rendiamo conto che non c&#8217;è mai stata, non c è e non ci sarà mai altra esperienza che quella del presente.<br />
Siamo perciò privi di contatto con la realtà. Confondiamo il mondo di cui si parla, che si descrive e si misura col mondo qual è in realtà. Siamo sotto l&#8217;incantesimo di quegli utili strumenti che sono i nomi, i numeri, i simboli, i segni, i concetti e le idee. Ecco dunque che la meditazione è l&#8217;arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po&#8217; come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto.<br />
Limitatevi a stare seduti, chiudere gli occhi e ascoltare tutti i suoni che possono essere nell&#8217;aria, senza provare a identificarli o a definirli. Ascoltate come ascoltereste la musica. Se vi accorgete che il dialogo mentale continua, non cercate di interromperlo con la volontà. Limitatevi a lasciare la lingua rilassata, abbandonata e comoda nella mascella inferiore, e ascoltate i vostri pensieri come ascoltereste gli uccelli che cinguettano fuori dalla finestra, puro rumore nella vostra testa: i pensieri alla fine si placheranno da soli, come uno stagno agitato e fangoso si calma e torna limpido se non lo si disturba.<br />
Ancora, prendete coscienza del vostro respiro e lasciate che i vostri polmoni funzionino al ritmo loro congeniale. E per un po&#8217; restate semplicemente ad ascoltare e sentire il respiro. Ma, se possibile, non chiamatelo così. Limitatevi a vivere l&#8217;evento non verbale. Si può obiettare che questa non è meditazione &#8217;spirituale&#8217; ma semplice attenzione al mondo fisico: si dovrebbe però comprendere che spirituale e fisico sono soltanto idee, concetti filosofici, e che la realtà di cui ora avete coscienza non è un&#8217;idea. Di più, non c&#8217;è in voi un io che ne è cosciente. Anche quella era solo un&#8217;idea. Potete udirvi in ascolto?<br />
E adesso cominciate a lasciar &#8216;cadere&#8217; il vostro respiro all&#8217;esterno, lentamente e comodamente. Non sforzate né tendete i polmoni, ma lasciate che il respiro esca allo stesso modo di quando vi abbandonate in un letto accogliente. Lasciatelo semplicemente andare, andare, e andare. Non appena c&#8217;è un minimo sforzo, fatelo semplicemente rientrare come un riflesso, senza pressioni o strappi. Non pensate all&#8217;orologio. Non pensate a contare. Mantenete semplicemente questo stato tanto a lungo quanto dura il senso di beatitudine che dà.<br />
Usando il respiro in questa maniera, scoprite come produrre energia senza forza. Ad esempio, una delle tecniche (in sanscrito upaya) usate per quietare la mente pensante e il suo meccanico chiacchiericcio è nota come mantra - che è il salmodiare un suono in quanto suono, piuttosto che per il significato. Per cui cominciate a emettere un&#8217;unica nota sull&#8217;onda dell&#8217;espirazione, all&#8217;altezza che vi viene più facile. Gli induisti e i buddhisti usano per questa pratica sillabe come OM, AUM (cioè HUNG), e i cristiani possono preferire AMEN O ALLELUIA, i mussulmani ALLAH e gli ebrei ADONAI: sostanzialmente non fa differenza, dal momento che ciò che conta è solo e unicamente il suono. Come i Buddhisti Zen potreste usare semplicemente la sillaba Mu (~). Scegliere questa sillaba, e lasciate che la vostra coscienza sprofondi giù, giù, giù dentro il suono fino a quando non provate più nessun senso di sforzo.<br />
Soprattutto, non puntate a un risultato, a un improvviso cambiamento di coscienza o al satori: l&#8217;essenza della pratica della meditazione è tutta nel concentrarsi su ciò che È, non su ciò che dovrebbe o potrebbe essere. Il problema è: non usare la forza per svuotare la mente, o per concentrarsi su un punto di luce o altro, anche se, fatto senza accanimento, queste cose possono essere meravigliose.<br />
Quanto dovrebbe durare tutto ciò? La mia idea, forse non ortodossa, è che lo si possa far durare fintanto che non c&#8217;è sensazione di sforzo - e può voler dire arrivare a trenta o quaranta minuti a seduta; dopo di che vorrete tornare allo stato di normale riposo e distrazione.<br />
Sedendo per meditare, è bene mettere sul pavimento un cuscino abbastanza consistente, tenere la spina dorsale diritta ma non rigida, tenere le mani in grembo - a palme in alto - poggiare morbidamente l&#8217;una sull&#8217;altra e sedere a gambe incrociate nella posizione del Buddha, nella postura del mezzo &#8216;loro&#8217; o del loto completo, o inginocchiati e seduti all&#8217;indietro sui calcagni. &#8216;Loro&#8217; significa che uno o entrambi i piedi poggiano, con la pianta rivolta verso l&#8217;alto, sulla coscia opposta. Queste posture sono leggermente scomode, ma hanno, proprio per questo, il vantaggio di tenervi desti.<br />
Può accadere che nel corso della meditazione abbiate visioni stupefacenti, idee abbaglianti e meravigliose fantasie. Può anche succedervi di avere l&#8217;impressione di stare per diventare chiaroveggenti, o di poter lasciare il corpo e viaggiare a volontà. Ma tutto ciò è distrazione. Lasciatelo stare e osservate semplicemente cosa accade ADESSO. Non si medita per acquistare poteri straordinari:<br />
infatti, se riusciste a diventare onnipotenti e onniscienti, che fareste? Non ci sarebbero ad attendervi altre sorprese, e tutta la vostra vita sarebbe come far l&#8217;amore con una donna di plastica. Attenti, quindi, a tutti quei guru che promettono &#8216;meravigliosi risultati&#8217; e altri futuri benefici dal loro insegnamento. Ciò che importa veramente è rendersi conto che il futuro non esiste, e che il vero senso della vita è l&#8217;esplorazione dell&#8217;eterno presente. FERMATEVI, GUARDATE e ASCOLTATE!<br />
Si racconta che un uomo andò dal Buddha con un&#8217;offerta di fiori in ambo le mani. Il Buddha disse: &#8220;Lascialo cadere!&#8221;. Per cui egli fece cadere i fiori che aveva nella mano sinistra. Il Buddha disse ancora: &#8220;Lascialo cadere!&#8221;, ed egli lasciò cadere i fiori che teneva nella mano destra. Ma il Buddha disse: &#8220;Lascia cadere quello che non hai né a sinistra né a destra ma al centro!&#8221;. E l&#8217;uomo fu di colpo illuminato.<br />
È meraviglioso avere la sensazione che tutto ciò che vive e che si muove sta cadendo o segue la gravità. Dopotutto, la terra sta cadendo intorno al sole, e a sua volta il sole sta cadendo intorno a qualche altra stella. Poiché l&#8217;energia è semplicemente il prendere la via della minima resistenza. L&#8217;energia è nella massa. La potenza dell&#8217;acqua è nel seguire il suo stesso peso. Tutto viene a colui che ha peso.</p>
 
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