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Sentenze indiane

Brani tratti da diversi testi filosofici indiani: Bhagavadgita, Upanisad, Srimad Bhagavatam, Pancatantra, Vivekachudamani, Brahma Sutra, ...

L’identificazione di “io” e “tu” derivata dall’errato concetto dell’identità personale, è vana come un sogno, ma causa un’errata interpretazione della vita e conduce alla schiavitù e alla sofferenza. (Srimad Bhagavatam, IV 12, 4)

Pensando “Io” oppure “ciò è mio” ci si intrappola da se stessi come un uccello con dei lacci. Così un uomo caratterizzato dall’analisi della mente, dalla protervia e dalla presunzione e intrappolato; mentre allora colui che è l’opposto è libero. Ne deriva che se si resta liberi da analisi della mente, dalla protervia e dalla presunzione si giunge alla libertà. Ecco precisamente la via del Brahman; ecco, quaggiù, l’apertura della porta; e attraverso questa porta si potrà passare al di là delle tenebre. (Maitry Upanisad, V, 30)

Se l’anima incarnata si priva della conoscenza completa, non controlla più i sensi e la mente e agisce senza capire la portata delle sue azioni. Così ne rimarrà prigioniera come un baco da seta costretto a chiudersi da solo nel suo bozzolo. (Srimad Bhagavatam, VI, 1, 52)

Gli uomini sono animali rotti dalle fatiche, logorati dalla miseria, ma si illudono tuttavia di essere felici quando si riempiono il ventre e si abbandonano alle passioni. (Srimad Bhagavatam, III, 10, 26)

Come un povero cane che, sopraffatto dalla fame, va di porta in porta a volte ricevendo cibo altre volte una bastonata, a seconda del caso, così l’uomo preda dei desideri vaga sui molti sentieri della vita, nel bene e nel male, nella fortuna e nella sfortuna, nella gioia e nel dolore o nella mediocrità, a seconda del caso. (Srimad Bhagavatam, IV 29, 30-31)

Non colui che soddisfa tutti i suoi desideri otterrà la pace, ma colui che rimarrà imperturbabile ai desideri. (Bhagavad-Gita, II, 70)

Non bisognerebbe mai cadere preda del desiderio e dell’avversione, dal momento che essi sono un ostacolo al bene. (Bhagavad-Gita, III, 34)

Colui che scorge la non-violenza nella violenza e il disinteresse nell’interesse è un saggio, e pur operando tra gli uomini è a loro superiore. (Bhagavad-Gita, IV, 18)

Dio non è responsabile delle azioni buone o cattive degli uomini, ma sono gli uomini ad agire confusamente quando la loro consapevolezza è offuscata dall’ignoranza. (Bhagavad-Gita, V 15)

Tu sei senza forma, pur avendo forma, poiché grazie all’Illusione Tu assumi innumerevoli forme secondo il tuo desiderio. Tu sei Te stesso, senza inizio, e tuttavia sei l’inizio di tutto. Sei Tu che crei, conservi e distruggi il mondo. (Mahanirvana Tantra)

Dio, l’Unico, esisteva così prima d’ogni cosa. Egli è il Maestro di tutti, e tutti tendono a Lui anche se lo identificano in modi vari e differenti. (Srimad Bhagavatam, III, 5, 23)

In quel tempo non vi era l’essere, non vi era il non-essere. Non vi era lo spazio né, al di là, il firmamento. Qual era il contenuto? Dov’era? Sotto la custodia di chi? Che era l’acqua profonda, l’acqua senza fondo?

In quel tempo non v’era la morte né la non-morte, nessun segno che distinguesse la notte dal giorno. L’Uno respirava sereno, autosufficiente, senza null’altro che esistesse.

In origine fu tenebra nascosta nella tenebra, tutto ciò che si vedeva era solo onda indistinta. Avvolto nel caos, il Diveniente, l’Uno, pulsava per suo stesso fervore.
Per primo si sviluppò il Desiderio, che fu il primo germe del Pensiero. Cercando con riflessione nelle loro anime, i Saggi trovarono nel non-essere il legame dell’essere. Il balenare che illuminò il buio abissale e il caos fu in alto? Fu in basso? Chi potrà dirlo mai? (Rg Veda, XI 129)

La Legge è il fondamento dell’universo; in questo mondo le creature tendono verso ciò che a loro sembra più conforme alla Legge; è con la Legge, infatti, che si allontana il peccato, poiché sulla Legge si regge l’universo. Per questo motivo la Legge è considerata l’ultimo fondamento. (Mahanarayana Upanisad)

Ecco ciò che è sul piano del mondo: la terra è l’elemento anteriore, il cielo è l’elemento ulteriore, lo spazio è il collegamento fra i due. Il vento è il mezzo di collegamento.
Ecco ora ciò che è sul piano della luce: il fuoco è l’elemento anteriore, il sole è l’elemento ulteriore, le acque sono il collegamento fra i due, il lampo è il collegamento definitivo.

Ecco ora ciò che è sul piano della scienza: il maestro è l’elemento anteriore, l’allievo è l’elemento ulteriore, la scienza è il collegamento fra i due, l’istruzione è il mezzo di collegamento.

Ecco ora ciò che è sul piano della generazione: la madre è l’elemento anteriore, il padre è l’elemento ulteriore, la discendenza è il collegamento fra i due, la procreazione è il mezzo di collegamento.

Ecco ora ciò che è sul piano del Sé: la mascella inferiore è l’elemento anteriore, la mascella superiore è l’elemento ulteriore, la parola è il collegamento fra i due, la lingua è il mezzo di collegamento.

Tali sono le grandi connessioni. Colui che conosce le grandi connessioni quali sono state spiegate è collegato. (Taittiriya Upanisad, prima liana)

Se si percuote la radice di un grande albero, essa perde linfa, ma l’albero continua a vivere; se si percuote il tronco, questo perde linfa, ma l’albero continua a vivere; se si percuotono i rami, questi perdono linfa, ma l’albero continua a vivere. Pervaso dall’Anima che è la vita stessa l’albero si erge, godendo nel bere avidamente l’umidità del suolo. Ma non appena la vita lascia un ramo, ecco che esso diventa secco; se ne lascia un secondo, ecco che anche il secondo diventa secco; se abbandona tutto l’albero, ecco che tutto l’albero diventa secco.

Capisci bene questo: quando la vita abbandona qualcuno, costui muore, ma non muore la vita, la vita che è identica all’essenza sottile. L’universo intero s’identifica con questa essenza sottile, che altro non è se non la Grande Anima! E anche tu sei Ciò. (Chandogya Upanisad, sesto libro, 6)

Colui che, pago di ciò che ha, ha superato il dualismo, è scevro da invidia e rimane sereno tanto nel successo quanto nel fallimento; qualsiasi azione compia è un uomo puro. (Bhagavad-Gita, IV, 22)

L’anima usi la mente per elevarsi, non per degradarsi. In verità la mente può essere l’amica dell’anima, ma anche la sua nemica. (Bhagavad-Gita, VI, 5)

Tre sono le porte dell’inferno che distruggono il Sé: la lussuria, la collera e l’avidità. Ecco quindi ciò da cui si deve fuggire. (Bhagavad-Gita, XVI, 21)

È detto che la serenità, la lealtà, la ponderatezza, il controllo delle passioni e la purezza di intenti sono i valori della mente. (Bhagavad-Gita, XVII, 16)

Chi ascoltando le voci del cuore o gli insegnamenti dei saggi si distacca dalle cose materiali e lascia il mondo delle apparenze per seguire quel Dio che è dentro di lui, ecco veramente un grande uomo. (Srimad Bhagavatam, I, 13, 27)

Colui che giunge al termine della vita affronti senza paura la morte, abbandonando con l’arma del distacco tutti i desideri che il corpo può ancora nutrire. (Srimad Bhagavatam, II, 1, 15)

Giusto comportamento, vita morigerata, carità e parola sincera sono i quattro pilastri di ogni religione. Corrispondono a quattro stadi dell’esistenza umana e corrispondono alla naturale inclinazione di ciascuno di noi. (Srimad Bhagavatam, III, 12, 41)

L’anima, pur risiedendo nel corpo, distaccandosi dagli influssi della materia può rimanere libera da appetiti carnali, dal senso del possesso, dalla paura della morte, così come il sole, pur riflettendosi sull’acqua, ne è distaccato. (Srimad Bhagavatam, III, 27, 1)

Come un uomo, pur amando il figlio o le ricchezze, sa di essere altro che loro, così l’anima realizzata, pur amando il proprio corpo, sa di essere altro che lui.

(Srimad Bhagavatam, III, 23, 39)

Finché rimaniamo condizionati dalle leggi della natura, mai sarà possibile porre fine alle sofferenze determinate dalle circostanze, dagli uomini, dal proprio corpo, dalla propria mente. (Srimad Bhagavatam, IV 29, 32)

Come un sogno agisce sino a che non ci si sveglia, così le sofferenze dell’esistenza materiale agiscono sino a che non si giunge a conoscerne la Causa vera. (Srimad Bhagavatam, IV, 29, 35)

Sino a che la mente non distinguerà la natura dell’anima dal mondo della materia sarà costretta a soggiacere al dolore, all’illusione, alla malattia, all’egoismo, all’avidità, all’inimicizia. (Srimad Bhagavatam, V, 11, 16)

Colui che conosce la differenza fra l’anima e il corpo accetta di buon grado la condizione umana, gli amici e i nemici le relazioni, la separazione, le condizioni della vita materiale, la nascita, la morte, la sofferenza, le differenze religiose e sociali, le disconferme, l’ansia, i profitti, le perdite, e in definitiva la legge del karma. (Srimad Bhagavatam, VII, 2, 25-26)

A causa dell’ignoranza l’anima vede il proprio corpo materiale come propria identità, ma come l’inquilino è differente dalla casa, così l’anima è differente dal corpo, fatto di elementi materiali che nel tempo si degradano e alla fine muoiono. (Srimad Bhagavatam, VII, 2, 42)

L’oggetto e il soggetto comprendono rispettivamente l’ambito e i concetti di Io e di non-Io; la loro natura è in opposizione come lo sono il giorno e la notte; non possono considerarsi eguali né interscambiarsi. Per tutto ciò non occorre prova alcuna, basta la ragione a stabilirlo. L’oggetto e il soggetto possiedono i loro attributi specifici, per cui l’uno non può essere confuso con l’altro… Tuttavia gli esseri umani, a causa della loro naturale inclinazione generata dalla non-conoscenza tendono a non distinguere correttamente gli attributi delle due entità oggetto e soggetto -, pur se sono del tutto differenti. Sovrappongono le caratteristiche di entrambi e la natura dell’uno sulla natura dell’altro, accoppiando così il reale all’irreale, e immaginando quindi ciò che usualmente si manifesta dicendo: “Io sono questo”, e “Questo è mio”. (Brahma Sutra, Samanyaya Adhyaya)

La mente crea nell’uomo i vincoli con il corpo e con i sensi di percezione, legandolo a questi con stretti lacci, come si lega un animale con le funi. Tuttavia la stessa mente crea nell’io profondo una forte avversione per i sensi e gli orpelli, fornendogli l’impulso a liberarsene come se fossero veleni. È quindi la mente sola che può liberare l’uomo dalla sua schiavitù. Quando la mente è corrotta dagli effetti delle emozioni, l’uomo diventa schiavo; quando si purifica e si libera dalle emozioni e dall’ignoranza, s’incammina verso la liberazione.

Raggiungendo la purezza grazie alla rinuncia e alla capacità di discriminazione, la mente conduce alla liberazione. Ecco perché chi tende alla liberazione deve innanzitutto rafforzare la capacità di discriminare e perdurare nella rinuncia. (Vivekachudamani, 173-175)

Nove ostacoli causano la distrazione della mente: instabilità, arresto del cammino, illusione, avidità, oziosità, negligenza, dubbio, depressione, malattia. Questa distrazione si riconosce dalla sofferenza, dalla depressione, dal nervosismo, dall’ansia. Per eliminare ciò occorre la pratica intensa della verità; e si purifica il mentale mantenendo un’attitudine equilibrata riguardo ad amicizia e pietà, allegria e indifferenza, gioia e dolore, virtù e vizio; oppure regolando convenientemente la respirazione; oppure stabilendo la calma mentale elevando la sensibilità. Oppure con la serenità illuminata: o meditando sui vitaraga; o sulle intuizioni sottili e le appercezioni; o con una meditazione intensa. Così la padronanza dello yogin può estendersi dall’atomo più piccolo all’immenso infinito; e, sparita la sostanza fenomenica, il conoscitore e la Conoscenza sono tutt’uno, come è per un cristallo trasparente. (Yoga Sutra di Patanjali, I, 30-41)

L’anima sperimenta gioia, dolore e serenità grazie all’unione con la mente, le percezioni dei sensi e le azioni del corpo. (Srimad Bhagavatam, VI, 1, 50)

Nasci simile al padre e simile alla madre a causa di una forte pulsione fisica inconsciamente causata da valori sia materiali sia spirituali. (Srimad Bhagavatam, VI, 1, 54)

Come l’oro e altri beni vengono trasferiti da una parte all’altra per ragioni di commercio, cosi l’essere umano passa attraverso varie vite, figlio di differenti padri. (Srimad Bhagavatan, VI, 16, 6)

Nel soggiorno inalterabile posto nel più alto dei Cieli hanno dimora con gli dei le strofe dei Veda. Ma a che potrebbero servire mai quelle strofe a colui che è ignorante? In esse hanno perfetta dimora soltanto coloro che conoscono il Brahman! (Bahvrich, Upanisad, 9)

La gioia e il dolore sono percezioni effimere dei sensi: vanno e vengono come l’estate e l’inverno; perciò impara a sopportarle. (Bhagavad-Gita, II, 14)

Elucubrando piaceri sensuali l’uomo sviluppa il desiderio, da cui nasce l’attaccamento, che genera a sua volta la cupidigia, la quale infine sfocia nella violenza. (Bhagavad-Gita, II, 62)

È caro a Dio chi non invidia nessuno ed è amichevole, buono, altruista, genuino, equanime nella gioia e nel dolore, compassionevole, sereno, devoto, e volge a Dio il suo pensiero. (Bhagavad-Gitá, XII, 13-14)

Anche se in vita non ha usato correttamente il proprio corpo, colui che al momento della morte lo abbandona serenamente, serenamente affrontando l’ignoto, è comunque un saggio. (Srimad Bhagavatam, I, 13, 20)

L’errata identificazione di “io” e “mio” conduce all’avidità e alla lussuria; ma chi equilibratamente supera queste impurità, supera con mente serena i concetti di dolore e di gioia. (Srimad Bhagavatam, III, 25, 16)

Colui che, consapevole, desidera crescere non cada mai in preda alla collera, perché, quando ne è sconvolto, causa sofferenza nel prossimo. (Srimad Bhagavatam, IV, 11, 32)

Colui che, trascurando le parole dei saggi, elabora un metodo di vita basato solo sul proprio tornaconto, sarà destinato a fallire più volte e più volte ancora. (Srimad Bhagavatam, IV 18, 5)

L’ostacolo più grande alla trasformazione dell’anima è anteporre gli interessi materiali agli interessi dello spirito. (Srimad Bhagavatam, IV, 22, 32)

Colui che tende a realizzare se stesso fugga il contatto con l’ignoranza e moderi il più possibile la gratificazione edonistica dei sensi. (Srimad Bhágavatam, IV 22, 34)

Proprio come una medicina potente presa in modo corretto agisce comunque, così la preghiera agisce a prescindere dal grado di fede raggiunto da chi prega. (Srimad Bhagavatam, VI, 2, 19)

A che serve guadagnare materialmente se non ci si può liberare dalle passioni? È come colui che, pur essendo intelligente, si lascia attrarre dagli orpelli di una prostituta. (Srimad Bhagavatam, VI, 5, 14)

Il tuo corpo, che vive fra tristezze e sofferenze e dopo la morte è buono tutt’al più come cibo per gli animali carnivori, può perire a ogni istante. Allora, se possiedi ricchezze, parenti, amici, aiuta disinteressatamente il tuo prossimo. (Srimad Bhagavatam, VI, 10, 10)

Sappi che sofferenza, punizione e castigo provengono dal falso concetto di “Io” e “mio” elaborato da uomini materiali. (Srimad Bhagavatam, VII, 1, 24)

Colui per il quale il denaro è tutto, è costantemente oppresso dalla paura delle tasse, dei ladri, dei nemici, dei parenti, degli animali, dei questuanti, del tempo e perfino di se stesso. (Srimad Bhagavatam, VII, 13, 33)

Un’errata interpretazione della realtà della vita genera attaccamento, ostilità, avidità, tristezza, illusione, paura, pazzia, vanagloria, acrimonia, criticismo, invidia, intolleranza, passione, confusione, fame, sonno, inimicizia, e perfino l’uso errato del concetto di virtù. (Srimad Bhagavatam, VII, 15, 43-44)

Non c’è disordine peggiore della menzogna. In verità la Terra ha detto: “Io posso sopportare ogni peso, tranne quello della persona che mente per ingannare”. (Srimad Bhagavatam, VIII, 20, 4)

Per quanto una persona possa essere culturalmente progredita e dotata di autocontrollo, le sollecitazioni del benessere possono facilmente farla deviare dalla retta via. (Srimad Bhagavatam, VIII, 22, 17)

In questo corpo in preda al desiderio, alla collera, alla cupidigia, al traviamento, al timore, alla prostrazione, alla gelosia, alla separazione da ciò che ama, all’unione con ciò che non ama, alla fame, alla sete, alla vecchiaia, alla morte, alla malattia, alla pena e alle altre miserie, a che cosa conduce, allora, la soddisfazione dei desideri? (Maitry Upanisad, I, 3)

Bisogna dare con fede, non senza fede. Bisogna dare con generosità, e bisogna dare con modestia. Bisogna dare con timore, e bisogna dare con coscienza.

(Taittiriya Upanisad, undicesima liana, 3)

È saggio colui che non si lascia turbare dalle sofferenze, che non si lascia allettare dalle gioie, che non cade in preda alla paura e alla collera. (Bhagavad-Gita, II, 56)

La virtù conduce alla gioia, la passione all’egoismo, ma soprattutto sappiate che l’ignoranza conduce allo squilibrio. (Bhagavad-Gita, XIV, 9)

Quando giunge il momento, anche se ami intensamente la vita, le ricchezze, gli onori, le proprietà, tutto dovrai immediatamente abbandonare insieme al soffio vitale. (Srimad Bhagavatam, I, 13, 20)

Sono felici soltanto il più sciocco degli sciocchi e il più elevato tra i mistici; ma a coloro che si trovano fra questi due limiti tocca godere e soffrire. (Srimad Bhagavatam, III, 7, 17)

Come grazie a una nave è possibile attraversare l’oceano, così grazie a una moglie si può attraversare il pericoloso oceano della vita, esperienza dopo esperienza, stagione dopo stagione. (Srimad Bhagavatam, III, 14, 18)

Non può giungere a capire la grandezza degli spiriti superiori colui che, pur possedendo educazione, austerità, ricchezza, bellezza, giovinezza e censo, manca di buonsenso ed è reso cieco dall’orgoglio. (Srimad Bhagavatam, IV, 3, 17)

Chi vuol vivere serenamente si rallegri per chi è migliore di lui, senta compassione per chi è peggiore di lui e provi amicizia per quanti sono eguali a lui. (Srimad Bhagavatam, IV 8, 34)

Come un uomo, vedendo la propria immagine riflessa in uno specchio, sa comunque che non si tratta di un’altra persona, così è in effetti la differenza tra lui e Dio. (Srimad Bhagavatam, IV, 28, 63)

In verità nessuno può rimanere inattivo nemmeno per un attimo: ognuno di noi è ineluttabilmente costretto a compiere azioni pratiche secondo la propensione determinata dalle passate esperienze di vita. (Srimad Bhagavatam, VI, 1, 53)

La ruota del tempo eterno, affilatissima, gira governando il mondo con indifferenza, e solo chi ignora ciò perde il suo tempo preso dalle cose materiali. (Srimad Bhagavatam, VI, 5, 19)

Nel fiume del tempo gli esseri umani diventano di volta in volta amici, nemici, parenti, indifferenti, generosi, invidiosi. (Srimad Bhagavatam, VI, 16, 5)

Quando un uomo non invidia gli altri né nuoce agli altri ha raggiunto l’equilibrio che gli permette di crescere in tutte le direzioni. (Srimad Bhagavatam, IX, 19, 15)

Chi è nato a questa vita è certo di morire, oggi o molto avanti nel tempo, poiché per tutti coloro che vivono in un corpo nulla vi è di più certo della morte. (Srimad Bhagavatam, X, 1, 38)

Non c’è unione, non c’è dissoluzione, non c’è creazione. Non c’è schiavitù né liberazione. Non c’è ricerca di liberazione e neppure il liberato. Questa è la verità finale. (Mandukya-Karika, II, 32)

Dove è andato il mondo, come mai è scomparso, come ha fatto a svanire? L’ho scorto appena un attimo ed ecco: ha cessato di esistere. Il mondo è nulla più che un labile miraggio! (Vivekachudamani, 483)

Molti fili eguali, ben tesi e uniti, anche se sono sottili sopportano grandi pesi, perché sono tanti. Così avviene anche per le persone buone. (Pancatantra, II, 7)

Quando a un mortale piomba addosso una sventura, soltanto l’amico gli porge aiuto, magari solo a parole. (Pancatantra, II, 11)

È facile trovare gente che dice cose gradevoli; difficile è trovare chi dice cose salutari anche se sgradevoli, e ancor più difficile trovare chi le sta ad ascoltare. (Pancatantra, II, 160)

Ogni corpo reca in sé la morte; ogni ricchezza è il punto d’inizio delle sventure; ogni unione ha in sé la separazione; e tutto ciò che ha avuto un inizio è destinato ad avere una fine. (Pancatantra, II, 177)

I saggi che conoscono le cose pratiche della vita dicono che l’unica medicina per guarire da una sventura è iniziare subito a porvi rimedio senza stare a piangerci sopra. (Pancatantra, II, 181)

Entrano in cieche tenebre quelli che credono nel non-divenire; in maggiori tenebre ancor più fitte quelli che si compiacciono nel divenire. Egli è altro che il divenire, è altro che il non-divenire. Così abbiamo imparato dai saggi che ce l’hanno spiegato. Divenire e scomparire: chi conosce tutti e due insieme, dopo aver superato la morte con il non-divenire, giunge alla non-morte col divenire.

Entrano in cieche tenebre quelli che credono nel non-sapere; in tenebre ancora più fitte quelli che si compiacciono del sapere. Egli è altro che il sapere, altro che il non-sapere. Così abbiamo imparato dai saggi che ce l’hanno spiegato. Sapere e non-sapere: chi conosce tutti e due insieme, dopo aver superato la morte col non-sapere giunge alla non-morte col sapere. (Isa, Upanisad, 9-14)

Il pensiero vola. Da chi è mosso e incoraggiato? Il respiro inizia a mettersi in marcia. Spinto da chi? Da chi è mossa la parola che viene pronunciata? E da chi viene attivato lo sguardo e l’udito? Quando i saggi vanno oltre l’udito dell’udito, il pensiero del pensiero, la parola della parola (e vi è anche respiro del respiro, lo sguardo dello sguardo), trasumanano il mondo fenomenico e diventano immortali.

Lo sguardo non vi accede, non vi accede la parola né il pensiero. Noi non sappiamo, noi non discerniamo come Lo si potrebbe spiegare. Egli è di là da ciò che è conosciuto, e non è neppure il non-conosciuto. Così abbiamo saputo dagli antichi che ce l’hanno insegnato. Questo è il Brahman; Egli non è esprimibile a parole, mentre la parola è esprimibile grazie a Lui.

Ciò che non si pensa col pensiero, ciò che grazie al quale, si dice, il pensiero è stato pensato, questo è il Brahman. Ciò che non si vede con lo sguardo, ciò grazie al quale gli sguardi vedono, questo è Brahman. Ciò che non si ode con l’udito, ciò grazie al quale l’udito si ode, questo è il Brahman. Ciò che non si respira con la respirazione, ma grazie al quale la respirazione avviene, questo, questo è il Brahman.

Egli non è ciò che comunemente si venera, non è ciò che comunemente si adora. (Kena Upanisad, I, 1-8)

Chi è senza artigli è preda di chi ha gli artigli; chi è senza zampe è preda di chi ha le zampe; i deboli sono preda dei forti e gli uomini di altri uomini. Ma questa è solo la legge della sopravvivenza. (Srimad Bhagavatam, I, 13, 47)

Il dubbio, la memoria, la consapevolezza all’errore e perfino il riposo sono funzioni di vario genere ma tutte tipiche dell’intelligenza (Srimad Bhagavatam, III, 26, 30)

L’anima incarnata può superare le tenebre dell’ignoranza solo se accetta quanto le tocca nella buona e nella cattiva sorte. (Srimad Bhagavatam, IV, 8, 33)

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