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La gelosia divina (poesia di Rumi)

"Il mondo intero sembra geloso di se stesso, / eppure Dio lo supera nella Sua gelosia. / E' come se Dio fosse un'anima, ed il mondo un corpo, / poiché bene e male derivano al corpo dall'anima".

Il mondo intero sembra geloso di se stesso,
eppure Dio lo supera nella Sua gelosia.

E’ come se Dio fosse un’anima, ed il mondo un corpo,
poiché bene e male derivano al corpo dall’anima.

Colui cui viene aperto il santuario della vera preghiera
considera biasimevole il tornare alla religione ordinaria,
così come colui che custodisce gli abiti del Re
troverebbe vano occuparsi di vane quisquilie.

Chi mai, una volta ammesso alla camera reale,
perderebbe tempo attardandosi sulla porta?
Quando il Re gli concedesse di baciargli la mano
si limiterebbe egli forse al bacio del piede?

Sebbene baciare i piedi sia un segno di rispetto,
vi sono casi in cui il Re stesso attende ben altro bacio.

Se dopo aver visto il suo Volto, l’uomo pensasse al solo profumo,
la collera del Re monterebbe mista a gelosia.

Ma la gelosia divina cresce come un grano d’orzo,
mentre quella umana è sterile e improduttiva,
poiché è solo specchio impuro dello slancio divino
che incessantemente distrugge quanto da Lui si fa altro.

Ma è bene che su questo argomento ora io mi taccia
pensando alla collera immane del benefattore sommo.

“Perché dunque hai abbandonato fede e devozione?
Perché oggi distingui fra il credente e l’empio?
Perché ha dimenticato il volto dell’Amata
e osi ora distinguere in Lei ciò che gradisci e biasimi?”

Lascia dunque che io ti risponda e mi lamenti
del tuo rigore aspro e del tuo giudizio benevolo.

Piango, eppure il pianto ha al mio orecchio un suono dolce.
E’ dunque Lui che tanto bistratta e tormenta quel che ha creato!…
come potrò sfuggire alla mano del Suo pronto castigo?
Come eviterò di essere fra quanti da Lui sono stati stregati?
Come non mi ridurrò a una notte priva del Suo giorno?

Eppure la Sua amarezza per la mia anima è assai dolce
e il mio triste cuore è mutato in vivente sacrificio d’Amore.

Delle pene e dei dolori sono ormai quasi innamorato,
poiché mi avvicinano a quel Re che non ha pari.
La polvere del mio dolore diviene il collirio dei miei occhi,
di quegli occhi che s’ornano di perle al par degli oceani.

Le lacrime che verso umiliato dal castigo
sono perle finissime, pur sembrando acqua salsa.

Mi lagno della perdita dell’Anima della mia Vita,
anzi, neppure mi lagno, ma narro solo il mio caso.

Il mio cuore mi dice: “Vedi come ti ha ferito!”,
ma io rido di quelle che paiono essere le mie ferite,
e dico anzi: “Rendimi dunque giustizia,
poiché Tu sei la Sovranità di un ampio Trono
ed io solo uno stipite della Tua Porta.”

Ma, a voler parlar franco, che valgono il Trono e la Porta?
Chi è “il noi” e chi è “l’io” quando è presente l’Amata?

Grido a Te che sei immune dalla follia del “noi” e dell’”io”.
a Te che pervadi lo spirito degli uomini e quello delle donne,
poiché laddove uomo e donna diventano uno, Tu sei Uno,
e quando dall’amplesso si sciolgono Tu resti Uno.

Ecco, Tu ha creato “noi” ed “io” per questo solo scopo:
per giocare a scacchi da solo con quelle vane pedine.

Quando però “noi” ed “io” li fonderai in un’unica anima,
allora il Tuo Amore per gli amanti sarà reso manifesto:
allora “noi” ed “io” saranno diventati un mistero unico,
perduti e assorbiti nel segreto dell’Amata.

Sono queste verità arcane, vieni dunque, o Amore!
Vieni Tu che trascendi spiegazioni e descrizioni!

Potrà mai forse vederTi l’occhio che è fatto di carne?
Può la mente umana concepire che vai in collera e sorridi?
Possono forse i cuori umani ansiosi,
spesso turbati dai Tuoi sorrisi e dai Tuoi rimproveri
innalzarsi a contemplare la Tua visione intangibile?

Sorrisi e rimproveri ci hanno ormai stregati;
come potrebbero restituirci la Vita?

Ormai sappiamo che il Giardino d’Amore è fertile e sconfinato,
che contiene ben altri frutti oltre a gioie e dolori.
Per questo l’amante trascende gioia e contrizione
e resta fresco e verde, sia in autunno che in primavera!

O bello, paga dunque il fio della tua bellezza,
narra la storia della tua Amata in ogni suo sospiro.

Pur se ormai è lontana, pur se i suoi occhi non mi vedono,
seguitano a infliggermi ferite come quando li contemplavo.

Le avevo dato il mio sangue da bere, se l’avesse gradito,
ma solo per averle chiesto “E’ giusto?” oggi m’ha abbandonato.

Perché alle nostre grida ormai fugge lontana?
Perché il tuo dolore lo riversi in piena sulla terra dei dolenti?

Eppure ad ogni nuova alba tu sorgi radiosa da Oriente,
e sei vista zampillare come Fonte che mai s’asciuga.

Quali scuse accampi allora per i tuoi sortilegi?

Dico che le tue labbra son ben più dolci dello zucchero,
e che ad ogni tuo respiro la vita del vecchio mondo si rinnova,
e per questo ti chiedo implorante d’ascoltare
il grido di un corpo e di un’anima che son restati senza vita.

Per amore di Dio, cessate di parlarmi del Roseto,
e parlatemi invece del Bocciolo che ne è stato reciso.

Il mio ardore non nasce né da gioia, né da sofferenza,
e i miei sensi non inseguono né illusioni, né fantasie.
Tutto ciò è ben diverso, per me che sono un estraneo.

Non negarlo! Di fronte a un dio onnipotente,
oseresti tu intercedere per i miseri mortali,
chiedendo misericordia quando s’avvicina il castigo?

Ignora dunque sia la misericordia che il castigo,
poiché entrambe sono per natura transitori,
mentre quel dio si porterà in eredità tutti i loro frutti!

Stamani dunque, o Protettrice dell’Alba,
giustificami alla presenza del Signore della mia sorte.

Saresti in grado di giustificare persino l’anima del mondo,
tu che sei Anima delle anime e Gemma della Vita!

La luce della mia alba non è altro che un riflesso del tuo fulgore,
e splende al mattino godendo della tua protezione.

E ogni volta i tuoi doni mi rendono come ubriaco
ed un vino che è spirito seguita ad invadermi di questa gioia.

Il vino d’uva invece non mi fermenta in petto
e le mie sfere si attardano nelle loro rivoluzioni.

Ecco, è il vino che è ebbro di me, non io del vino!
Il mondo è nato in me, non io in lui!

Sono dunque come un’ape, ed il mondo è cera,
sono io che ho creato il mondo modellando la cera.

Perché Dio viene chiamato “la Sposa”
La notte delle nozze con Safiyya nostra madre,
sino al mattino il Profeta Mustafa restò assorto,
e l’alba non lo destò dal suo sonno beato.

Non udì la chiamata del muezzin, saltò la preghiera dell’alba
e la recuperò quand’era già mezzogiorno.

Fu così che durante la notte del matrimonio,
la sua anima pura baciò le mani della Sposa.

L’Amata e la Sposa sono occulte e velate:
non fatemene una colpa se Dio Lo chiamo “Sposa”.

Per timore del mio Signore avrei mantenuto il silenzio
s’Egli m’avesse concesso un attimo di tregua.
Mi ha invece detto: “Svela questo segreto,
è volontà di Dio ch’esso sia conosciuto.
Soltanto chi pensa alle colpe può accusarti per questo
e come può un puro spirito occulto pensare alle colpe?”

Chiamare Dio “Sposa” è colpa per gli ignoranti,
non per la Sposa sommamente benigna.
Agli occhi di Dio questa bestemmia è saggezza,
mentre per gli uomini è colpa tremenda.

Se fra miriadi di bellezze appare un difetto
esso è come un ramo secco fra rigogliosa verzura.
Sia il ramo che la verzura hanno la stessa importanza
e la loro relazione è quella del corpo con l’anima.

I saggi dunque non insegnano invano
che i corpi dei giusti son puri al par delle anime.
Le loro parole, i loro atti, le loro lodi,
sono spiriti purissimi, immuni da manchevolezze.

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