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Tantra e sessualità (Alain Daniélou)

Un brano dell'indologo shivaita Alain Daniélou sul significato della sessualità nell'approccio tantrico-shivaita.

É nella bellezza dei corpi e nell’intensità dell’amore che si e più vicini alla felicità e allo stato divino. La prima volta che sono stato in India avevo ventiquattro anni, era nel 1932, e non avevo mai pensato all’India, non m’interessava per niente. Ma durante un viaggio in Afganistan sono passato per l’india e l’ho trovata stupenda, tanto che ci sono ritornato. Vi ho trovato una, civiltà dove c’era veramente la libertà di vivere, di pensare e di essere come desideravo da sempre, e una bellezza straordinaria degli esseri umani. In India trovavo la conferma che il rapporto tra l’amore fisico e la vita spirituale è una realtà fondamentale. Nell’induismo il successo del viaggio della vita umana consiste in quattro cose da realizzare il meglio possibile: la virtù, la ricchezza, l’amore e la vita spirituale. La virtù e il successo materiale legano al mondo, mentre l’amore e la vita spirituale fanno uscire fuori dai legami del mondo e sono l’immagine l’uno dell’altra. Nel senso che la beatitudine divina è in un rapporto di consonanza con l’estasi che si sperimenta nell’atto d’unione. Il sesso che più avvicina al divino non è quello matrimoniale, ma l’amore libero non vincolato ai doveri sociali di casta e alla riproduzione.

L’amore è dove ognuno, ognuna, prova la beatitudine più grande. Il matrimonio, al contrario, è più vicino alla società e agli obblighi sociali. Negare il sesso e il desiderio sessuale significa restarne schiavi. Ma allorché uno realizza, come nello shivaismo, che il sesso maschile eretto è l’immagine più appropriata dell’atto creatore del Dio, allora si può iniziare a capire qualcosa delle forze naturali che lo legano, e incominciare a liberarsene…

Nell’induismo il fallo di Shiva e presentato nell’organo femminile. E, se si osserva bene, si trova invertito per rapporto alla vulva. Non la penetra, ma, al contrario, stretto dall’organo femminile alla sua base, se ne svincola per drizzarsi libero verso lo zenit.
Il Tutto si dualizza, un solo Principio diventa due Principi e ciascuno è tale per l’altro. La polarità dell’archetipo primordiale, così potentemente ripreso nello shivaismo, corrisponde al gioco stesso del cosmo, all’antagonismo crudele e fecondo del maschile e del femminile. L’energia seminale versata nella vulva fa nascere la vita, l’armonia delle forme. E ciò pertiene alla Natura e si collega al culto della Madre, teso a utilizzare l’erotismo per perfezionare l’essere umano, sviluppandone le capacità immediate e i poteri magici e mentali presenti in lui. Ma allorché, come accade nelle gerarchie shivaite monastiche più alte, ci si rivolge al principio maschile, questa stessa energia seminale, allorché si libera dall’aspetto inferiore della procreazione materiale, diventa la sostanza dell’intelletto… Nel gioco delle forze dell’universo non c’è, inoltre, un padrone, personale o impersonale, al centro o in ogni sua parte. E niente ha un valore predominante o assoluto. Shiva è senza vita (sbava) e il mondo non può esistere senza l’energia della dea. Questa, che è la Potenza del Tempo, è cieca senza l’orientamento del principio creatore che conduce al distacco, alla liberazione dalle catene dell’esistenza condizionata e della trasmigrazione.

Ogni essere è androgino, nel senso che sul piano creato non esiste alcun elemento che non partecipi dei due principi, che non sia cioè una mescolanza di mascolinità e di femminilità. Tutte le cellule del nostro corpo sono formate da elementi positivi e negativi, che ci costituiscono come per una differenza di potenziale, un campo vibrante di potenzialità a diversi livelli. La bisessualità a predominanza maschile corrisponde all’equilibrio dell’intelletto e riflette l’ordinamento della luce che si manifesta come bellezza. Pertanto è l’adolescente maschile che rappresenta la perfezione dell’uomo a immagine di quella degli dei. Gli dèi, si legge nei testi tradizionali, sono degli adolescenti di sedici anni. Sedici anni è, nell’uomo, l’età dell’equilibrio delle facoltà fisiche e mentali, l’età dell’amore, del disinteresse e della vera saggezza. Nelle società dominate dai vecchi è anche un’età pericolosa se privata dei suoi diritti e delle sue responsabilità Quanto all’unione di lingam (il ’segno’ di Shiva, il sesso maschile) con yoni (la ‘Shakti’, il sesso femminile), questa rappresenta la voluttà, il punto limite del piacere, ed è specchio della beatitudine divina. Le donne di conoscenza venerano in se stesse gli stessi simboli dell’uomo.

Le forme degli organi sessuali che differenziano il maschio dalla femmina sono senz’altro simboli. Ma lo sono per la loro stessa natura. In altra parole, non si tratta di un caso, perché nell’Universo niente è illogico, niente accade a caso. Assumendo come immagine della causalità divina il fallo eretto e la vulva non attribuiamo a una forma anatomica accidentale un senso simbolico. È proprio tale forma a rivelarci un aspetto fondamentale della natura del mondo e della Persona Cosmica. L’unione dei sessi è l’espressione vivente della natura vibrante e beata nell’Essere, sia se la consideriamo sul piano fisico, mentale, intellettuale, sottile o trascendente. Riflettendo sull’unione sessuale, questa ci rivela il segreto della natura divina finalmente e da sempre giunta a se stessa. Tutte le forme di tale unione, tutte le posizioni in cui si può praticare, tutte le varianti hanno un senso profondo e magico, che di fatto corrisponde alle diverse potenzialità del creato. Il divino è manifesto in ogni atto di procreazione, in ogni creazione, in ogni forma di piacere e nell’intensità di ogni forma di voluttà. L’ascetismo e l’emasculazione sia dell’uomo sia della donna non portano, al contrario, nè al divino nè alla saggezza, ma alla crudeltà e all’ipocrisia. L’importante è comprendere le ragioni profonde del vivente, del mondo e del divino, che si manifestano nel piacere dei corpi vivi, e non nell’astrazione di qualche spiritualità separata dal mondo così com’è e dal vivente.

Morale e sessualità

Il sesso è un’esperienza che, nolenti o volenti, ci ’segna’ comunque e ci aiuta a capire valori superiori. La liberazione non è possibile per coloro che non hanno pienamente realizzato, nei modi e nei tempi più opportuni, la loro felicità umana, i piaceri dei sensi Questa realizzazione di sé sul piano sensoriale non può esistere nella miseria e nel disordine, e quindi occorre realizzare se Stessi anche sul piano sociale agendo in conformità al proprio dharma, ovvero nell’esercizio di quella virtù e di quei talenti per i quali ognuno, ognuna, si conforma a sua propria natura e realizzazione di sé sul piano individuale. I quattro scopi della vita (Dharma - virtù, Artha - ricchezza, Kama - piacere, Moksha - liberazione), benché interdipendenti sono raggruppati in due categorie: da una parte quelli che ci attaccano al mondo delle apparenze e delle forme, e che sono la virtù e il successo materiale; e dall’altra quelli che ce ne distolgono e che sono la voluttà e la liberazione.
La virtù concerne la realizzazione di sé sul piano individuale, mentre il successo materiale e la prosperità concernono la realizzazione di sé sul piano sociale, e l’erotismo la realizzazione di sé sul piano sensoriale, tramite il quale si rende possibile la liberazione.
L’ebbrezza amorosa, questo apice di euforia in cui dimentichiamo tutto, la ragione, la saggezza, la prudenza, le leggi sociali, i nostri interessi umani, è l’immagine dell’ebbrezza mistica che conduce alla totale rinuncia e ala realizzazione sul piano spirituale. In India
si dice che allorché un essere umano inizia a sfuggire all’ignoranza e tende a una comprensione più profonda della natura del mondo e dei segreti dell’universo, in quel momento le forze della natura gli sono contro. E anche la società, temendo per la sua durata e per la sua coesione, gli si pone contro. Qui lo shivaismo rappresenta un movimento controcorrente, uno sforzo per un modo di vivere più libero e più felice, in un reale più largo. In tale ambito il Sesso non viene considerato nè un dovere nè un semplice divertimento. E questo lo si può comprendere quando, nel corso della nostra breve esistenza, si fa l’amore considerando la natura ultramondana e spirituale di tale divina esperienza.
Ma astrarre l’estasi dal corpo vivente è una forma di autoinganno. Proprio separando il corpo dallo spirito numerosi cristiani hanno perso il senso del divino nel mondo. Persuasi da una semplicistica metafisica estroversa, credono che Dio sia una persona separata dal mondo e dal Fuoco per il quale si creano, si distruggono o s’illuminano i mondi. Chi invece cerca di comprendere che non siamo separati dalle radici del reale e percepisce l’immensa e segreta presenza del divino, lo trova in ogni alito, in ogni fremito amoroso e in ogni atto della vita.

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