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Introduzione al Buddhismo (Bhikkhu Bodhi) - Prima Parte

Bel discorso introduttivo al Buddhismo del venerabile Bhikkhu Bodhi, in occasione della prima celebrazione ufficiale del Vesak del 2000 alle Nazioni Unite.

INTRODUZIONE

Per cominciare, gradirei esprimere il mio compiacimento per essere oggi qui, in una occasione di buon auspicio come la prima celebrazione ufficiale alle Nazioni Unite del Vesak: il giorno che ricorda la nascita, l’illuminazione e la morte del Buddha. Pur indossando l’abito da monaco theravada, sono in realtà originario di New York City, nato e cresciuto a Brooklyn. Durante i miei primi vent’anni di vita ignoravo tutto del Buddhismo. Poi dopo i vent’anni maturai un interesse nel Buddhismo come significativa alternativa al materialismo della moderna cultura americana, un interesse destinato ad aumentare nel corso degli anni seguenti. Dopo aver terminato gli studi universitari in filosofia occidentale, mi diressi alla volta dello Sri Lanka, dove entrai nell’ordine monastico buddhista. Ho vissuto in Sri Lanka per la maggior parte della mia vita adulta, per cui mi sento particolarmente felice di fare ritorno alla mia città natale e rivolgermi a questa augusta assemblea.

Sin dal V sec. a.C., il Buddha è stato la Luce dell’Asia, un maestro spirituale i cui insegnamenti hanno emanato il proprio splendore su di un’area che si estendeva un tempo dalla valle di Kabul a ovest fino al Giappone ad est e dallo Sri Lanka a sud fino alla Siberia a nord. Il sublime carisma del Buddha ha dato origine ad un’intera civiltà improntata a nobili valori etici ed umanitari, a una vibrante tradizione spirituale, che ha nobilitato l’esistenza di milioni di individui grazie ad una peculiare visione delle più elevate potenzialità umane. La sua serena figura ha ispirato straordinarie opere d’arte – in letteratura, pittura, scultura ed architettura.

Il suo sorriso gentile ed imperscrutabile è germogliato in vaste collezioni di scritture e trattati, che hanno tentato di scandagliare la sua profonda saggezza. Oggi che il Buddhismo sta diventando maggiormente conosciuto in tutto il pianeta, attrae a sé una sempre crescente schiera di seguaci, ed ha già incominciato ad incidere sulla cultura occidentale. Ecco perché è particolarmente opportuno che le Nazioni Unite dedichino un giorno dell’anno a rendere omaggio a quest’uomo dal potente intelletto e dal cuore senza confini, cui milioni di persone, in molti paesi, guardano come al proprio maestro ed alla propria guida.

LA NASCITA DEL BUDDHA

Il primo evento della vita del Buddha commemorato dal Vesak è la sua nascita. In questa sezione del mio discorso vorrei considerare la nascita del Buddha non in termini puramente storici, ma attraverso lo sguardo della tradizione buddhista – un approccio che indicherà più chiaramente ciò che questo evento significa per i buddhisti stessi. Se consideriamo la nascita del Buddha secondo la tradizionale prospettiva buddhista dobbiamo in primo luogo porci questa domanda: “Cos’è un Buddha?”. Come è ampiamente noto, la parola “Buddha” non è un nome proprio, bensì un titolo onorifico il cui significato è “l’Illuminato” o “il Risvegliato”. Il titolo è stato conferito al saggio indiano Siddharta Gautama, che visse ed insegnò nell’India nordorientale nel V sec. a.C.; dal punto di vista storico, Gautama è il Buddha, ossia il fondatore della tradizione spirituale nota come Buddhismo. Tuttavia, dal punto di vista della dottrina buddhista classica, la parola “Buddha” ha un significato più ampio del semplice appellativo di una figura storica. Il termine connota non soltanto un singolo insegnante religioso vissuto in un’epoca determinata, ma un tipo di persona – un esemplare – che si è espressa in numerose circostanze nel corso del tempo cosmico. Proprio come la designazione di “presidente americano” non si riferisce esclusivamente all’attuale presidente, ma a chiunque abbia ricoperto tale funzione, così l’epiteto “Buddha” è, in un certo senso, una sorta di “funzione spirituale”, riferibile a tutti coloro che hanno conseguito la condizione di Buddhità. Sicché il Buddha Gautama è semplicemente il più recente degli esponenti di un lignaggio spirituale di Buddha, che si estende indietro dagli oscuri recessi del passato, e si proietta in avanti, verso i distanti orizzonti del futuro.
Una più accurata comprensione di questo punto richiede un breve excursus sulla cosmologia buddhista.

Il Buddha insegna che l’universo è privo di un qualsivoglia principio temporale: non esiste un punto di partenza, non esiste un momento iniziale di creazione. In un tempo senza inizio, sistemi cosmici sorgono, evolvono e poi si disintegrano, per essere seguiti da nuovi sistemi cosmici, soggetti alla medesima legge di accrescimento e declino. Ciascun sistema consiste di numerosi piani di esistenza, abitati da esseri senzienti sostanzialmente a noi simili. Inoltre, accanto alle condizioni umana ed animale, che ci sono familiari, ogni sistema contiene piani celesti disposti al di sopra del nostro, regni di celestiale beatitudine, e al di sotto piani infernali, oscuri regni di dolore e miseria. Gli esseri che dimorano in queste sfere trasmigrano da una forma d’esistenza all’altra, in un ininterrotto processo di rinascita chiamato samsara, una parola che significa “andare vagando”. Questo vagare senza meta, di nascita in nascita, è alimentato dalla nostra ignoranza e dall’attaccamento. La modalità specifica assunta da ogni rinascita è determinata dal karma, le nostre buone e cattive azioni, i nostri atti volitivi di corpo, parola e mente. Tale processo è governato da una legge etica impersonale, che garantisce una rinascita piacevole in conseguenza di azioni buone, e una dolorosa in seguito ad azioni dannose.
La vita è impermanente, soggetta ad invecchiamento, decadenza e morte in tutti i piani di esistenza. Persino la vita nei paradisi, per quanto lunga e beata, non dura eternamente. Ogni esistenza va, a suo tempo, incontro alla propria fine, per essere seguita da una rinascita in qualche altro luogo. Di conseguenza, ad un esame ravvicinato, tutte le modalità esistenziali interne al samsara si rivelano come difettive, contrassegnate dalla caratteristica dell’imperfezione, incapaci di offrire felicità e pace che siano stabili e durature, inadeguate a risolvere definitivamente il problema della sofferenza.

Oltre le sfere condizionate della rinascita, vi è però anche un regno o stato di perfetta beatitudine e pace, di libertà spirituale completa, uno stato che può essere conoscibile proprio qui ed ora, persino nel mezzo di questo mondo imperfetto. Questo stato è definito Nibbana (in skt. Nirvana), “l’estinguersi” delle fiamme del desiderio, dell’avversione e dell’illusione. Esiste anche un sentiero, una via di pratica, che conduce dalla sofferenza del samsara alla beatitudine del Nibbana; dal vortice di ignoranza, attaccamento e schiavitù a una pace e ad una libertà incondizionate.

Per lunghi periodi il sentiero sarà come perso per il mondo, completamente sconosciuto, cosicché la via al Nibbana risulterà inaccessibile. Di tanto in tanto, però, sorgerà nel mondo un uomo che, senza aiuto, grazie ai propri sforzi e all’acuta intelligenza, trova quel sentiero di liberazione che era andato perduto. E dopo averlo trovato, lo segue, comprendendo pienamente la verità ultima sul cosmo. Ritorna poi al mondo degli umani e insegna ad altri questa verità, rendendo nuovamente noto il sentiero verso la beatitudine suprema: la persona che esercita tale funzione è un Buddha.

Quindi un Buddha non è meramente un Illuminato, ma soprattutto “uno che illumina”, un maestro per il mondo. La sua funzione è quella di riscoprire, in un’epoca di oscuramento spirituale, il sentiero smarrito verso il Nibbana, la perfetta libertà spirituale, e di insegnarlo a tutto il mondo, in modo che altri possano seguire i suoi passi e giungere alla medesima esperienza di liberazione che egli stesso ha conseguito. Un Buddha non è il solo a realizzare il Nibbana. Tutti coloro che seguono il sentiero fino in fondo realizzano il medesimo fine. Queste persone sono chiamate arahant “coloro che sono degni”, in quanto hanno annientato ogni ignoranza ed attaccamento. Il ruolo unico del Buddha è la riscoperta del Dhamma (Skt. Dharma), il principio ultimo di verità, e la fondazione di una trasmissione religiosa o eredità spirituale, al fine di preservare l’insegnamento per le generazioni future. Fintantoché l’insegnamento è disponibile, chi lo incontrerà ed entrerà nel sentiero avrà modo di pervenire alla meta indicata dal Buddha come il somme bene.

Per qualificarsi come Buddha, maestro del mondo, un aspirante deve prepararsi durante un tempo inconcepibilmente lungo, che si estende attraverso incommensurabili esistenze. Durante queste vite anteriori, il futuro Buddha è designato come bodhisatta (skt. bodhisattva), un aspirante alla completa illuminazione della Buddhità. In ognuna delle vite, il bodhisatta deve perfezionare se stesso per mezzo di azioni altruistiche e dell’impegno meditativo, in modo da acquisire quelle qualità che sono essenziali ad un Buddha. Secondo l’insegnamento della rinascita, quando veniamo al mondo la nostra mente non è tabula rasa, ma porta con sé tutte le qualità e le inclinazioni modellate nel corso delle nostre vite precedenti: diventare un Buddha richiede quindi il compimento fino all’ultimo stadio di tutte le qualità etiche e spirituali che culminano nella Buddhità. Queste qualità sono chiamate parami o paramita “virtù trascendenti, perfezioni”. Le varie tradizioni buddhiste presentano elenchi di parami che differiscono lievemente tra di loro. Nella tradizione theravada ne sono prese in considerazione dieci: generosità, condotta etica, rinuncia, saggezza, energia, pazienza, veridicità, determinazione, benevolenza ed equanimità. Un bodhisatta deve coltivare tali sublimi virtù in tutti i loro molteplici aspetti, in ogni esistenza, vita dopo vita, nel susseguirsi di innumerevoli eoni cosmici.

Ciò che motiva il bodhisatta alla coltivazione delle parami fino a vette così straordinarie è il desiderio compassionevole di diffondere nel mondo l’insegnamento che conduce al senza-morte, alla pace perfetta del Nibbana. Questa aspirazione, nutrita da amore e compassione sconfinati verso tutti gli esseri viventi imprigionati nelle trame della sofferenza, è la forza che sostiene il bodhisatta nelle molte vite dedicate intensamente al perfezionamento delle parami. Ed è soltanto quando tutte le parami hanno raggiunto l’apice della perfezione che egli è qualificato all’ottenimento della suprema Illuminazione in qualità di Buddha. Perciò la persona del Buddha è il culmine delle dieci qualità rappresentate dalle dieci parami. Simile a una pietra preziosa ben tagliata, la sua persona esprime tutte le eccellenti qualità in perfetto equilibrio. Queste dieci qualità hanno raggiunto in lui il proprio coronamento, fuse in un insieme armonico.

Ciò spiega il motivo del profondo e gioioso significato che la nascita del futuro Buddha assume per i buddhisti. La nascita non segna semplicemente il sorgere di un grande saggio e di un mentore sul piano etico, ma anche quello di un futuro maestro per il mondo. Pertanto in occasione del Vesak celebriamo nel Buddha colui che si è sforzato nel corso di innumerevoli vite passate di perfezionare tutte le virtù sublimi che gli conferiscono la facoltà di insegnare al mondo il sentiero verso la più nobile felicità e pace.

LA RICERCA DELL’ILLUMINAZIONE

Dalle vette della Buddhologia classica, discendo ora al piano della storia umana, e passo brevemente in rassegna la vita del Buddha fino al conseguimento dell’Illuminazione. Questo mi permetterà di accennare ai punti principali del suo insegnamento, analizzando quelli di particolare rilievo al giorno d’oggi.
Fin dall’inizio devo sottolineare che il Buddha non è nato come un Illuminato. Sebbene si fosse qualificato per la Buddhità nel corso delle sue vite anteriori, dovette intraprendere una lotta lunga e dolorosa per scoprire la verità da se stesso. Il futuro Buddha nacque come Siddharta Gautama nella piccola repubblica degli Sakya, ai piedi delle colline himalayane, una regione che attualmente si trova nel Nepal meridionale. La datazione esatta della sua vita ci è ignota, ma molti studiosi ritengono che si sia svolta approssimativamente tra il 563 e il 483 a.C.; mentre un numero più ristretto pone la datazione circa un secolo più tardi. La leggenda racconta che egli era figlio di un potente monarca, ma lo stato Sakya era a quel tempo una repubblica tribale, quindi suo padre era probabilmente il capo del consiglio di governo degli anziani.

Come giovane di stirpe regale, il principe Siddharta fu allevato nel lusso. All’età di sedici anni, sposò una splendida principessa di nome Yasodhara, e visse una vita appagata nella capitale, Kapilavastu. Con il passare del tempo, però, il principe diventava sempre più pensieroso. Ciò che lo turbava erano quelle importanti e scottanti domande, che in genere diamo per scontate: riguardavano lo scopo e il significato della nostra vita. Viviamo soltanto per il godimento dei piaceri dei sensi, il conseguimento del benessere materiale e del prestigio, l’esercizio del potere? Oppure oltre a ciò c’è qualcosa di più reale e soddisfacente? All’età di ventinove anni, scosso da profonde riflessioni sui duri fatti della vita, decise che la ricerca dell’Illuminazione aveva priorità assoluta sulle promesse di potere o il richiamo alle responsabilità di una vita mondana. Fu così che, ancora nella primavera della vita, si tagliò i capelli e la barba, indossò l’abito color zafferano, ed intraprese una vita di rinuncia, senza dimora, alla ricerca di una via di liberazione dal cerchio del ripetersi di nascita, vecchiaia e morte.

Per prima cosa, il principe asceta si mise alla ricerca dei più eminenti maestri spirituali del suo tempo, ne apprese magistralmente le dottrine e i sistemi meditativi, ma comprese presto che quegli insegnamenti non conducevano allo scopo cui stava aspirando. In seguito, adottò il sentiero dell’ascesi estrema, dell’ automortificazione, che portò avanti fino quasi alla soglia della morte. Proprio allora, quando le sue aspettative sembravano ormai senza speranza, pensò ad un altro metodo per raggiungere l’Illuminazione, che bilanciasse una cura adeguata per il corpo fisico con una ininterrotta contemplazione e una profonda investigazione. Più tardi avrebbe dato a questo sentiero la definizione di “Via di Mezzo”, in quanto al riparo dagli estremi dell’indulgenza sensoriale e dell’automortificazione.
Riacquisì il vigore, assumendo alimenti nutrienti, e un giorno raggiunse un grazioso sito posto sulla riva del fiume Neranjara, nei pressi della città di Gaya. Sedette a gambe incrociate sotto un albero – che sarebbe stato poi chiamato l’“Albero della Bodhi” – con la ferma risoluzione di non alzarsi fino a quando non avesse raggiunto il proprio scopo. Con il calare della notte, penetrò in stati meditativi via via più profondi. Poi – così ci dicono i testi – una volta che la sua mente fu perfettamente raccolta, nella prima veglia notturna, riportò alla mente le proprie vite passate, perfino quelle svoltesi nel corso di molti eoni cosmici; nella veglia mediana, sviluppò l’“occhio divino”, in virtù del quale poté contemplare gli esseri che trapassavano e tornavano a nascere secondo il loro karma; nell’ultima veglia, penetrò le più profonde verità dell’esistenza, le più basilari leggi della realtà. Al sorgere dell’alba, quella figura che sedeva sotto l’albero non era più un bodhisatta, un cercatore dell’Illuminazione, ma un Buddha, colui che è perfettamente illuminato, che ha strappato via gli strati più sottili dell’ignoranza, e ha attinto al senza-morte in questa stessa esistenza. Secondo la tradizione buddhista, tale evento si verificò nel maggio del suo trentacinquesimo anno di vita, nel giorno di luna piena del Vesak. Questa è la seconda grande occasione della vita del Buddha che il Vesak intende celebrare: il conseguimento dell’Illuminazione.
Per qualche settimana, il Buddha, appena illuminato, rimase nei pressi dell’Albero della Bodhi, contemplando da varie angolazioni la verità che aveva scoperto. Poi, non appena ebbe gettato uno sguardo verso il mondo, il suo cuore fu mosso da profonda compassione per coloro che si trovavano ancora nell’ignoranza, e decise di proseguire oltre e di insegnare il Dhamma liberatorio. Nei mesi successivi, il suo seguito crebbe a passi da gigante. Infatti, sia asceti sia capifamiglia udirono la buona notizia appena annunciata, e presero rifugio nell’Illuminato. Ogni anno, anche in vecchiaia, il Buddha andava errando tra i villaggi, i centri e le città dell’India nordorientale, insegnando pazientemente a tutti quelli che desideravano ascoltare. Per trasmettere il proprio messaggio fondò il sangha, un ordine di monaci e monache. L’ordine è oggi ancora in vita, forse (insieme con quello jaina) la più antica istituzione al mondo senza soluzione di continuità. Attirò anche molti seguaci laici, che divennero sostenitori devoti del Beato e dell’Ordine.

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