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Alcune poesie di Sengai Gibon

"Assumi una mente / che non abbia dimora". Sengai Gibon, monaco zen del XVIII secolo.

Si dice che la comunità del Buddha

fosse composta da ottantamila individui;

anche Confucio aveva tremila discepoli.

Io siedo solitario sulla pietra muschiata fra i glicini,

e a tratti osservo le nubi che trascorrono.

 

Come una zucca che galleggia: mai immobile, ora sopra ora

sotto l’acqua, in balia delle onde – del tutto estranea ai

propri movimenti. Se anche venissero a prenderla il

Buddha o il Diavolo, Yao o Shun, Confucio o Mozi,

Laozi o Zhuangzi, la zucca sfuggirebbe loro di mano.

Sorprendente!

 

Solo per nascita. Solo nella morte.

Esisto nell’intermezzo, solo, il giorno e la notte.

L’io che nasce e muore solo

è l’io che solo abita quest’umile capanna.

 

Nell’eremo delle illusioni

i fiori dell’alba

sbocciano, appassiscono,

appassiscono e sbocciano.

Tutto questo è solo un sogno;

luce del mattino sui fiori

nel tempio delle illusioni.

 

Il semplice vivere del meditante

in una capanna:

una ciotola di riso, una tazza di tè.

Come può trovare il tempo di piantare

peschi e susini?

Eppure intorno a lui

sbocceranno i fiori.

 

Il mio pensiero costante:

la mente, il Buddha e tutti gli esseri,

nessuna differenza fra i tre.

 

Quando vedo le ombre

nel seno del grande vuoto,

come mi appare libera, e intrepida,

la luna nella notte autunnale!

 

A cosa paragonare la nostra vita?

A un lampo o a una goccia di rugiada…

Così penso – ma già non è più.

 

Assumi una mente

che non abbia dimora.

 

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