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Non è sempre amore ciò che sembra esserlo (A. De Mello)

La mistificazione della carità e dell'altruismo.

- La vita che salvi può essere la tua -

A questo punto, abbiamo parlato parecchio del tipo di Dio con cui stiamo cercando di comunicare e della natura del Dio che stiamo tentando di raggiungere. Vediamo di inserire tutto questo in un quadro teorico che sia però applicabile a noi stessi, ad altri, al lavoro e alla comunità. Per costruire questo quadro teorico, tentiamo prima di tutto di delineare il tipo di Dio di cui non stiamo parlando qui.

Eric Berne, nel suo libro “I giochi che fa la gente”, enumera la varietà di posizioni che assumiamo in relazione agli altri. Ci chiede di prendere in considerazione il concetto di Salvatore.

Bene, anche per noi è l’immagine di Dio come salvatore la prima che dobbiamo scartare dalla nostra mente. Dobbiamo eliminare con decisione l’idea che Dio esista per darci un aiuto che non desideriamo, o di cui non abbiamo bisogno.

Per spiegare questo concetto, Tony de Mello raccontò la storia dell Arcivescovo Roberts, un gesuita inglese che nel 1936 fu nominato Arcivescovo di Bombay.

L’Arcivescovo Roberts trovò piuttosto sorprendente la sua nomina per quella sede vescovile, dato che sapeva ben poco dell’India e della mentalità indiana. Inoltre, quando giunse a occupare la sua nuova sede, trovò ad attenderlo una diocesi dotata di una sensibilità ecclesiale altamente sviluppata e gestita da un clero già formato e molto competente. La sua nomina, come poté notare, aveva suscitato risentimento nella popolazione locale. Per farla breve, agli indiani era stato dato un aiuto esterno che loro non avevano chiesto, né auspicato.

Per risolvere questo dilemma, l’Arcivescovo escogitò un espediente davvero geniale. Scrisse a Roma, dicendo che aveva bisogno di un Vescovo Ausiliare, e che era stato individuato un uomo del luogo, di nome Gracias, che gli sembrava adatto allo scopo. Nonostante qualche esitazione da parte di Roma, Gracias fu nominato Ausiliare della diocesi, e poco tempo dopo l’Arcivescovo Roberts disse al suo nuovo Ausiliare che entro breve sarebbe partito per svolgere un importante incarico all’estero.

In sua assenza, la responsabilità della diocesi sarebbe stata del nuovo Vescovo.

Così l’Arcivescovo Roberts partì, lasciando la diocesi nelle mani del Vescovo Gracias. Questa situazione si protrasse per un periodo piuttosto lungo, durante il quale il nuovo Vescovo gesti in modo più che adeguato la sua funzione.

Dopo un po’ di tempo risultò evidente che l’Arcivescovo Roberts non sarebbe tornato. Si era accorto che a quella diocesi era stato dato un aiuto non richiesto, e che la sua presenza avrebbe soltanto soffocato l’iniziativa di chi ne faceva parte.

Il secondo tipo di salvatore che Dio non intende essere è il salvatore che dà il suo aiuto dove non è richiesto. Molti di noi offrono un’assistenza che per la sua stessa natura, non fa che mettere in ridicolo la persona a cui viene offerto l’aiuto.

Forse noi uomini abbiamo più delle donne questa cattiva abitudine di dare aiuto dove non è voluto.

Ho notato in diverse occasioni che quando le persone si rivolgono a me per un problema, il più delle volte hanno bisogno soltanto di qualcuno che le ascolti. In effetti, non stanno cercando l’assistenza che io mi aspettavo volessero. A loro serve la potenza guaritrice di qualcuno che le ascolti, che si dichiari d’accordo con ciò che dicono, assenta e solidarizzi con la loro situazione. Ciò che invece non vogliono è qualcuno che intervenga con soluzioni o risposte a problemi che esse non sentono di avere.

Tony de Mello ci riferì che quando il suo responsabile provinciale gli chiedeva di andare in qualche missione, prima di tutto lui domandava: “Chi mi ha chiamato?”. Magari si spingeva anche a scrivere al vescovo competente per controllare. “È vero che volete la mia presenza? Per che cosa? E perché avete bisogno di questo aiuto?”. Era disponibile a essere un portatore di aiuto capace di non diventare indispensabile e di svolgere temporaneamente una funzione, solo fino a quando l’esigenza contingente non fosse stata superata.

Coloro tra voi che hanno studiato l’Enneagramma potranno individuare i segni caratteristici del soccorritore forzato in questo secondo tipo di salvatore: quel tipo di persona che si dona, senza mai smettere di curarsi degli altri e di far loro da mamma, anche quando essi preferirebbero (e troverebbero più utile) essere lasciati in pace.

Dobbiamo fare un esame di coscienza per renderci conto se, con il pretesto di aiutare gli altri, non stiamo invece venendo incontro alla nostra esigenza di attenzione e di riconoscenza. Se succede così è perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di essere apprezzati, amati e cercati da coloro che sono intorno a noi e che in qualche modo giochiamo a carpire dagli altri l’amore e l’apprezzamento di cui sentiamo l’esigenza.

Commenti dei lettori

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  • luigi marangio

    12 Dec 2009 - 13:48 - #1
    0 punti
    Up Down

    Completamente d’accordo con quanto letto sopra.
    Prima di intervenire bisogna essere sicuri quale è la richiesta effettiva di aiuto, magari “nascosta tra le righe”; ma se è nascosta “tra le righe” siamo sicuri che poi l’interlocutore avrà una disponibile apertura? Spesso e volentieri si irrita, per il solo fatto che “nasconda” il suo vero problema. E allora? Bisogna essere un po’ crudeli? O è necessario aspettare una richiesta semplice e dettagliata? E se invece la gente preferisce così? Chi ha un problema ha anche la soluzione, chi non vede la soluzione è troppo attaccato al suo problema. In fondo siamo un pò tutti attaccati a qualcosa, l’importante è non esagerare. Poi, se qualcuno ha tempo da perdere, l’importante è che “paghi”, solo
    chi stà veramente male chiede la cura.
    Dio è dentro di te, devi solo trovarlo.

    Ama prima di tutto te stesso, dopodichè
    amerai di conseguenza il prossimo.

    Un fan di Tony
    saluti

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