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Jiddu Krishnamurti e la via dell'uomo libero

Conferenza di Gianfranco Bertagni.

Vorrei fare una premessa prima di cominciare a parlare di Jiddu Krishnamurti. L’approccio che si vuole dare a questi incontri (a questa serata, e agli altri due incontri su Ramana Maharshi – 20 gennaio - e Aurobindo – 24 febbraio) vuole essere laico. Laico nel senso di disincantato, oserei dire quasi scaltro, senza voler apparire come offensivo rispetto a chicchessia; un approccio che io personalmente reputo oggi l’unico maturo. Direi che è terminata quell’epoca (che è durata fino a tutti gli anni ‘70, con qualche strascico negli inizi degli ’80) nella quale ci si accostava ai cosiddetti maestri spirituali come a degli dei in terra e ci si abbeverava delle loro parole con un atteggiamento forse troppo supino, passivo, acritico. Credo che la vera, grande possibilità che abbiamo oggi di fronte a questi autori, a questi ricercatori, a questi maestri (chiamiamoli come vogliamo: sono solo etichette: Krishnamurti, Osho, Aurobindo, Ramana, Gurdjieff, Guénon, ecc.) sia quella di ascoltarli, nel senso di leggerli, conoscerli, senza dare nulla per scontato, senza l’illusione che ciò che trovo in Krishnamurti – per fare un esempio – sia l’intera verità, sia tutta verità, ma anche con un’intelligenza aperta ad accogliere ciò che ci può essere di stimolo, di aiuto, ciò che ci si presenta come corretto, giusto, vero e che può divenire quindi una parte del nostro – diciamo così – bagaglio di conoscenze in quanto praticanti, di qualsiasi genere sia la nostra pratica, se ce l’abbiamo.
Ecco questo discorso vale forse soprattutto per un pensatore come Krishnamurti, che non si stancava mai di ripetere che non lo si doveva trattare, non lo si doveva considerare come un guru, come un maestro che dall’alto della sua illuminazione dispensi semi di verità ai suoi discepoli. Questa visione del rapporto maestro-allievo, è abbastanza distante, come sappiamo, dal rapporto tradizionale, indiano ad esempio, orientale in genere tra guru e discepolo, ed è distante da un analogo rapporto tra maestro e allievo che si è realizzato anche in Occidente, da parte di certi maestri spirituali, direi praticamente la stragrande maggioranza. Krishnamurti in questo è veramente una specie di mosca bianca, perché non accettò mai questa interpretazione della sua figura. Lo vedremo anche da alcune cose che leggeremo di lui..

Nacque nel 1895. Era l’ottavo figlio di sua madre, molto devota a Krishna, una delle manifestazioni di Visnu, e allora lo chiamò Krishnamurti (Krishna in terra): sentiva infatti che quel figlio di cui era in attesa sarebbe diventato qualcuno di speciale.
L’ex pastore anglicano Charles Leadbeater, che era il braccio destro di Annie Besant, la presidentessa della Società Teosofica, che successe e Madame Blavatsky, notò il giovane Krishnamurti – aveva 14 anni, siamo nel 1909 – che faceva il bagno con alcuni amici nella spiaggia di Adyar, vicino a Madras, città della sede internazione della Società Teosofica. Al tempo Krishnamurti era un bambino molto dolce, molto riservato, anche se aveva i suoi problemi a scuola. Gli insegnanti si lamentavano delle sue scarse capacità di apprendimento, appariva spesso come un giovane un po’ ritardato, dato che non aveva alcun interesse per i libri; appariva svagato, sempre sognante … Inoltre nel 1905 morì la madre, e questo lo fece entrare in una grave crisi, con una grande depressione. Metà del tempo a scuola lo passava sulla veranda a piangere, e doveva essere suo fratello Nitya ad andarlo a cercare alla fine della giornata, perché non si preoccupassero a casa.
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