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Introduzione alle upanisad (Anthony Elenjimittam)

"Così come la più alta catena di montagne, l'Himalaia, si trova in India, anche la più sublime religione filosofica ha le sue radici nella terra del Gange: mi riferisco alle Upanisad [...]".

Così come la più alta catena di montagne, l’Himalaia, si trova in India, anche la più sublime religione filosofica ha le sue radici nella terra del Gange: mi riferisco alle Upanisad, ovvero all’ultima parte della letteratura vedica. I Quattro Veda, e cioè il Rg Veda, il Yajur Veda, il Sama Veda e l’Atharva Veda, sono seguiti dai Bramani o libri liturgici dell’induismo popolare. La terza parte dei veda prende il nome di Aranyakas, ed è formata dai libri più antichi, concepiti per coloro che si sono isolati in ritiro, i vanaprasta, i quali, dopo aver sperimentato la vita sotto tutti i suoi aspetti, si sono ritirati nella solido e nell’ombra riposante delle montagne e della giungla per riflettere e meditare sui problemi della vita. La quarta ed ultima parte della letteratura vedica è nota con il nome di Upanisad e contiene l’essenza filosofica concentrata del pensiero speculativo dei Rishis, saggi e santi che rinunciano totalmente al mondo per meditare e risolvere i problemi della vita e della morte. Per questa ragione le Upanisad e la filosofia basata sulla letteratura upanisadica si chiamano Vedanta (che significa Veda-anta, fine dei Veda, la letteratura filosofica conclusiva dei Veda). I Veda, i Bramani, le Aranyakas e le Upanisad formano la letteratura vedica di base della razza ariana, fondamento delle religioni degli Indù, dei buddisti e di altri germogli religiosi minori della razza indo-ariana. Il vocabolo Upanisad deriva dalla radice Upani-shad, e significa “essere seduto”. I prefissi Upa e Ni vorrebbero indicarci il senso etimologico delle Upanisad del riunirsi tutti insieme, sedersi e parlare intorno ad un tavolo. In altre parole, le Upanisad sono il risultato di discussioni e di conversazioni fra coloro che aspirano a Dio, fine ultimo della vita, dialoghi fra maestro e discepolo, fra Guru e Chela. A somiglianza dei dialoghi socratici, il saggio upanisadico, il profeta, pone delle domande ai suoi discepoli al fine di sollecitarli a pensare, ottenendo delle risposte sui problemi fondamentali della vita e sul modo di conseguire la pace dell’anima, la quiete del cuore e l’immortalità. Le Upanisad, o Vedanta, che formano la parte conclusiva dei veda, furono composte fra il 1000 e il 200 a. C.. Esistono Upanisad autentiche e genuine, altre apocrife, appendici successive ed interpolazioni. Alcuni contano 200 Upanisad, altri 100. Barth sostiene che il numero delle Upanisad può salire a 250, includendo l’Upanisad di Allah che fu composta all’epoca del sultano della dinastia mongolo, Akbar (1542 - 1605). Paul Deussen, uno degli studiosi Occidentali più accreditata, dice nel suo famoso libro, La filosofia delle Upanisad, che la dottrina essenziale contenuta in ben più di 100 Upanisad è esoterica ed è affine alla cultura idealistica ed esoterica greca riservata a pochi eletti. Max Miller, che può essere considerato il maggior orientalista dell’Occidente, basandosi su 108 Upanisad, ne accetta quali più importanti soltanto le dieci sulle quali Shankara scrisse il commento. E cioè: Brihadaranyaka, Chandogya, Aitirya, Kaustiki, il Taittirya, Kena, Isha, Katha, Mundaka e Mandukya. A queste dieci possono essere aggiunte, a pari importanza, l’Upanisad Svetasvatara, la Maitrayani e la Kaivalya, considerate altrettanto autorevoli ed utili per l’auto-realizzazione.[…]Per leggere il testo completo: clicca qui

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