
Così come la più alta catena di montagne, l’Himalaia, si trova in India, anche la più sublime religione filosofica ha le sue radici nella terra del Gange: mi riferisco alle Upanisad, ovvero all’ultima parte della letteratura vedica. I Quattro Veda, e cioè il Rg Veda, il Yajur Veda, il Sama Veda e l’Atharva Veda, sono seguiti dai Bramani o libri liturgici dell’induismo popolare. La terza parte dei veda prende il nome di Aranyakas, ed è formata dai libri più antichi, concepiti per coloro che si sono isolati in ritiro, i vanaprasta, i quali, dopo aver sperimentato la vita sotto tutti i suoi aspetti, si sono ritirati nella solido e nell’ombra riposante delle montagne e della giungla per riflettere e meditare sui problemi della vita. La quarta ed ultima parte della letteratura vedica è nota con il nome di Upanisad e contiene l’essenza filosofica concentrata del pensiero speculativo dei Rishis, saggi e santi che rinunciano totalmente al mondo per meditare e risolvere i problemi della vita e della morte. Per questa ragione le Upanisad e la filosofia basata sulla letteratura upanisadica si chiamano Vedanta (che significa Veda-anta, fine dei Veda, la letteratura filosofica conclusiva dei Veda). I Veda, i Bramani, le Aranyakas e le Upanisad formano la letteratura vedica di base della razza ariana, fondamento delle religioni degli Indù, dei buddisti e di altri germogli religiosi minori della razza indo-ariana. Il vocabolo Upanisad deriva dalla radice Upani-shad, e significa “essere seduto”. I prefissi Upa e Ni vorrebbero indicarci il senso etimologico delle Upanisad del riunirsi tutti insieme, sedersi e parlare intorno ad un tavolo. In altre parole, le Upanisad sono il risultato di discussioni e di conversazioni fra coloro che aspirano a Dio, fine ultimo della vita, dialoghi fra maestro e discepolo, fra Guru e Chela. A somiglianza dei dialoghi socratici, il saggio upanisadico, il profeta, pone delle domande ai suoi discepoli al fine di sollecitarli a pensare, ottenendo delle risposte sui problemi fondamentali della vita e sul modo di conseguire la pace dell’anima, la quiete del cuore e l’immortalità. Le Upanisad, o Vedanta, che formano la parte conclusiva dei veda, furono composte fra il 1000 e il 200 a. C.. Esistono Upanisad autentiche e genuine, altre apocrife, appendici successive ed interpolazioni. Alcuni contano 200 Upanisad, altri 100. Barth sostiene che il numero delle Upanisad può salire a 250, includendo l’Upanisad di Allah che fu composta all’epoca del sultano della dinastia mongolo, Akbar (1542 - 1605). Paul Deussen, uno degli studiosi Occidentali più accreditata, dice nel suo famoso libro, La filosofia delle Upanisad, che la dottrina essenziale contenuta in ben più di 100 Upanisad è esoterica ed è affine alla cultura idealistica ed esoterica greca riservata a pochi eletti. Max Miller, che può essere considerato il maggior orientalista dell’Occidente, basandosi su 108 Upanisad, ne accetta quali più importanti soltanto le dieci sulle quali Shankara scrisse il commento. E cioè: Brihadaranyaka, Chandogya, Aitirya, Kaustiki, il Taittirya, Kena, Isha, Katha, Mundaka e Mandukya. A queste dieci possono essere aggiunte, a pari importanza, l’Upanisad Svetasvatara, la Maitrayani e la Kaivalya, considerate altrettanto autorevoli ed utili per l’auto-realizzazione.[…]Per leggere il testo completo: clicca qui

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