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Hara - La forza dell'energia originaria (Massimo Beggio)

"... Hara è quel qualcosa che ‘centra’ un individuo e che gli conferisce un equilibrio nella vita. Un equilibrio a tutto campo...".

In un convegno a Verona del Settembre 2002 dal titolo “Curare e guarire come Via di conoscenza” introducevo alcune riflessioni sul tema di Hara citando una frase circa la malattia e la guarigione tratta da un libro di un autore tedesco, Karlfried Von Durckheim. La frase in questione dice: “Non vi è malato la cui guarigione non sia ostacolata anche da una intima tensione o contrazione. Del pari, non vi è guarigione che non sia agevolata dal risolversi di tali nodi. Proprio nella misura in cui tensioni siffatte sono connesse con la paura di un Io preoccupato o protervo, esse si sciolgono quando l’uomo apprende l’arte di mettere da parte l’Io e di affidarsi a quelle forze più profonde alle quali l’Hara certamente lo apre.”
Hara è uno di quei termini piuttosto usati nel mondo delle discipline di origine giapponese (Shiatsu, arti marziali ed altre cose ancora). Nei corsi di Shiatsu, tanto per fare un esempio, gli allievi sono invitati ripetutamente all’uso di Hara nella tecnica di pressione. Ritengo però che, in genere, non sia abbastanza chiaro a cosa ci si riferisce quando si fa uso di questa parola.
Credo che molti, tra i cultori di queste ‘arti’ di origine giapponese, ritengano che l’idea di Hara si esaurisca nell’ambito delle tecniche specifiche delle loro discipline e che non possa avere attinenza con nient’altro. Quindi che si tratti di qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente quel loro mondo particolare.
Pochi forse pensano che l’essere in contatto con il proprio Hara possa andare ben oltre la specificità della loro ‘arte’ e possa avere il significato di un atteggiamento più ampio che coinvolge il nostro modo di essere e di relazionarci con la vita.
Nella veste di insegnante di Shiatsu, quando mi capita l’occasione di parlare dell’Hara mi piace fare qualche esempio per aiutare a comprendere come questo atteggiamento trova applicazione anche nella quotidianità di molti piccoli gesti.
Spiego, ad esempio, che c’è sicuramente un ‘modo Hara’ di stringere la mano a una persona, oppure di abbracciarla, o di porgerle un oggetto, di servirle una tazza di thè (o un piatto di spaghetti, tanto per essere meno orientali). Credo anche che ci sia un ‘modo Hara’ di sferrare un pugno o di dare una carezza.
E penso che questa modalità permetta di rapportarci con l’altro in un modo molto più autentico e più sentito. E’ come se, nel rapporto con l’altra persona, manifestassimo una ‘presenza’ ed una qualità di gran lunga superiori allo standard abitudinario.
Questo ‘modo Hara’ di essere e di rapportarsi è un miscuglio di più cose: comprende il manifestare una certa ‘energia’ nei gesti che facciamo e comprende anche una certa ‘intenzionalità’ e una certa ‘determinazione’ nel nostro agire.
Questo dell’agire con Hara è un modo che si colloca oltre le parole e oltre la mente razionale e che l’altra persona però riesce a cogliere molto bene. A volte, in quella stessa persona, capita di leggere addirittura un moto di stupore. Forse perché l’atteggiamento con il quale ci proponiamo non è troppo usuale nella vita di relazione e l’altro ne rimane quasi turbato (e in qualche modo anche affascinato).
Nell’ambito della pratica dello Shiatsu, questo modo di essere corrisponde a quel qualcosa in più che possiamo sentire in una pressione e che la riempie di quella qualità che la rende di molto superiore rispetto ad un’altra.
Questi sono però solo alcuni aspetti abbastanza marginali. Continuando nel nostro discorso vedremo che l’essere in contatto con Hara può significare molto di più di quanto abbiamo finora detto.
Come ben sappiamo la parola è di origine giapponese. Il modo come questa parola viene usata in alcune espressioni della lingua giapponese è molto interessante ai fini del discorso che stiamo facendo.
Una di queste espressioni, per esempio, è la seguente: “Hara no aru hito”, che letteralmente tradotta significa “L’uomo che possiede Hara”. Il senso è quello di indicare colui (o colei) che costantemente nella propria vita è in una dimensione di collegamento con il proprio Hara.
In una traduzione ancora più letterale la frase in questione diventa: “L’uomo che possiede un ventre”.
Detto questo possiamo allora considerare la parola ‘ventre’ (o anche addome, o pancia ecc.) come una traduzione possibile della parola giapponese Hara.E’ evidente però che, poiché la pancia è un bene di tutti, il significato che i giapponesi vogliono dare a questo ‘Ventre’ va ben oltre questa particolare zona del nostro corpo. Anche se, lo vedremo, tutto l’insieme dei concetti legati alla parola Hara trova poi un suo riferimento ed una sua collocazione ‘anatomica’ proprio in zona addome, esattamente in un’area interna e profonda che si trova collocata a circa quattro dita sotto l’ombelico.
Il nostro autore tedesco, che ho citato in apertura, è un esperto di cose giapponesi ed ha dedicato un intero libro su questo argomento (Hara: il centro vitale dell’uomo secondo lo Zen – Edizioni Mediterranee).
In questo libro troviamo un commento che può aiutarci a capire meglio questa espressione giapponese. Egli scrive: “…il significato complessivo di questa espressione (Hara no aru hito) è ‘l’uomo che possiede un centro’….. Colui che manca di un centro perde facilmente l’equilibrio, mentre chi lo ha lo conserva sempre. In più, in lui vi è qualcosa di calmo e che tutto abbraccia. Ha come una ‘ampiezza umana’. L’espressione Hara no aru hito significa anche questo, significa un uomo che ha una grandezza d’animo, che è generoso e che ha ampie vedute…. L’uomo che ha un centro giudica in modo sereno ed equilibrato, ha il senso di ciò che è importante e di ciò che non lo è. Lascia tranquillamente che la realtà gli si avvicini, nulla lo spaventa, nulla altera la sua calma prontezza ad intervenire in modo adeguato. Non si tratta di insensibilità ma dell’effetto di una data costituzione interiore da lui realizzata, caratterizzata da una elasticità ‘in profondità’ che gli permette di prendere posizione nel modo giusto di fronte ad ogni situazione, con naturalezza e con calma…. In un dato frangente sa quel che deve fare, non lasciando che nulla lo sconvolga.”
Diversamente, continua Von Durckheim, “…‘l’uomo che non possiede un ventre’ (che non possiede Hara) è esattamente l’opposto di tutto ciò. Gli manca una misura divenuta per lui una specie di seconda natura. Così egli reagisce a caso, in un modo puramente soggettivo, non distinguendo ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Il suo giudizio non si basa sulla realtà ma risente di elementi contingenti personali, come lo stato d’animo, l’umore, lo stato dei suoi nervi. Si spaventa ed è nervoso, non perché sia particolarmente sensibile o i suoi nervi non siano a posto ma perché gli manca l’asse che gli permetterebbe di ‘non uscire dal proprio centro’ e di assumere in ogni situazione un atteggiamento adeguato agli stimoli che riceve e conforme alla realtà. E’ anche un individuo molto strutturato e rigido, mosso unicamente dalla testa oppure dall’emotività. Di fronte ad una situazione grave reagisce con ottusa ostinatezza, o resta senz’altro disorientato.”
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