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Conferenza su equanimità e libertà

Una conferenza di Gianfranco Bertagni, per il ciclo "Mistiche e pratiche di vita tra oriente e occidente".

Buonasera. Allora: oggi parliamo di equanimità e libertà. Cerchiamo subito di specificare che non vorremmo qui semplicemente parlare di questi due concetti, di questi due aspetti o dimensioni che vengono a fare parte della pratica spirituale, ma anche del loro stretto rapporto, del loro relazionarsi l’una all’altra. Per cercare di capire che libertà autentica è anche equanimità ed equanimità è anche libertà.

Poi facciamo anche una precisazione riguardo alla parola libertà. Ovviamente questo termine ha dietro di sé un’infinità di riflessioni, di dibattiti, tra oriente e occidente, lungo tutta la storia. Ed ha – questo concetto – diverse sfaccettature, ha assunto e assume anche oggi diversi significati. Potremmo quindi tranquillamente dire che ci sono diverse libertà. Per esempio quella che viene chiamata libertà di pensiero, libertà di opinione; oppure la libertà intesa come libertà di scelta, libero arbitrio. E c’è anche quell’idea di libertà che è propria di quei testi spirituali, mistici, soprattutto orientali, in cui si parla di illuminazione, di realizzazione, di liberazione: una liberazione – ovviamente – che conduce a uno stato di libertà. Ecco: che tipo di libertà è quest’ultima, questa libertà spirituale? Ecco, cercheremo di soffermarci su questo punto, su questo tipo di libertà.

Bene. Per capire cosa intendiamo quando parliamo di equanimità, in un’ottica spirituale, riferiamoci al buddhismo. Perché proprio il buddhismo? Perchè il buddhismo è stata la forma di spiritualità che più di tutte si è soffermata su questo concetto, su questo tema. Allo storico delle religioni la parola “equanimità” fa immediatamente andare la mente proprio al buddhismo. Allora: cosa dice il buddhismo sull’equanimità? In realtà dice tante cose e non possiamo riassumerle tutte. Comunque: diciamo subito che l’equanimità è una “virtù” estremamente importante per il buddhismo. Nel Buddhismo ci sono quattro stati mentali salutari (i cosiddetti kusaladhamma); essi sono: la benevolenza o gentilezza amorevole (mettā), la compassione (karuā), la gioia compartecipe (muditā) e l’equanimità (upekkhā). Questi quattro stati mentali sono anche detti sentimenti infiniti o anche incommensurabili (apramāa) e sono quattro virtù comuni anche ad altre correnti religiose indiane. Nel Buddhismo sono sottolineate soprattutto dalle scuole tarde, cioè dalle scuole che fanno parte del buddhismo mahayana. Un altro modo in cui vengono chiamate è Brahmavihāra, cioè “dimore divine”, quelle quattro attitudini mentali positive che vengono sviluppate e sostenute attraverso la pratica di consapevolezza, cioè la meditazione. Oggi non parleremo delle quattro dimore divine, ma almeno vorrei sottolineare che si tratta di quattro virtù intimamente intrecciate l’una all’altra; potremmo anzi dire che in ognuna vi devono risiedere anche le altre, perché possa essere ritenuta un’autentica virtù. Ma è soprattutto l’equanimità che rende le altre virtù virtuose, se mi permettete il gioco di parole: la benevolenza, la compassione, la gioia compartecipe hanno bisogno dell’equanimità per essere vere “dimore divine”, per essere intoccate dall’ego, dalle sue preferenze, dai suoi alti e bassi, dai suoi ricatti camuffati da buoni pensieri, ecc. L’equanimità porta stabilità alle altre dimore divine.

 

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