
In questi giorni il Premier Berlusconi è in missione nei Paesi Arabi per rafforzare quella «diplomazia commerciale» a favore delle imprese italiane su cui il governo Berlusconi punta molto.
Molti big della finanza stanno puntando sulla finanza islamica. E proprio per soddisfare questa mia curiosità mi è capitato di leggere un interessante editoriale sulle caratteristiche della finanza islamica sul sito www.finanzaediritto.it che vi sottopongo ed al quale mi auguro possano seguire dei Vs.commenti.
“Con il termine finanza islamica si intende un particolare e nuovo tipo di finanza che cerca di rispettare le norme islamiche della Sharia, ossia quell’insieme di regole che sono tratte dal Corano e che contengono anche riferimenti al mondo economico.
Si tratta in pratica di un sistema finanziario che parte da presupposti antitetici a quelli occidentali. La maggiore differenza fra i due sistemi è basata sul concetto di riba, che letteralmente in arabo significa “extra” e che di fatto è traducibile in termini più economici come interesse. La Sharia, come anche il Cristianesimo per molti secoli, ha sempre considerato “usura” e quindi peccato l’interesse, cioè il prestare una quantità di denaro chiedendone in cambio una maggiore. Per questo motivo la riba è severamente bandita dalla finanza islamica.
Il fatto che l’intero sistema bancario occidentale sia invece fondato sul concetto di interesse rende ovviamente molto complicato l’adattamento dei dettami dell’Islam all’economia globale del terzo millennio.
Per rimediare a questa asimmetria è emerso il concetto di banche islamiche. Si tratta di un sistema creditizio che si fonda su diverse specificità. Le principali forme di finanziamento che ne stanno alla base permettono di evitare l’applicazione di un interesse e di fare rientrare i servizi bancari nel concetto di condivisione degli utili: un genere di operazioni che invece il Corano consente.
D’altra parte i governi e i fondi sovrani dei paesi musulmani ricchi di materie prime, a cominciare dal petrolio, stanno facendo pressioni sulla comunità internazionale per costruire un mercato che rispetti i loro doveri religiosi. E nessuno ha intenzione di restare tagliato fuori da quei flussi, enormi, di denaro.
Creare un sistema integrato, però, è meno facile di quanto sembra. In primo luogo perché il Corano proibisce l’applicazione di un tasso di interesse sui prestiti, cioé smonta il meccanismo intorno al quale ruota tutta la finanza occidentale. Il passaggio di denaro da una mano all’altra non può di per sè generarne altro, altrimenti i ricchi diventano più ricchi a scapito dei poveri, che diventano più poveri.
Esattamente quel che sta succedendo in tempi di grande crisi: lo sapeva chi ha scritto il Corano e lo sapevano gli autori della Bibbia. E infatti il divieto ricorre più volte in entrambi i testi sacri. Solo che i cristiani lo hanno perso per strada dividendo il diritto canonico da quello commerciale, mentre la tradizione ebraica s’è attenuta alla lettera al passo dell’Esodo: la regola vale solo se presti denaro «a qualcuno del tuo popolo». Non per i gentili. Questo non significa che le banche islamiche prestino il denaro gratuitamente: non starebbero in piedi. Significa che chi presta una somma a qualcuno deve essere ricompensato partecipando agli utili. E se non ce ne sono, allora parteciperà alle perdite.
Il mutuo per la casa, per esempio, funziona con un meccanismo diverso. La banca compra l’appartamento, poi lo concede in uso a chi ha chiesto il mutuo e si fa pagare una cifra che si intende a compenso del servizio, non della cifra prestata. Solo alla fine del mutuo la casa diventa di proprietà dell’inquilino.
Se invece un imprenditore chiede un prestito per avviare un’attività, si stabiliscono la data della restituzione del capitale e la quota di profitti (o di perdite) realizzata con la stessa attività che spetterà alla banca, che a questi patti è molto più attenta a vigilare sulla qualità del credito che concede e sulle possibilità di riuscita di un investimento. Non c’è molto spazio per il credito subprime. Non ci sono solo gli aspetti positivi, naturalmente. Anzitutto integrare i due sistemi è complicato perché ogni Stato dovrebbe aggiustare la sua legislazione sulla vigilanza. In secondo luogo il divieto di pagare o incassare interessi taglia le banche islamiche fuori dal circuito dei prestiti interbancari, impedendo loro di crescere oltre una certa misura.
Ma una torta da mille miliardi è troppo grossa perché i big della finanza occidentale decidano semplicemente che è troppo difficile entrare nel gioco. Anche perché, sia per le dimensioni piccole sia per l’esposizione molto bassa sui mercati occidentali ha attutito i contraccolpi della grande crisi nel mondo della finanza islamica, che è già ripartita in quarta.”
Fonte: Finanzaediritto.it
Roberto Pagano
www.lacontabilitaonline.net

Roberto Pagano








