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I medici Ebrei

L’emigrazione dall’Europa Centrale verso gli Stati Uniti: I medici e la loro lotta per il riconoscimento del proprio ruolo.

Nella valutazione complessiva
dell’esodo degli Ebrei dall’Europa Centrale verso gli Stati Uniti, esaminare
quanto avvenne a coloro che esercitavano la professione medica, può fornire valide
indicazioni sulle difficoltà patite da quanti lottarono per il riconoscimento delle
proprie competenze professionali.

Negli anni
compresi tra il ’33 ed il ‘’41
, giunsero negli USA circa 240.000 Ebrei.
Di questi, solo una minoranza trovò rapido impiego o immediato riconoscimento delle
proprie capacità come ad esempio per l’importante comunità di scienziati composta
da fisici, chimici, matematici.(vedi Scienziati Ebrei in fuga dal nazismo)

Per la grande maggioranza dei
rifugiati, l’inserimento e l’inizio di una nuova vita, venne segnato da
difficoltà severe e spesse volte da umiliazioni determinate sia da situazioni economiche
contingenti (erano gli anni immediatamente successivi alla grande crisi del ’29), sia
da sentimenti di più o meno dichiarata ostilità verso gli Ebrei.

Tra quanti arrivarono fuggendo
dall’Europa nazista, il gruppo che meglio riuscì a difendere la professionalità e
lo Status raggiunto, fu quello dei medici.

Infatti circa il 60% di quanti
avevano il titolo di medico (per l’esattezza 3097) riuscì a vedere riconosciuto il
proprio ruolo ottenendo una nuova licenza che li autorizzava ad esercitare la professione
in 15 diversi stati della confederazione. La carriera medica rappresentava per quanti
appartenevano alla comunità ebraica centro europea una delle professionalità più
ambite. Questo era dovuto a diversi fattori che vanno dalla loro appartenenza ad un ceto
medio borghese, alla consuetudine agli studi, agli ostacoli sociali che precludevano altre
possibili carriere.

Nel Gennaio 1933, considerando
l’intera popolazione Ebrea presente in Germania, si poteva osservare che benché
questi fossero pari a solo un 1% di tutti i tedeschi offrivano circa il 16% del totale di
51007 medici presenti nel territorio. Analogamente in Austria, una comunità di 186.000
Ebrei, principalmente concentrati a Vienna, accoglieva circa 2000 medici.

Il numero complessivo di medici
di origine ebraica presenti in Europa era pari a quasi 15000 professionisti, di cui più
della metà vivevano nell’Europa centrale. Nello stesso periodo negli Stati Uniti
veniva prodotto un notevole sforzo inteso ad adottare i metodi di insegnamento e
formazione in campo medico da tempo consolidati in Europa. Questo, tra le altre cose,
significava consolidare un sistema di educazione assai oneroso per i futuri medici in cui
era previsto il proseguimento degli studi per altri 10 anni dopo aver terminato la
“High School”. Ben presto il controllo dell’ammissione alle scuole mediche
di specializzazione divenne uno strumento di potere sociale che venne assunto dai
“white Anglo –Saxon Protestants”, indicati più brevemente come WASPs, che
esercitarono una rigida azione di contenimento contro Ebrei, Italiani e Negri. Questa
condizione di contrasto venne rafforzata dall’arrivo dei primi medici esuli a partire
dal 1930. Per sfuggire a questa situazione di discriminazione, numerosi Ebrei ed Italiani
nati negli USA, vennero in Europa per completare gli studi. Negli anni a cavallo tra il
’30 ed il ’36 si ebbero così più di 9000 cittadini americani che cercarono di
completare le propria formazione in Inghilterra, Scozia, Germania e Italia. La risposta
immediata del sistema medico americano si concretizzò in una progressiva azione di
svalutazione delle credenziali dei medici di formazione estera.

Da una valutazione, che a partire
dagli anni venti aveva considerato i medici tedeschi ed austriaci come professionisti di
assoluto riferimento, si giunse così ad una condizione estrema in cui le lauree
conseguite in Europa vennero ritenute di secondo livello.

Il risultato finale di questo
processo di screditamento fu che nel 1940 solo 15 Stati Americani continuarono a
considerare adeguate le credenziali dei medici con laurea estera al fine di sostenere un
esame di abilitazione. La valutazione sulla conformità delle domande di ammissione per il
riconoscimento della licenza che consentiva la professione medica venne affidata a 48
comitati soprannazionali (Licensing Board), costituiti generalmente da burocrati e
funzionari in “buoni rapporti” con i singoli governatori. Per ostacolare
l’inserimento dei medici rifugiati, molti comitati presero a richiedere la
cittadinanza americana, ottenibile solo dopo 5 anni dall’arrivo degli immigrati,
quale requisito essenziale per il riconoscimento della nuova licenza. Fortunatamente la
situazione politica variava da stato a stato e così aumentavano le possibilità di
inserimento dei rifugiati. Inoltre il numero di medici esuli dalla Germania rimase modesto
fino 25 Giugno 1938, quando le leggi razziali revocarono loro il
diritto di professare il proprio lavoro. La maggioranza degli immigrati trovò rifugio in
4 stati: California, Illinois, Ohio e New York. In questi stai non venne mai richiesta la
cittadinanza americana come condizione per lo svolgimento della professione medica ed
inoltre la presenza di comunità ebraiche locali e talvolta di funzionari
“illuminati”, rese il loro inserimento relativamente più semplice. In alcuni
casi, come per esempio in California ed in Texas, fu paradossalmente un atteggiamento
razzista che favorì l’inserimento di questi professionisti. Infatti in questi sati
vivevano comunità di profughi orientali e messicani che non venivano presi in cura dai
medici “regolari” e quindi le autorità locali furono liete di destinare a
questa funzione i medici di formazione europea.

Lo stato che raccolse il maggior
numero di rifugiati, circa i 2/3, fu lo stato di New York.

New York City e specialmente
Manhattan hanno rappresentato da sempre la patria di tutte le minoranze etniche che non
volevano o non potevano trovare rapida assimilazione nel resto della nazione. Per questi
immigrati, poter contare su medici in grado di capire e parlare la loro lingua fu una
notevole risorsa che venne gelosamente custodita. In questa città non venne mai dato
credito alla opinione che riteneva i medici formatesi in Europa negli anni precedenti la
II Guerra Mondiale, dotati di minori capacità e conoscenze. Notevole inoltre fu
l’appoggio assicurato dalle autorità competenti per favorire un inserimento dei
medici stranieri meno problematico.

A tale proposito basti ricordare
che in questo stato, a differenza di quanto avvenne altrove, non venne mai richiesto come
requisito per l’esame di ammissione alla professione medica, un anno di tirocinio in
unità mediche americane. Questa pratica, che consisteva in un anno di lavoro senza alcuna
retribuzione, per coloro che dovettero sostenerla, fu una prova economicamente e
moralmente durissima. Fu possibile sostenerla infatti, solo grazie all’aiuto di mogli
coraggiose e pazienti che mantennero la famiglia svolgendo lavori umili e pesanti e
ricorrendo allo svolgimento di secondi lavori come lavapiatti o garzoni nelle tavole calde
nelle ore libere dallo studio. Se questa difficoltà aggiuntiva era risparmiata a chi
tentava “fortuna” a New York City, rimaneva da superare l’ostacolo
rappresentato da un esame che doveva certificare una adeguata conoscenza dell’inglese
scritto e orale e le competenze mediche acquisite, esposte sempre in lingua inglese,
mediante una prova che durava complessivamente 4 giorni.

Quindi il conseguimento della
licenza di abilitazione fu testimonianza del coraggio e della perseveranza di tutti
rifugiati. Questa considerazione è tanto più vera se tiene conto che la maggioranza di
loro non era più giovanissima ma con età media intorno ai 40 anni. I due medici più
anziani, entrambi Viennesi, che sostennero l’esame di abilitazione, superarono
l’esame quando già ottantenni!

Come bilancio finale di questa
migrazione per molti versi avventurosa ed eroica, possiamo riconoscere che in definitiva
gli Stati che diedero asilo ai medici rifugiati ottennero probabilmente molto di più di
quanto non concessero. Questi medici rappresentarono infatti un grande esempio di
moralità e serietà professionale con un incredibile attaccamento alla pratica medica. La
cessazione della attività per molti di loro fu determinata solo dalla morte o dalla
incapacità fisica sopraggiunta con l’età avanzata.

Il coraggio di questi uomini, la
loro tenacia, l’aiuto disinteressato offerto da alcuni funzionari, che pur
appartenendo al sistema di potere, cercarono di difendere chi si trovava in condizioni
così precarie e difficili, riuscì a vincere il più delle volte l’ostilità del
sistema medico americano.

Un sistema che mantenendo un
atteggiamento di egoistica chiusura tentò vanamente di ostacolare la scienza e la
solidarietà umana.

 

Un ringraziamento alla Fondazione Centro di Documentazione
Ebraica Contemporanea; C.D.E.C. di Milano per la cortese disponibilità a fornire
materiale di ricerca.

Il testo di riferimento è “Relicensing Central European
Refugee Physicians in the United States, 1933-1945″ di Eric D. Kohler, in “Simon
Wiesenthal Center Annual”, vol.3, anno 1986

Ulteriori
informazioni sono tratte da: Storia degli Ebrei Italiani sotto il Fascismo, Renzo De
Felice, Editore Einaudi

e nel sito Holocaust
Timeline
(In Inglese)

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