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Una storia esemplare (2)

Nel racconto della figlia, la storia di Max Ufer: genetista tedesco, perseguitato per anni perché sposato ad una donna ebrea. Una vicenda che si sviluppa attraverso la parabola nazista e nei primi anni ’50, anni in cui le vecchie gerarchie mantengono, nonostante tutto, le precedenti posizioni di potere. Una vicenda umana che ci permette di ricordare e riflettere per evitare che il passato ritorni presente.

Prima del ’33 non esistevano però leggi che discriminassero gli Ebrei e questo permise a tuo padre di sposare una donna ebrea e di lavorare come ricercatore alla Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft ?

Iniziò a lavorare nel 1929 e vi restò per quattro anni fino al licenziamento avvenuto nel 1933, subito dopo la presa di potere da parte di Hitler.

Per quale motivo suo padre venne allontanato?

Il motivo è da ricercare nel suo rifiuto ad acconsentire al divorzio da mia madre così come richiesto dalle autorità naziste.

Il suo professore, poi divenuto direttore dell’Istituto, Erwin Baur, genetista, autore di un importante lavoro sull’eugenetica, cercò il modo meno traumatico per allontanarlo, invitandolo a lasciare l’istituto e attivandosi per procurargli un altro lavoro presso un’azienda privata. La sua permanenza avrebbe infatti potuto ostacolarne le ambizioni politiche: aspirava a divenire ministro dell’agricoltura, ambizione destinata però a naufragare a causa della morte precoce.

A tale proposito è necessario precisare che subito nel ’33 vennero licenziati solo gli Ebrei che avevano un impiego pubblico. Al contrario le ditte e le società private continuarono a mantenere per un certo periodo come impiegati anche gli Ebrei.

Per questo dalla Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft vennero subito allontanati i ricercatori e gli scienziati ebrei e chi tra di loro, così come mio padre, era sposato con donne ebree, a meno che non divorziassero da loro.

Mio padre non era ricco, quindi non possedeva i mezzi per emigrare subito all’estero, sicché accettò l’impiego come direttore tecnico presso una ditta che si occupava di selezione di sementi.


Certificato che attesta il lavoro svolto da Max Ufer presso la ditta Saatgut – Erzeugungs – Gesellschaft (SEG) – Società di produzione sementi, negli anni ‘33-‘39

Ben presto però le cose divennero ancora più difficili, tanto da spingerlo alla ricerca di un Paese in cui emigrare. Non essendo, come detto, né particolarmente abbiente né scienziato famoso, ebbe precluse le vie di esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti. Infine nel 1939, poco prima dello scoppio della guerra, grazie ad alcune conoscenze, riuscì a trovare una sistemazione in Romania. Qui dovette accettare lavoro in qualità di rappresentante di una ditta di sementi, filiale di una società tedesca.






Libretto di lavoro di Max Ufer durante la sua permanenza in Romania

Rinunciò così alla sua passione per la ricerca scientifica, scelta per lui certamente non facile poiché comportava l’abbandono dei suoi sogni e di tutti gli ideali della gioventù. Mio padre all’inizio partì da solo lasciando me e mia madre in Germania.

Iniziò così un periodo di grande travaglio per mia madre, nella continua ricerca di ottenere il permesso per l’espatrio. Ogni giorno mio nonno la accompagnava alla Gestapo nella affannosa speranza di giungere al tanto agognato nulla osta. La difficoltà diabolica incontrata da mia madre era determinata dalle richieste congiunte del consolato rumeno e della Gestapo.

Secondo il consolato per concedere il visto di ingresso era necessario possedere un documento di espatrio, mentre secondo la Gestapo per concedere questo documento si doveva già essere in possesso del visto di ingresso nel paese ospitante.

Queste vicissitudini furono vissute da tanti Ebrei quando provarono a cercare rifugio emigrando all’estero. La situazione si sbloccò grazie alla compassione di un impiegato della Gestapo che decise infine di fornirle la documentazione necessaria. Nel corso di quel colloquio, saputo da mia madre del rifiuto di mio padre ad accettare il divorzio, l’impiegato pronunciò questa frase: “Finalmente un tedesco come si deve che non lascia la moglie quando si trova nelle peste!”

Una ulteriore difficoltà fu determinata poi dal fatto che il mio nome non poteva figurare nel passaporto di mia madre contrassegnato dalla lettera J come “Jude” ma, in quanto figlia di un Tedesco, avrebbe dovuto comparire su quello di mio padre. Ma egli era assente.

Fine seconda parte

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