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Una storia esemplare (3)

Nel racconto della figlia, la storia di Max Ufer: genetista tedesco, perseguitato per anni perché sposato ad una donna ebrea. Una vicenda che si sviluppa attraverso la parabola nazista e nei primi anni ’50, anni in cui le vecchie gerarchie mantengono, nonostante tutto, le precedenti posizioni di potere. Una vicenda umana che ci permette di ricordare e riflettere per evitare che il passato ritorni presente.

Quindi avete raggiunto tuo padre in Romania. Vennero con voi anche i nonni?

No, loro rimasero in Germania. Sebbene la situazione divenisse via via sempre più difficile a pochi era chiara la reale entità del pericolo. Pensavamo che loro avrebbero potuto raggiungerci in un secondo tempo, dopo che ci fossimo installati in Romania e mio padre avesse avuto la possibilità economica di farli uscire. Mia madre non ha mai superato il “complesso di colpa” determinato dal non essere riuscita a salvare i genitori e la sorella.

La sorella, infatti, donna bellissima, era però ritardata mentale e venne uccisa nel 1941 nell’ambito del programma di “eutanasia” dei nazisti.

Come trovò compimento il destino della sorella di tua madre?

Venne prelevata dalla clinica psichiatrica in cui si trovava. Nel frattempo i miei nonni erano alloggiati in un pensionato per anziani.

Cosa accadde a te e a tua madre?

Arrivammo in Romania nel ’39, dove c’era un regime fascista che fiancheggiava la Germania; nei primi tempi non trovammo particolari difficoltà né a Braila né a Bucarest. Poi a partire dal ’43 le cose cambiarono e anche lì cominciarono le persecuzioni.




Margot Ufer fu inclusa nel censimento della popolazione di “sangue ebreo” voluta dal governo della Romania, come dal documento qui riprodotto


Patente di guida rilasciata dalle autorità rumene di Braila a Margot Ufer, nel 1940

Quando nel ’40 le truppe tedesche iniziarono l’avanzata verso la Russia la loro massiccia presenza si fece sentire anche in Romania. Su mio padre di nuovo furono esercitate forti pressioni affinché divorziasse da mia madre. Per cercare di salvare la situazione mio padre finse di acconsentire, salvo poi corrompere i funzionari rumeni affinché tenessero bloccata la pratica. I miei genitori furono costretti più tardi a vivere in appartamenti separati riuscendo ad incontrarsi solo per brevi momenti, di nascosto, nella casa di amici.

Frattanto nel ’42 mio padre era tornato in Germania nel tentativo di metter in salvo i nonni, ma scoprì che erano già stati deportati e poi uccisi nel campo di Teresin; per un certo periodo lo nascose a mia madre.



Certificato (a sinistra originale in data 1944 a destra traduzione in inglese), in cui si dichiara che Max Ufer, avendo rifiutato di divorziare dalla moglie Margot e quindi di adempiere alle norme entrate in vigore nel 1943, viene privato della nazionalità tedesca

Nel 1943, il famigerato comandante della Gestapo, Richter, convocò mio padre e armato di pistola, lo costrinse a sottoscrivere la richiesta di divorzio. Mio padre firmò il documento con mano tremante e da allora questo tremito lo ha accompagnato ogni volta che era costretto a firmare un documento.

Dal maggio ’43, mia madre ed io, per evitare la deportazione, cominciammo a nasconderci e giungemmo così nel villaggio di Slobozia nella Ialomita, presso una casa di contadini. Anche lì arrivarono però i Tedeschi che non tardarono a venire a conoscenza della nostra presenza, pur rimanendo all’oscuro del fatto che eravamo Ebree. Poiché mia madre conosceva il rumeno venne ingaggiata dal medico delle truppe tedesche quale interprete. Il rischio di venire scoperte e deportate aumentò così fortemente: la nostra casa era, infatti, diventata un punto di ritrovo degli ufficiali tedeschi.

Un sottoufficiale tedesco ci divenne particolarmente affezionato e fu proprio grazie a lui che potemmo salvarci. Il giorno dopo che la Romania nel 1944 aveva cambiato alleanza militare si presentò da noi alle 4 del mattino; c’era il rischio di venire aggregate alle truppe tedesche! Inoltre egli aveva avuto notizia che noi eravamo Ebree e quindi ci esortò a fuggire immediatamente.

Senza prendere nulla scappammo via, attraversando un paese dopo l’altro con i mezzi di fortuna che riuscivamo a trovare. Per non farci riconoscere eravamo vestite come contadine e alloggiavamo nelle case di chi ci offriva ospitalità; ma dato che le truppe russe si stavano avvicinando, i contadini avevano paura di accoglierci, in quanto tedesche, per più di una notte.

Vivemmo così precariamente in ripari di fortuna, tra sporcizia e cimici, con pochissimo cibo. Tutta la Romania era attraversata dalle truppe tedesche in ritirata e questo era per noi un grande pericolo.

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