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Una storia esemplare (4)

Nel racconto della figlia, la storia di Max Ufer: genetista tedesco, perseguitato per anni perché sposato ad una donna ebrea. Una vicenda che si sviluppa attraverso la parabola nazista e nei primi anni ’50, anni in cui le vecchie gerarchie mantengono, nonostante tutto, le precedenti posizioni di potere. Una vicenda umana che ci permette di ricordare e riflettere per evitare che il passato ritorni presente.

Anche nell’approssimarsi della disfatta i Tedeschi continuarono la loro opera di odio e di sterminio?

Certamente, fino all’ultimo. Alcuni Ebrei sono stati deportati o passati per le armi pochi giorni prima che terminasse la guerra.

Nel frattempo la Gestapo non smetteva di perseguitare mio padre, tanto da indurlo, alla fine, a cercare scampo nella clandestinità e a cambiare continuamente i tre diversi rifugi di cui disponeva. Alla fine riuscì a salvarsi solo sul filo del rasoio (la nostra amica non riesce a proferire la parola “miracolo”).

Quando poi la Romania fu occupata dalle truppe russe, potemmo rientrare a Bucarest, finalmente libere e felici! Purtroppo però questi entusiasmi durarono ben poco; mio padre venne internato dai russi in un campo di concentramento in quanto tedesco.

Questo significò per lui dover convivere con i nazisti da cui venne più volte minacciato di morte. Mia madre iniziò quindi a prodigarsi nella ricerca di liberare mio padre. Questa situazione si risolse solo dopo un anno grazie ad una svolta che oggi potremmo dire “favorevole”. Mio padre che soffriva di vene varicose, si applicò sulle gambe degli impacchi di acqua bollente per peggiorare la situazione. Con tale stratagemma evitò di essere trasportato nei campi di concentramento in Siberia.



Certificato rilasciato dal Dott. George Stoenescu, medico del campo si internamento russo, in cui si dichiara che Max Ufer soffre su entrambe le gambe di ulcere varicose

Nel frattempo, mia madre riuscì ad arrivare fino alle più alte autorità per convincerle che mio padre, pur Tedesco, non era un nazista e, anzi, aveva sopportato tutte le discriminazioni e persecuzioni inflitte agli Ebrei.

Uscito dal campo di prigionia, mio padre cercò di svolgere qualsiasi lavoro che potesse garantire la nostra sopravvivenza. Proprio in quel periodo i miei genitori vennero portati a conoscenza del destino della famiglia di mia madre.



Certificato della Delegazione Rumena della Croce Rossa Internazionale. Si dichiara che la profuga, Margot Ufer, merita assistenza in quanto profuga ebrea tedesca, giunta in Romania dalla Germania per cercare rifugio. Il documento è redatto in tre lingue: Francese, Rumeno, Russo.

Mio padre cercò subito di uscire dalla Romania ma ciò non era facile perché i Russi tentavano di trattenere gli scienziati. L’occasione si presentò solo nel ’48: giungemmo così a Vienna in un campo di raccolta per rifugiati. Qui mio padre trovò impiego presso la International Refugee Organization (I.R.O.).





Documento di riconoscimento di Max e Margot Ufer, riconosciuti apolidi, rilasciati a Vienna nel 1948


Documento del ’47, in cui viene riportata la presenza della famiglia Ufer nella zona di Vienna sottoposta al controllo degli Stati Uniti.

L’idea di muoverci verso Israele venne presto abbandonata a causa della guerra presente in quei territori. Si presentò in seguito una diversa opportunità: il governo afghano cercava degli esperti in genetica per aumentare le proprie capacità produttive in campo agricolo. Mio padre si candidò e successivamente accettò la proposta. Nel corso del viaggio che doveva portarci a Kabul vivemmo ulteriori vicissitudini. I miei genitori, in quanto privi di nazionalità, non avevano un passaporto comune ma documenti come “displaced persons”, ciò che causò pesanti contrattempi con i funzionari dell’aeroporto di Teheran.



Intestazione del contratto di lavoro redatto dal Dipartimento dell’Agricoltura del Regno Afgano in favore di Max Ufer.

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