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UN ENCICLOPEDICO DEL XX° SECOLO

Articolo pubblicato su "Notiziario Floristico del Gruppo Flora Alpina Bergamasca", anno X, n. 21, Aprile 2002. (scritto da Andrea Soderi)

Chi di noi non ha almeno sfogliato “I fiori delle Alpi” di Franco Rasetti? E’ fatto molto bene: pur essenziale, rivela un’ottima conoscenza della materia esposta e nel testo e nelle fotografie, che racchiudono tutti gli elementi necessari alla determinazione della specie, con un’accuratezza sempre più rara da trovare nelle opere generali. Divulgativo ad alto livello, è ancora oggi l’opera che tratta il maggior numero di specie alpine, utile anche a chi fa scienza e prezioso per gli appassionati già introdotti nello specifico: ha avvicinato molti a questa disciplina. Ma chi è l’autore?

“Egli si trova a proprio agio sia con le teorie della relatività e della meccanica ondulatoria, sia con quelle dell’evoluzione della vita nel Cambriano. E’ un’autorità mondiale in spettroscopia, in fisica nucleare, in paleontologia ed in botanica. Le sue pubblicazioni scientifiche in ciascuno di questi campi hanno enormemente arricchito il tesoro intellettuale del mondo intero. Le generazioni di studenti che egli ha formato hanno diffuso i suoi principi ed hanno apportato bellissimi contributi scientifici in molti paesi. Il Canada beneficerà ancora per molte generazioni del passaggio del professor Franco Rasetti.” Queste sono espressioni di un suo allievo, Larkin Kerwin, divenuto poi rettore dell’Università Laval a Quebec e presidente dell’Agenzia Spaziale Canadese.

Rasetti ha insegnato dal 1939 al 1947 alla Laval e dal 1947 al 1967 all’Università Johns Hopkins di Baltimora. Ma come ci è arrivato in America? Partiamo dall’inizio, è meglio.

Franco Rasetti nacque a Pozzuolo , frazione di Castiglione del Lago (PG) il 10.8.1901 da genitori (1) benestanti ed acculturati che coinvolsero il figlio nei loro entusiasmi, fin dalla più tenera età, instillando in lui un’inesauribile curiosità verso tutti gli aspetti della natura. Grande influenza venne esercitata nella sua formazione giovanile anche dallo zio materno, Gino Galeotti, patologo di fama ed alpinista appassionato che gli infuse l’amore per la montagna (e che frequentava la famiglia della piccola Natalia Ginzburg (1916-1991), vedi alcune “pennellate” su zio, sorella e nipote in “Lessico familiare”).

I genitori provvidero fino all’età di 10 anni all’ educazione del figlio che pertanto non frequentò le elementari. Già nel 1918 pubblicò il suo primo lavoro di entomologia, cui ne seguirono altri quattro in collaborazione con il padre, fino alla morte di questi; l’ultimo fu pubblicato nel 1939 sulla fauna cavernicola.

Ancorché schivo, solitario, non amava il silenzio: con la sua voce alta, dal forte accento toscano, e con la sua fragorosa risata, quasi fanciullesca, ingenua, si notava subito. Aveva una memoria eccezionale. A settant’anni ricordava le strofe del giornalino che aveva letto da ragazzo. Conosceva a memoria i nomi latini di migliaia di animali, piante e fossili che aveva studiato anche decine di anni prima. Non prendeva appunti né delle letture né delle osservazioni di campagna. Quando aveva letto una volta un lavoro, per quanto complesso fosse, era in grado di esporlo con chiarezza (altra sua dote) subito od a distanza di anni. Difficilmente ritornava su di una fonte che aveva già consultato.

All’Università di Pisa(2) conobbe il coetaneo Enrico Fermi (1901-1954) che aveva già una conoscenza avanzatissima, superiore a quella dei propri insegnanti, delle frontiere della fisica. Ne fu affascinato e ne riconobbe la leadership. Abbracciò lo studio di questa scienza, per lui sconosciuta(3), anche per dimostrare a se stesso di poterla dominare. E vi riuscì benissimo. L’amicizia con Fermi fu solidissima ancorché i due fossero abbastanza diversi. Per Fermi non esisteva che la fisica e pensava solo a questa. Rasetti spaziava da un campo all’altro dello scibile.

Il loro sodalizio a Roma costituì il nucleo (5) di quei “ragazzi di via Panisperna” che rappresentò un momento magico nella storia della scienza non solo italiana. Rasetti, nel 1930 ottenne una cattedra in spettroscopia; veniva chiamato “Venerabile Maestro” dai “ragazzi” in quanto era sempre preparato su tutto e, nello specifico, nella fisica, non solo aveva grandi capacità di sviluppo teorico nelle indagini che affrontava, ma anche grandi capacità sperimentali. Uomo estremamente minuzioso (per lui, e quindi per i suoi collaboratori, la qualità del lavoro, qualunque lavoro, doveva essere massima) sviluppa una capacità straordinaria nell’ ideare e costruire apparecchi e strumentazione sperimentale.

Amava la natura soprattutto montana, salì moltissime cime delle Alpi, spesso in libera. Con lo zio ed altri scienziati nel 1918/19 salì 13 volte sulla punta Gnifetti e pernottò diversi giorni alla Capanna Margherita per fare esperimenti scientifici. Col coetaneo Gino Martinoli (+ 1996), fratello della Ginzburg, fece molte ascensioni compresa l’ultima nel 1964 sul Nadelhorn, m 4327. La Ginzburg li ha ritratti nel mentre rientravano dalle gite o dalle ascensioni con minerali, insetti, muschi. Il naturalista faceva proseliti (ma poi il Martinoli fece il direttore della Olivetti, della Necchi, dell’Agip Nucleare ed alla fine il presidente del Censis ).
Rasetti parte la prima volta per l’ America con una borsa di studio per l’anno 1928-1929 a Pasadena dove, da solo, studia l’effetto Raman con una tecnica originale che resterà tra le sue opere più significative. Ma anche in California non riesce a restare soltanto nei laboratori e fra le altre scalate è da segnalare la prima invernale del Monte Whitney, m. 4418. Tornerà in America nel ’35 per una traversata trascontinentale in automobile per visitare i maggiori monumenti naturali (Gran Canyon, Yellowstone, ecc), prima di fermarsi per quasi un anno alla Columbia University . Nell’anno 1931-1932 una borsa di studio lo porta a Berlino per lo studio della radioattività . Li ha l’occasione di discutere con gli scienziati che rappresentano la fisica del loro tempo: A. Einstein, M. Planck, W. Nernst, E. Schrodinger, tutti premi Nobel. Negli anni visiterà anche l’Inghilterra, la Russia, l’Austria, l’Ungheria ed il Marocco. Sotto la guida di Fermi e con le tecniche e gli strumenti approntati soprattutto dal suo braccio destro Rasetti , “i ragazzi” nel 1934 sono pronti ad affrontare il nucleo dell’atomo con risultati che nel ’38 frutteranno il Nobel a Fermi .

Nel ’36 Rasetti pubblica a Nuova York “Elements of Nuclear Phisics” che è un classico (e circa 90 sono complessivamente le note di fisica pubblicate). Ma i tempi si fanno difficili e i “ragazzi “ si disperdono: una pagina di storia eccezionale si chiude per l’Italia e nel mondo finisce la stagione d’oro della libera ricerca sull’atomo(4). Nel ’38, anche se riceve il premio Mussolini per i suoi lavori in fisica, Rasetti non può sopportare che l’Italia si sia accodata alla Germania nell’emanare le leggi razziali. Rasetti nel ’39 lascia la collezione entomologica del padre, da lui incrementata, descrivendo anche alcune specie nuove, fino a circa 30.000 esemplari, al Museo di Zoologia di Roma ed accetta una cattedra di fisica a Quebec in Canada.
In pratica questa facoltà, al suo arrivo, è rappresentata da lui solo, ma in pochi mesi riesce ad organizzarla. Anche alcune strumentazioni vengono costruite da lui stesso (una trentina di contatori Geiger vengono addirittura venduti in Canada e negli Usa) ed indirizza i suoi studi in particolare sui raggi cosmici riuscendo a decelerare la trasformazione dei mesoni misurandone la loro breve vita (circa 1,5 microsecondi).

Nell’autunno del ’42 gli anglo-canadesi lo invitano ad unirsi ad una equipe in via di costituzione per realizzare la prima reazione a catena in acqua pesante (di cui nemmeno gli americani disponevano). Non ostante la possibilità di lavorare con altri fisici di qualità e le buone offerte economiche, Rasetti respinge categoricamente ed immediatamente l’offerta. A lui era già chiaro il tragico risultato di una ricerca in quella direzione. Cosciente che il suo rifiuto lo emargina dai grandi circuiti della scienza internazionale, rimane comunque fedele a se stesso. Aveva abbracciato la fisica per una sfida personale ed ogni applicazione bellica del suo lavoro turba il suo animo.
Lui e l’ebreo tedesco Max Born furono gli unici a rifiutare di partecipare agli studi sugli usi militari della scissione dell’atomo.

Fin dal suo arrivo in Canada, con la madre settantenne, aveva cercato un nuovo centro d’interesse che lo portasse fuori dai laboratori e lo aveva trovato nella paleontologia. In un anno, leggendo per 4-5 ore al giorno, oltre al nuovo lavoro che stava impostando all’università, assimilò tutta la letteratura che riguardava il Cambriano e nel ’40 cominciò a percorrere il grande paese per raccogliere soprattutto trilobiti Nel gennaio ’43 pubblicò il primo di decine di lavori paleontologici.

Furono anni intensi per lui quelli della seconda guerra mondiale, poiché, per quanto continuasse ad insegnare fisica ed a fare ricerca, la paleontologia lo assorbiva sempre di più e teneva lontano la sua mente dal pensiero della guerra, della violenza e del totalitarismo che lui aborriva. Ma le sue più pessimistiche previsioni si avverarono nell’agosto del ’45 con lo sgancio delle due bombe atomiche. “La fisica ha venduto la sua anima al diavolo” fu il grido di dolore di Rasetti . E quarant’anni dopo aggiunse ” l’uso criminale che ne hanno fatto i fisici della loro scienza, inventando armi mostruose che rischiano di annichilire l’intera umanità, ha molto contribuito a disgustarmi della fisica e dei suoi rappresentanti”.

La sua affermazione in campo paleontologico, come in tutto quello che Rasetti ha affrontato, è stata subitanea e sorprende il ristretto (nel numero) mondo degli specialisti. Dalla fine della guerra, istituti di ricerca ed università dagli Usa gli avanzano numerose proposte. Rasetti preferisce la vita universitaria alla ricerca industriale ed alla fine accetta l’offerta della Università Johns Hopkins di Baltimora che gli lascia scegliere lo stipendio ed il soggetto degli studi che vuole, fisica e/o paleontologia. E’ un offerta che non può rifiutare eppertanto il Nostro, lasciati alla Laval centinaia di tipi di trilobiti descritti da lui, accompagnato dalla madre settantasettenne, parte per Baltimora dove continuerà per vent’anni ad insegnare, fare ricerca in fisica quantistica, pubblicarne i risultati, dirigere le tesi degli studenti, tenere corsi estivi, sempre di fisica, presso università principalmente statunitensi, ma non solo, fino alla pensione.Tutto il suo tempo libero è dedicato alla paleontologia che lui considera un hobby, ma che invece gli ha dato prestigio internazionale. In media pubblica quasi ogni anno un lavoro importante. Nel ’67 la sua collezione personale di trilobiti passerà al British Museum ed il Rasetti lasciato l’insegnamento tornerà a Roma.

A Roma non torna solo, poiché a Baltimora nel ’49 aveva sposato Marie Madeleine Hennin (n. 1909) mentre la madre, che non poteva avere un permesso di soggiorno superiore ai sei mesi, si ritirò in Italia, dividendosi tra Roma e Pozzuolo Umbro, dove figlio e nuora venivano diverse settimane ogni anno approfittandone per fare numerose spedizioni e scalate, lui, sulle Alpi. Il ripercorre le sue Alpi, dove aveva sempre erborizzato con la madre, lo invoglia anche ad avvicinarsi di più alla botanica. Dal ’58 e per vent’anni “setaccia” le Alpi, dalla Francia all’Austria (6), per fotografare, sempre in luce naturale e con lenti addizionali autocostruite, la flora alpina, senza dimenticare le orchidee spontanee, altra sua passione da sempre, di cui negli anni settanta era forse l’unico vero esperto in Italia.

Nel 1969, ‘70 e ‘71 andò nell’Iglesiente, dove ci sono classiche stazioni del Cambriano per ricercare gli amati trilobiti, pubblicando un primo lavoro nel ’70 e quello definitivo nel ’72. Quasi 1500 esemplari da lui raccolti sono conservati nel Museo del Servizio Geologico d’Italia.Nel corso dello stesso anno morì anche la madre ultracentenaria.

Negli anni successivi ebbe due momenti di depressione acuta che lo costrinsero al ricovero.Dopo il primo si riprese abbastanza bene e con la moglie (7 ) va in America a trovare i di lei figli e nipoti ed in Italia riprende a fotografare i fiori sulle Alpi ed a cercare un editore. Purtroppo ha una ricaduta nel ’77 da cui si riprende, ma la sua mitica memoria non sarà più la stessa, anche se continuerà fino al 1985 a percorrere le sua amate montagne in tutta Europa. A questo punto decidono di andare a vivere in Belgio dove la moglie ha ancora dei parenti e si ritirano in una casa per anziani a Waremme.

Prima di lasciare l’Italia Rasetti deposita nell’archivio del suo collega Edoardo Amaldi (1908-1989) 560 fotografie scattate dal 1921 al 1929. Molte ovviamente hanno ormai valore storico, soprattutto quelle scattate nei congressi di fisica. Dopo il suo trasferimento in Belgio, finalmente nel 1980 vede la luce il suo “I fiori delle Alpi”, grazie al giovane dr. Walter Rossi che, prima aveva accompagnato il suo maestro in tante escursioni, e poi, dopo la sua partenza, si era addossato tutto il lavoro editoriale. Al prof. Rossi (Università dell’Aquila) si deve anche la cura della seconda edizione (1996). Le 8.000 diapositive complessivamente scattate dal Rasetti sulla flora delle Alpi sono ora depositate presso l’Orto Botanico di Firenze. Del lavoro che intendeva pubblicare sulle orchidee è uscita solo la parte sistematica nell’opera del Pignatti , nel 1982, predisposta però molto tempo prima.

Franco Rasetti è morto a Waremme il 5 dicembre 2001 all’età di cento anni.

“La scienza può dire ‘Se vuoi costruire una bomba da 100 megatoni devi fare così e così ‘, ma la scienza non può mai dirci se dobbiamo costruire una bomba da 100 megatoni. Penso quindi che gli uomini dovrebbero interrogarsi più a fondo sulle motivazioni etiche delle loro azioni. E gli scienziati, mi dispiace dirlo, non lo fanno molto spesso”.

Queste considerazioni di Franco Rasetti sono estremamente attuali (vedi ad esempio la ricerca genetica). Il suo rifiuto di collaborare alla costruzione di armi, ancorchè per contrastare un nemico temuto e disprezzato come quello nazista, può far discutere. Infatti il pacifista Albert Einstein andò in senso contrario, invitando, fin dal ’39, il Presidente Usa ad approntare quelle armi. Ma chi assume queste scelte così coerenti con il suo animo e così penalizzanti nelle conseguenze personali merita la nostra ammirazione
e deve essere di esempio a tutti e non solo agli scienziati.

(1) Adele (1870-1972) la madre, amante della natura (fiori e farfalle) ed appassionata di pittura (allieva del Fattori), e Giovanni Emilio (1873-1924) il padre, agronomo, appassionato in particolare di entomologia.

(2) La famiglia si era trasferita a Pisa per le esigenze professionali del padre nel 1908. A Pozzuolo Umbro ritornavano spesso, presso l’azienda agricola, cui erano particolarmente legati, a pochi chilometri dal Trasimeno. E qui i genitori tornarono anche per morire

(3) Si era iscritto ad ingegneria e si laureò con lode in fisica nel 1922. Divenne “Assistente” a Firenze e, dal ’27, a Roma di Corbino.

(4) Coperta da segreto militare. Come in questi giorni sta succedendo con tutto ciò che può riferirsi ad armi chimiche o biologiche.

(5) Nato sotto l’ala protettrice del brillante fisico e ministro (mai iscritto al partito fascista) Orso Mario Corbino (1876-1937).

(6) Per le prealpi lombarde si consultò con Luigi Fenaroli e Nino Arietti. Con quest’ultimo fece diverse escursioni.

(7 ) Marie era sposata con un altro docente della Laval, Donnay, e frequentava Adele e Franco nella cerchia di amici europei che si ritrovavano per ascoltare musica o giocare a bridge. Durante la guerra si trasferirono a Baltimora ottenendo la nazionalità statunitense e Marie divenne Marie Madeleine. Dopo la guerra i Donnay rientrarono nel natio Belgio, ma non ebbero fortuna e ritornarono a Baltimora dove incontrarono i vecchi amici italiani. Ma i rapporti tra i coniugi si erano incrinati e poco dopo divorziarono. I due figli rimasero con la madre. Franco e Madeleine, come lui preferiva chiamarla, si frequentarono sempre di più finchè lui non le propose di sposarlo.

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