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Il pianeta matusalemme

Con la veneranda età di quasi 13 miliardi di anni è il pianeta più antico mai osservato fino ad ora. Un’età straordinaria che dimostra come i primi pianeti iniziarono a formarsi rapidamente dopo il Big Bang iniziale

Con la veneranda età di quasi 13 miliardi di anni è il pianeta più antico mai osservato fino ad ora. Un’età straordinaria che dimostra come i primi pianeti iniziarono a formarsi rapidamente dopo il Big Bang iniziale e quindi molto prima che in una quiete regione della Via Lattea, 5 miliardi di anni fa, venisse alla luce il Sole e la nostra Terra. Il pianeta è stato scoperto in una regione dell’universo dove molti astronomi mai avrebbero scommesso sulla possibilità della sua esistenza. Si tratta di un punto in prossimità del centro di un antichissimo ammasso globulare, un denso raggruppamento formato da milioni di stelle, identificato dagli astronomi con la sigla M4.
M4 si trova a 5600 anni luce dalla Terra, nella costellazione dello Scorpione e, come gli altri ammassi globulari della nostra galassia -se ne conoscono circa 150- si trova in quello che si presenta sotto forma di un alone sferico che circonda la Via Lattea. All’interno degli ammassi globulari si trovano le stelle più vecchie del nostro sistema stellare, stelle che sono nate in un periodo in cui l’Universo era così giovane da essere privo degli elementi chimici più pesanti, comuni invece nel nostro sistema solare. Questi elementi si sarebbero formati, infatti, solo in seguito, quali prodotti delle reazioni nucleari che permettono alle stelle di brillare e solo con la morte delle stelle di prima generazione avrebbero iniziato a disseminarsi nell’Universo.
Per questo la possibilità di ritrovare pianeti anche all’interno di questi sistemi è stata considerata con una certa diffidenza per anni: scetticismo avvalorato anche dalle prime ricerche effettuate dal telescopio orbitale Hubble, nel 1999, osservando l’ammasso globulare 47 Tucanae. Ma ora si può dire che più che ribaltare una regola si trattava semplicemente di guardare nel posto giusto, per riuscire a scoprire anche negli ammassi globulari, grandi pianeti gassosi, in orbita a grande distanza dalle loro stelle.
I dati raccolti dal gruppo guidato da Steinn Sigurdsson, professore di astronomia alla Pennsylvania State University, pubblicati sulla rivista Science, mettono fine ad anni di speculazioni sulla natura di quel mondo così antico. Il primo atto nella storia della scoperta del pianeta risale infatti al 1988, quando viene scoperta la pulsar PSR B1620-26 all’interno dell’ammasso globulare M4. Gli astronomi poterono identificare una stella di neutroni che girava su stessa ad una velocità di circa 100 cicli al secondo, che emetteva degli impulsi regolari di onde radio. La regolarità di questi segnali risultava però perturbata e ben presto la causa di questa anomalia fu identificata nella presenza di una stella compagna, una nana bianca. Queste due stelle, così diverse tra loro, formano un sistema binario con un periodo orbitale di circa sei mesi. Ma anche considerando la presenza della nana bianca le cose non sembravano completamente a posto e per giustificare i segnali ricevuti dalla pulsar è stato necessario prevedere l’esistenza di un ulteriore oggetto celeste. Il terzo incomodo poteva esser un pianeta, ma non si poteva escludere nemmeno l’ipotesi che si trattasse di una nana marrone, una stella che non ha raggiunto la massa critica per avviare al suo interno delle reazioni nucleari in grado di auto sostenersi. Un dubbio che dagli anni ’90 è stato possibile risolvere solo ora. Sigurdsson e i suoi collaboratori, grazie alle rilevazioni effettuate da Hubble, sono riusciti, infatti, a misurare la massa del pianeta, che corrisponde a circa 2,5 volte quella di Giove; troppo piccola perché sia attribuita ad una nana marrone. Si tratta invece di un pianeta gassoso, simile ai pianeti giganti del nostro sistema solare, che impiega circa 100 anni per completare la sua orbita attorno al sistema binario di stelle.
Un pianeta dunque, nato 13 miliardi di anni fa, che avrebbe avuto una storia piuttosto intensa. Nato in prossimità di una stella simile al nostro Sole, è riuscito a superare indenne eventi catastrofici come l’esplosione delle Supernovae e la formazione di nuove stelle, che sicuramente hanno sconvolto l’ammasso globulare all’inizio dei tempi. Quando le prime forme di vita hanno iniziato a comparire sulla Terra, quel pianeta con la sua stella sono stati attirati inesorabilmente verso il centro di M4 dove sono stati catturati dall’attrazione gravitazionale della pulsar. Qui la stella ha compiuto il suo ciclo, trasformandosi prima in una gigante rossa e poi in una nana bianca, mentre il pianeta si sarebbe collocato in orbita attorno al sistema binario ad una distanza di circa 2 miliardi di chilometri, approssimativamente la stessa che separa Urano dal Sole.
Se i pianeti hanno iniziato a formarsi solo un miliardo di anni dopo il Big Bang, la loro presenza nell’Universo potrebbe essere molto più abbondante di quanto ritenuto sino ad oggi e per gli astronomi si tratta quindi di aprire una nuova inaspettata stagione di ricerca.

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