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    <title>guide</title>
    <link>http://guide.supereva.it</link>
    <description>Le guide di Supereva</description>
    <pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:15:24 GMT</pubDate>
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    <copyright>2008-2009 Blogo.it</copyright>
    <language>it-it</language>

    
	<item>
	<title>Il culto mariano in Campania</title>
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	<pubDate>Thu, 08 Apr 2004 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>musica_popolare</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Nella tradizione popolare campana sono sette le <B>sorelle</B> alle quali<br />
vengono dedicate le feste, in un arco di tempo che va da febbraio a<br />
settembre. La Madonna di Montevergine è l&#8217;unica che viene festeggiata<br />
due volte, ad apertura e chiusura del ciclo, rispettivamente il 2 febbraio<br />
ed il 12 settembre. Delle sette è l&#8217;unica nera e l&#8217;unica ricorrente nella<br />
cultura campana, mentre le altre sei possono essere qualsiasi.</p>
<p>Numerose sono, infatti, le Madonne venerate in Campania; alcune traggono<br />
il nome dai toponimi a cui sono connesse (Madonna di Pompei, Madonna<br />
di Montevergine, ecc.); altre da una qualità o da un oggetto attribuiti loro<br />
(Madonna della Pace, Madonna di Castello, Madonna delle Galline, ecc.).</p>
<p><I>La diffusione tanto capillare e intensa del culto mariano si spiega col fatto<br />
che in Campania l&#8217;elemento femminile è stato sempre maggiormente oggetto<br />
di culto rispetto a quello maschile, dato che il substrato sociale e popolare<br />
campano è &#8220;falsamente patriarcale&#8221;.</I> [<B>C.Canzanella</B>]</p>
<p>Particolare è la devozione alla Madonna nella zona vesuviana, che trova nelle feste<br />
e nei pellegrinaggi due forme caratteristiche di espressione, sempre accompagnate<br />
da canti e danze popolari (<b>tammurriate</B>).</p>
<p>Qui il ciclo dedicato alle &#8220;<B>sette Madonne</B>&#8221; è cronologicamente così articolato:</p>
<p>festa della <B>Madonna di Montevergine</B>, 2 febbraio - Montevergine (AV)</p>
<p>festa della <B>Madonna dell&#8217;Arco</B>, lunedì dopo Pasqua (in Albis) - S.Anastasia (NA)</p>
<p>festa della <B>Madonna delle Galline</B>, domenica dopo Pasqua - Pagani (SA)</p>
<p>festa della <B>Madonna di Castello</B>, 3 maggio - Somma Vesuviana (NA)</p>
<p>festa della <B>Madonna dei Bagni</B>, domenica dell&#8217;Ascensione - Scafati (SA)</p>
<p>festa della <B>Madonna dell&#8217;Avvocata</B>, lunedì dopo la Pentecoste - Maiori (SA)</p>
<p>festa della <B>Madonna di Materdomini</B>, 14 agosto - Nocera Superiore (SA)</p>
<p>festa della <B>Madonna di Montevergine</B>, 12 settembre - Montevergine (AV)</p>
 
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vengono dedicate le feste, in un arco di tempo che va da febbraio a
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	</item>
    
	<item>
	<title>I fujenti</title>
	<link>http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2004/03/153045.shtml</link>
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	<pubDate>Tue, 23 Mar 2004 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>tradizioni_popolari</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Il lunedì di Pasqua, a Sant&#8217;Anastasia (NA), si festeggia la Madonna dell&#8217;Arco.<br />
Caratteristici sono i devoti a questa Madonna, chiamati fujenti (&#8221;coloro che corrono in atteggiamento di fuga&#8221; ), dal modo di procedere verso il Santuario. Sono anche detti battenti, per l&#8217;azione del battere costantemente i piedi a terra in modo ritmato e cadenzato. I fujenti vestono una particolare divisa conservata nei secoli: camicia e pantaloni bianchi, fascia azzurra a tracolla con l&#8217;immagine della Madonna, fascia rossa alla vita, una volta tutti a piedi nudi e ora in gran parte con scarpette bianche.</p>
<p>Le associazioni. Il culto della Madonna dell&#8217;Arco è sostenuto da un&#8217;antica devozione popolare, propagata da numerose associazioni laicali sparse in tutta la Campania, ma soprattutto nel napoletano. Se ne trovano però anche nel resto dell&#8217;Italia e all&#8217;estero. Le associazioni hanno un&#8217;organizzazione con sedi, presidenti, tesorieri, portabandiera e soci. Tutti gli appartenenti a un&#8217;associazione fanno voto di correre al Santuario della Madonna il lunedì in Albis.</p>
<p>Le paranze. Ogni associazione organizza una squadra di fujenti, la cosiddetta paranza (parola derivata dal gergo marinaro, perché la squadra di devoti ricorda la disposizione in mare delle barche uscite per la &#8220;pesca di paranza&#8221;), che a partire dalla festa di Sant&#8217;Antonio Abate (17 gennaio) e per tutto il periodo che precede il lunedì in Albis, va in giro a fare &#8216;a cerca, cioè la questua, per portare un&#8217;offerta al Santuario.<br />
Saltellando e cantando, i devoti intonano &#8216;a voce d&#8217;a questua:</p>
<p>Chi è devot&#8217;</p>
<p>&#8217;sta Maronn&#8217;e ll&#8217;Arc&#8217;</p>
<p>sorè tenitece &#8216;a fede</p>
<p>chill&#8217;è nu bellu nomme</p>
<p>sorè &#8230; &#8216;a Maronn&#8217;</p>
<p>La questua ha una sua origine penitenziale nella tradizione cristiana: per ottenere la grazia richiesta, il devoto promette alla Madonna di sottomettersi al gesto umiliante del mendicare e di portare l&#8217;offerta raccolta al Santuario per i bisogni del culto e della carità.</p>
<p>Il giorno della festa. Dall&#8217;alba del lunedì di Pasqua fino a oltre il tramonto, le paranze si susseguono ai piedi dell&#8217;altare della Vergine dell&#8217;Arco. In prossimità del Santuario dovrebbe avere inizio la corsa che però il più delle volte non avviene perché i gruppi sono molto numerosi e manca lo spazio per effettuarla. La corsa simboleggia la purificazione dell&#8217;anima e la fuga rituale dal male per correre verso il bene.</p>
<p>In chiesa le paranze entrano senza musica. Alcuni devoti raggiungono l&#8217;altare avanzando in ginocchio verso la Madonna, altri camminando lentamente tenendosi per mano: tutti si prostrano per una breve preghiera per poi fare posto ad altre paranze che incalzano. Spesso si verificano invocazioni alla Madonna ad alta voce, col racconto delle proprie angustie. Vi sono in alcuni casi svenimenti e convulsioni, in parte derivanti da un costume, in parte provocati dalla stanchezza fisica e dalla tensione psicologica.</p>
<p>Riferimenti Bibliografici:</p>
<p>- Roberto De Simone : Canti e Tradizioni Popolari in Campania - Lato Side Editore (Roma, 1979)</p>
<p>- Claudio Canzanella : I Volti di Maria - Altrastampa Edizioni (Napoli, 2002</p>
 
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	<item>
	<title>La Ghironda</title>
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	<pubDate>Wed, 05 Nov 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>strumenti_musicali</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src=http://italiafolk.supereva.it/img/ghironda.gif<br />
align="center"><br />
<B>Come si suona</B>. La <B>ghironda</B> è uno strumento a suono continuo, ottenuto da corde poste in vibrazione dallo sfregamento del bordo di una ruota, azionata per mezzo di una manovella. Il bordo della ruota deve essere cosparso di pece, le corde invece sono fasciate con una minima quantità di cotone che migliora il suono ed evita allo stesso tempo di consumare eccessivamente le parti in sfregamento. Esistono corde ad intonazione fissa (<B>bordoni</B>) ed altre che producono la melodia attraverso una tastiera esterna che ne regola la tensione. I tasti, in numero sufficiente a coprire una scala naturale di circa due ottave, scorrono in un&#8217;apposita struttura applicata al piano armonico e sono disposti su due file con i colori generalmente invertiti rispetto alla tastiera del pianoforte.</p>
<p>L&#8217;aspetto più difficoltoso dello strumento è dato dall&#8217;azionamento della <B>trompette</B>, ovvero di una corda non tastata (di bordone, quindi) che segna il ritmo melodico con una caratteristica vibrazione, a seconda del tempo e della velocità del brano eseguito. L&#8217;azionamento della trompette si ottiene agendo sulla stessa manovella che aziona la ruota e costringe il suonatore a sincronizzare le due mani con movimenti poco naturali e non riscontrabili nell&#8217;uso di nessun altro strumento musicale.</p>
<p>La ghironda si tiene normalmente poggiata sulle gambe del suonatore, ma si può suonare anche in piedi. Secondo la postura adottata una o più cinghie fissano lo strumento al corpo.</p>
<p><img src=http://italiafolk.supereva.it/img/Ghironda2.gif<br />
align="right"><B>Un po&#8217; di storia</B>. La ghironda è uno strumento antico, la cui origine è da ricercare in ambito religioso. Nelle abbazie e nei monasteri accompagnava i canti liturgici. Il portale della chiesa di Santiago de Compostela (Spagna), datato 1183, comprende una scultura nella quale lo strumento viene suonato da due Cavalieri dell&#8217;Apocalisse.</p>
<p>Il primo riferimento storico è un trattato del X secolo che parla della ghironda chiamandola <B>organistrum</B>, strumento di grandi dimensioni suonato da due musicisti: uno azionava la ruota, l’altro otteneva la melodia sollevando dei tasti. A partire dal XII secolo, la ghironda si sviluppa con dimensioni più ridotte, più adatte ad un singolo musicista e si diffonde nei secoli successivi come strumento da strada di trovatori e cantastorie, mendicanti e ciechi (<I>viola da orbi</I>). Nell&#8217;uso religioso viene sostituita dall&#8217;organo nell&#8217;uso religioso.</p>
<p>La nobiltà del XVII secolo la riscopre, oscurando la moda di liuti e chitarre. Vivaldi compone brani per questo strumento, e persino i membri della famiglia reale di Francia lo suonano. Verso la fine del XVIII secolo la ghironda ritorna tra le mani di ambulanti e mendicanti. Si diffonde in ambito occitano a partire dall&#8217;Ottocento, come accompagnamento e sostegno ritmico delle danze popolari.</p>
<p><B>Altro sulla ghironda</B>. La costruzione della ghironda è una operazione di elevata complessità che richiede molto tempo e l&#8217;impiego di numerose macchine utensili; difficilmente si impiegano meno di 100 ore di lavoro a causa delle operazioni di incollaggio, essicazione e verniciatura comprese. Per questo motivo lo strumento è piuttosto costoso, la media si aggira sui 3000 euro per un buon esemplare estero. In Italia sono comunque disponibili ottimi strumenti a costi accessibili.</p>
<p>Oltre che attraverso i link correlati, altro sulla ghironda si può trovare nelle pagine di <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.geocities.com/Vienna/1045/"><B>Marcello Bono</B></A> , autore anche di un libro, dal titolo <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://shop.logos.it/users/manicardi/index2.html"><B>LA GHIRONDA</B></A> , edito dalla Forni (Sala Bolognese, 1989).</p>
<p>Per i gruppi musicali, un riferimento sicuro è il sito <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.ghironda.com/index.htm"><B>Ghironda.com</B></A> , molto ben curato da <B>Eraldo De Gioannini</B>.</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20031105000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20031105000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20031105000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20031105000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffolklore%2Finterventi%2F2003%2F11%2F144857.shtml"/></p>
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	<description>Come si suona. La ghironda è uno strumento a suono continuo, ottenuto da corde poste in vibrazione dallo sfregamento del bordo di una ruota, azionata per mezzo di una manovella. Il bordo della ruota[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>La Tammorra</title>
	<link>http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/11/144640.shtml</link>
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	<pubDate>Sat, 01 Nov 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>strumenti_musicali</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><B>Lo strumento.</B> La <B>tammorra</B> è un grosso tamburo a cornice con la membrana di pelle essiccata (quasi sempre di capra o di pecora) tesa su un telaio circolare di legno. Il diametro varia dai 30 ai 60 centimetri. L&#8217;asse di legno che compone il cerchio (cornice) può arrivare fino a 15 cm. di altezza ed è bucato tutt&#8217;intorno da nicchie rettangolari dove vengono<br />
collocati i sonagli di latta, detti <I>ciceri</I> o <I>cimbali</I>. In loro assenza la tammorra è definita <B>muta</B>, caratterizzata da un seducente suono cupo. Sovente i costruttori usano abbellire lo strumento con l&#8217;aggiunta di nastrini colorati e decorarlo con piccoli motivi floreali dipinti lungo la cornice o con scene di argomento cavalleresco affrescate sulla pelle. La tammorra non va confusa con il tamburello, che è molto più piccolo, con i cembali di ottone e non  di latta.</p>
<p><B>Come si suona.</B> Si impugna il telaio dal basso con una sola mano, tenendolo perpendicolarmente al corpo, mentre la pelle viene percossa ritmicamente dal palmo e dalle dita dell&#8217;altra mano. Il modo di impugnare la tammorra è importante anche da un punto di vista rituale: accade, infatti, che quando lo strumento è impugnato con la mano sinistra e percosso con la destra si dice che viene suonato nella maniera <I>maschile</I>. All&#8217;opposto, invece, si dice che viene suonato nella maniera <I>femminile</I> e ciò perché il lato destro è identificato nelle antiche culture con l&#8217;idea dell&#8217;uomo, mentre il lato sinistro con l&#8217;idea della donna. L&#8217;inversione dell&#8217;impugnatura dello strumento indica  un rovesciamento dei segni del rituale.</p>
<p><img src=http://italiafolk.supereva.it/img/tamm.gif<br />
align="right">Molto complessa è la tecnica usata per suonare la tammorra, poiché richiede qualità musicali e ritmiche non comuni accompagnate, inoltre, da una resistenza fisica notevole poiché lo strumento dev&#8217;essere spesso suonato per delle ore senza che il musicista possa cedere nella costanza del titolo. Critica è, ad esempio, la posizione da tenere per equilibrare il peso e lo strumento in modo da non affaticare eccessivamente il braccio. Non esiste, in proposito, una regola generale in quanto ogni suonatore trova una sua maniera per equilibrarsi costruendo una tecnica alla quale partecipa tutto il fisico.</p>
<p><B>Dove si usa.</B> La tammorra accompagna sia il canto che il ballo tradizionale dell&#8217;Italia Meridionale, in particolare in Campania, dove è usata da sola o con altri strumenti a percussione, quali le <B>castagnette</B>. Qui la forma musicale, ad andamento essenzialmente binario, dallo strumento deriva il nome di <B>tammurriata</B> o anche di <B>canzone &#8216;ncopp &#8216;o tammuro</B> (canto sul tamburo). A tale struttura ritmica corrisponde una particolare scansione metrica di sei versi, di undici sillabe, che durante il canto subisce però modifiche sia nel numero delle sillabe, che nell&#8217;organizzazione. In special modo nell&#8217;area vesuviana, la tammurriata emerge durante occasioni ludiche e sopratutto rituali-cerimoniali, quali i frequenti pellegrinaggi devozionali alla Madonna.</p>
<p><B>Un po&#8217; di storia.</B> La storia della tammorra, rivissuta attraverso lo studio dei reperti archeologici e delle opere d&#8217;arte presso quei paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo prende inizio da alcune statuette fenicie di figure femminili, raffiguranti forse sacerdotesse della dea <B>Astarte</B> recanti un disco riconducibile ad un tamburo a cornice, conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.<img src=http://italiafolk.supereva.it/img/suonatore.gif<br />
align="right"></p>
<p>Alcune pitture di origine greca mostrano donne nell&#8217;atto di suonare un tamburo simile all&#8217;attuale tammorra denominato <B>tympanon</B>. Questo strumento ha quasi sempre due pelli (vista la presenza di maniglie o di legature a forma di X e di V sul profilo della cassa) tese su un telaio circolare di legno o di bronzo tenuto verticalmente e percosso con la mano nuda.</p>
<p>Presso i romani, lo ritroviamo col nome di <B>timpanum</B>. In un mosaico di Pompei conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli tale tamburo è raffigurato in mano ad uno strumentista, forse un ambulante, che lo percuote tenendo la pelle rivolta verso il basso. Una tecnica di esecuzione, questa, utilizzata per suonare l&#8217;attuale tammorra in Italia Meridionale e che si osserva presso tutte le popolazioni del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente che utilizzano tamburi di tale forma.</p>
<p>La musica del Medioevo eredita quasi tutti gli strumenti a percussione dell&#8217;Evo Antico e la tradizione popolare conserva il grosso tamburo detto poi tammorra per scandire il ritmo durante i balli a Corte. La musica colta rinascimentale non disdegna l&#8217;utilizzo di questo strumento, dal momento che esso viene raffigurato nelle mani di<br />
angeli musicanti o nelle tarsie dei cori delle chiese, in cui si evidenzia l&#8217;uso del tempo di sospendere dei sonagli al telaio o anche di applicare la bordoniera (una corda posta sulla pelle per dare allo strumento il suono rullante).</p>
 
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	<description>Lo strumento. La tammorra è un grosso tamburo a cornice con la membrana di pelle essiccata (quasi sempre di capra o di pecora) tesa su un telaio circolare di legno. Il diametro varia dai 30 ai 60[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>L&#039;organetto diatonico</title>
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	<pubDate>Mon, 27 Oct 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>strumenti_musicali</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><B>Come funziona.</B> La <B>fisarmonica diatonica</B>, comunemente nota come <B>organetto</B>, è uno strumento musicale appartenente alla famiglia degli <I>aerofoni</I> (strumenti il cui suono è generato da un flusso d&#8217;aria) di tipo <I>meccanico</I> (l&#8217;aria è prodotta da un mantice o soffietto) e provvisto di <I>ance libere</I>. L&#8217;ancia libera è una sottile linguetta di acciaio, fissata ad una estremità su una piastrina di ottone o alluminio forata in modo tale da consentire all&#8217;ancia di vibrare liberamente sotto il soffio dell&#8217;aria, producendo così il suono. Ogni ancia è intonata su una nota musicale: la lunghezza e la larghezza della linguetta sono proporzionate all&#8217;altezza della nota. Più acuta è la nota, più piccola è l&#8217;ancia e viceversa.</p>
<p>L&#8217;organetto è caratterizzato da una tastiera melodica a bottoni, azionata dalla mano destra, estesa per 2 ottave e 1/2, nella quale le note sono ordinate per <B>scale diatoniche</B> (5 toni e 2 semitoni). Ad ogni bottone corrispondono due suoni differenti, secondo che il tasto sia premuto aprendo o chiudendo il mantice (<B>sistema bitonico</B>). Il numero<br />
dei tasti della melodia può variare, secondo il tipo di organetto, da 12 a 33, ordinati in una, due o tre file.</p>
<p>Lo strumento possiede una seconda tastiera più piccola, azionata dalla mano sinistra, che comprende i bassi e gli accordi (da un minimo di 2 a un massimo di 12, ordinati in due file) necessari per l&#8217;accompagnamento ritmico.</p>
<p>Ogni tastiera aziona una serie di valvole che consentono il passaggio dell&#8217;aria attraverso le ance e la produzione del suono. L&#8217;afflusso dell&#8217;aria alle ance è assicurato da un mantice in cartone rivestito di stoffa, che collega le due casse.</p>
<p>Tra i vari tipi di organetto, quelli più utilizzati nella musica tradizionale italiana sono l&#8217;organetto a 2 bassi e l&#8217;organetto a 8 bassi, pur essendo diffusi anche i tipi a 4 e a 12 bassi.</p>
<p><B>Un po&#8217; di storia.</B> Lo strumento originario, denominato <B>accordion</B>, era dotato di un mantice azionato dalla mano sinistra, di una cassettina contenente le ance libere metalliche, raggruppate in modo tale da produrre accordi completi, e di una tastiera con cinque tasti azionati dalla mano destra, ciascuno dei quali comandava una valvola per consentire il passaggio dell’aria attraverso un determinato gruppo di ance. L’accordion di <B>Demian</B> utilizzava ance di tipo bitonico, cioè in grado di produrre determinati suoni solo aprendo il mantice e altri<br />
suoni solo chiudendolo; ad uno stesso tasto potevano così<br />
corrispondere due suoni differenti, a seconda della direzione della corrente d’aria nel mantice, in analogia con l’armonica a bocca, inventata pochi anni prima (1821) dal tedesco Buschmann. In tal modo lo strumento poteva produrre 10 accordi completi con soli 5 tasti.</p>
<p>Tra il 1830 e il 1840 l’accordion si diffonde nell&#8217;Europa intera e negli Stati Uniti. In questo periodo lo strumento viene continuamente modificato, per migliorarne le potenzialità sonore.<br />
<img src=http://italiafolk.supereva.it/img/diatonico.jpg<br />
align="right"> Molte innovazioni tecniche sono da attribuire, oltre che allo stesso Demian, a costruttori francesi e tedeschi che, tra l’altro, estendono anche la gamma sonora dell’accordion fino a tre ottave, prima nell’ambito della scala diatonica e poi di quella cromatica.</p>
<p>Altra innovazione significativa riguarda il numero di ance (ugualmente intonate) messe in funzione da uno stesso tasto. Dal sistema di base, che prevedeva per ogni tasto una sola <I>voce</I> (ancia) a doppia azione (bitonica), si passa alle due e poi alle tre voci per tasto, intonate sulla stessa nota, anche in ottave diverse (voci bassa, normale e acuta), consentendo così l’introduzione dei <I>registri</I> (variatori di timbro sonoro).</p>
<p>L’ancia di tipo unitonico (che produce la stessa nota, indipendentemente dal movimento del mantice) viene introdotta, da costruttori italiani, nella tastiera dei bassi/accordi attorno al 1880, dando origine ad un meccanismo basato su un complesso sistema di tiranti e valvole a effetto multiplo, che consente di aumentare il numero di tasti (e di bassi/accordi) dagli originali 2, 4 o 8, fino a 48 e oltre, mantenendo relativamente basso il numero di ance impiegate (una stessa ancia può intervenire nella formazione di più accordi e<br />
conseguentemente viene messa in funzione da tasti diversi).</p>
<p>Nell’ultimo ventennio del secolo vedono così la luce gli accordion (diatonici e cromatici) a sistema <I>misto</I>: bitonico per la melodia e unitonico per l’accompagnamento. Va sottolineato che per tutta la seconda metà dell’800 anche gli strumenti cromatici mantengono il sistema bitonico nella tastiera melodica; solo nel 1897, ad opera dell’italiano <B>Paolo Soprani</B>, l’accordion cromatico adotta totalmente il sistema unitonico, aprendo la strada alla moderna <B>fisarmonica cromatica</B>.</p>
<p>Dai primi del &#8216;900 inizia la grandissima espansione della fisarmonica cromatica, che si diffonde in tutta Europa e nel resto del mondo, grazie alla completezza delle sue capacità melodiche e armoniche, ulteriormente migliorate grazie all’introduzione della tastiera melodica tipo pianoforte.<br />
Inizia così il declino della fisarmonica diatonica, che vede dapprima la scomparsa degli strumenti a sistema <I>misto</I>, poi il confinamento degli strumenti interamente diatonici nell’ambito della musica tradizionale.</p>
<p><B>I costruttori e i solisti italiani.</B> In Italia la prima fabbrica di accordion viene fondata nel 1863 da <B>Paolo Soprani</B>, a Castelfidardo in provincia di Ancona. Lo strumento, nel nostro Paese viene denominato <B>armonica</B> e successivamente <B>fisarmonica</B>, ma il nome più comunemente utilizzato è quello, dialettale, di <B>organetto</B>. Questo nome resterà poi ad indicare lo strumento diatonico, nell’uso tradizionale, fino ai nostri giorni.</p>
<p>La costruzione di organetti si espande a ritmo vertiginoso tra il 1870 e il 1900, con la nascita di numerose fabbriche, localizzate in particolare nelle Marche (Castelfidardo, Macerata), in Lombardia (Stradella, Cremona) e in Piemonte (Vercelli, Leinì). Con l’invenzione della fisarmonica cromatica cresce ulteriormente il numero di<br />
costruttori, che realizzano sia fisarmoniche sia organetti.<br />
Nel 1924, un primo censimento delle fabbriche di fisarmoniche e<br />
organetti ne individua in Italia ben 93 su un totale di 232 in tutta Europa.</p>
<p>Oggi il numero dei costruttori italiani si è ridotto ad appena una trentina, di cui solo una diecina continua a produrre organetti, in particolare a Recanati e Castelfidardo e nella provincia di Teramo.<br />
Tra i principali: <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.castagnari.com/"><B>Castagnari</B></A>, <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.baffetti-accordions.com/diatonic.htm"><B>Baffetti</B></A>, <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.giustozzi.it/"><B>Giustozzi</B></A>. </p>
<p>Diversi ed eccellenti sono i solisti italiani dell&#8217;organetto diatonico. Tra i più famosi vanno ricordati senz&#8217;altro: <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/07/140684.shtml"><B>Riccardo Tesi</B></A>, <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/05/136205.shtml"><B>Ambrogio Sparagna</B></A>, <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.mariosalvi.it/"><B>Mario Salvi</B></A>, <A<br />
HREF="http://guide.supereva.it/cgi-bin/sendurl.cgi?ug=/tempo_libero/folklore&#038;pg=tempo_libero&#038;ud==http://www.organetto.it/pages/gambetta.html"><B>Filippo Gambetta</B></A>.</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20031027000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20031027000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20031027000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20031027000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffolklore%2Finterventi%2F2003%2F10%2F144401.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>Come funziona. La fisarmonica diatonica, comunemente nota come organetto, è uno strumento musicale appartenente alla famiglia degli aerofoni (strumenti il cui suono è generato da un flusso[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Il Palio di Asti</title>
	<link>http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/09/142653.shtml</link>
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	<pubDate>Fri, 19 Sep 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>tradizioni_popolari</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Dal <B>sito del Palio di Asti</B>.</p>
<p>Il <B>Palio</B>, grande drappo di velluto con le insegne di Asti e la raffigurazione del patrono San Secondo, è il <I>sogno</I> cui aspirano ben ventuno contendenti.<br />
Sette cavalli al canapo per ogni contesa, nove per la finale e migliaia di borghigiani che sperano, tutti, nel miracolo della vittoria.<br />
La gioia del vincitore è incontenibile. In un attimo tutto il borgo dimentica le fatiche di un anno: il lavoro per studiare e cucire i preziosi costumi della sfilata, l’affanno per organizzare le feste e le pantagrueliche cene propiziatorie della vigilia, l’impegno per mettere a punto bandiere e stendardi.<br />
Tutto è ripagato da un <I>incredibile</I> drappo cremisino che stringe il Rettore tra le mani: il <B>Palio</B>.</p>
<p><B>Domenica 21 settembre</B>, alle ore 16, pochi attimi prima della corsa, in Piazza Alfieri, il Capitano <B>Paolo Bagnadentro</B> pronuncerà la frase di rito: &#8220;Signor Sindaco, il Palio è schierato in campo con uomini, cavalli ed insegne ed attende gli ordini&#8221;. Il Sindaco <B>Vittorio Voglino</B>, secondo la tradizione, risponderà: &#8220;Signor Capitano, vi dò licenza di correre il Palio dell’anno del Signore 2003, andate e che San Secondo vi assista!&#8221;. Dopodiché il Capitano, i Magistrati e i Cavalieri percorrono al galoppo la piazza, mentre una voce annuncia a tutti i presenti: &#8220;Si corre il Palio, si corre il Palio!&#8221;.</p>
<p>E per i ventuno partecipanti incomincia una sorta di terribile agonia che dura per il tempo infinito - un paio di minuti - di ognuna delle tre batterie e della finale.<br />
Sono nove i cavalli per ogni batteria e migliaia di borghigiani che sperano nella vittoria. Ma a vincere sarà uno soltanto: il più bravo, il più fortunato e scaltro.</p>
<p><B>I DUE DRAPPI DEL PALIO</B>. I Palii sono composti da due elementi essenziali: il <I>labaro</I> dipinto, che porta l&#8217;effige del Santo e le insegne della Città di Asti e il <B>Palio</B> propriamente detto, costituito da una lunga pezza di velluto<br />
cremisino congiunta al <I>labaro</I>.<br />
Il Palio si misura in <I>rasi</I>: sedici per il Palio della corsa, dieci per il Palio offerto alla <B>Collegiata di San Secondo</B>. Il raso, antica misura piemontese, corrisponde a sessanta centimetri.<br />
I Palii che, nel tempo, il Comune ha donato alla Collegiata sono esposti in chiesa, nella navata centrale. I più recenti sono esposti sul Carroccio, nella prima cappella della navata destra; quelli vinti dai Rioni sono gelosamente custoditi presso le rispettive sedi.<br />
I drappi del Palio anno 2003 sono stati dipinti dal maestro <B>Eugenio Guglielminetti</B>.</p>
<p><B>LA STIMA DEL PALIO</B>. E&#8217; una delle manifestazioni più pittoresche della città di Asti, primo<br />
atto ufficiale di preparazione alla corsa del Palio e si svolge la prima settimana di maggio. Durante la cerimonia vengono stimati da tre estimatori i due drappi del Palio: uno verrà donato alla Collegiata di San Secondo, l&#8217;altro andrà in premio al vincitore della corsa del Palio.</p>
<p>In piazza San Secondo, cuore storico della città, si radunano tamburini, sbandieratori, Capitano e Magistrati, scudieri, cavalieri e i ventuno vessilli dei rioni e comuni che partecipano alla corsa per assistere alla Stima del Palio.<br />
I tre estimatori devono controllare che i due drappi siano di ottima stoffa e che abbiano la giusta dimensione.</p>
<p>Quest&#8217;anno, al termine della stima, con tanto di verbale sigillato con ceralacca il Sindaco della Città di Asti Vittorio Voglino ha dichiarato: &#8220;In nome della città e del Consiglio del Palio dichiaro che il Palio dell&#8217;anno di grazia 2003 è solennemente indetto secondo gli antichi statuti e<br />
regolamenti e si correrà ad Asti domenica 21 settembre in piazza Alfieri&#8221;.</p>
<p><B>IL PALIO DEGLI SBANDIERATORI</B>. Dal 1977 una nuova manifestazione è entrata a far parte del calendario dei festeggiamenti legati al Palio di Asti, la gara tra i gruppi degli sbandieratori dei singoli rioni o comuni partecipanti al Palio che si contendono un drappo, simile a quello che viene assegnato al termine della corsa.</p>
<p>Ad Asti esistono tre gruppi <I>autonomi</I> che tengono esibizioni in molte località d&#8217;Italia o d&#8217;Europa e costituiscono uno dei messaggi più efficaci per il Palio nel suo complesso, si tratta del gruppo dell&#8217;<B>A.S.T.A.</B>, di quello degli <B>Amjs d&#8217;la Pera</B> e degli <B>Alfieri delle Terre Astesi</B>.</p>
<p>Ogni rione o comune inoltre possiede un proprio gruppo di sbandieratori che sfilano prima della corsa del Palio e che durante l&#8217;anno si esibiscono in occasioni di manifestazioni di vario tipo.</p>
<p>Il Palio degli Sbandieratori di giovedì 18 settembre è stato vinto dal rione <B>San Lazzaro</B>.</p>
<p><img src=http://italiafolk.supereva.it/img/asti2.jpg<br />
align="right"><B>Il CORTEO STORICO</B>. L’elemento che più affascina i numerosi visitatori che assistono al Palio è il Corteo Storico, composto da oltre milleduecento personaggi in costume medievale. L’accuratezza della ricostruzione storica, il pregio dei costumi e la maestria delle sartorie di borgo nel riprodurre fedelmente le fogge degli abiti traendole da affreschi e dipinti d’epoca, fanno del corteo uno spettacolo davvero unico.<br />
I quadri viventi che compongono la sfilata rappresentano fatti realmente accaduti della storia astese: si vedranno dunque sfilare nobili e popolani, armigeri e alto clero, dame e cavalieri che per un giorno torneranno ad abitare la città raccontando la vita quotidiana di più di sette secoli fa.</p>
<p><B>IL PROGRAMMA DELLA MANIFESTAZIONE</B>. Nei giorni precedenti la domenica del Palio, ad Asti si potrà assistere ad altri eventi collegati alla manifestazione. Venerdì e sabato, in Piazza San Secondo si svolge il <B>Mercatino dei Rioni</B>: sulle variopinte bancarelle sono poste in vendita bandiere, piatti, sciarpe e quant&#8217;altro fatto dalle donne dei Comitati per raccogliere fondi per le spese della sfilata e della corsa.<br />
Negli stessi giorni, in Piazza Alfieri, si potrà assistere alle <B>Prove ufficiali del Palio</B>. Sabato si svolgerà il <B>Palio degli Scudieri</B>: corsa a pelo per fantini debuttanti. Infine, domenica per le vie del centro storico sfilerà il Corteo e in Piazza Alfieri si svolgerà la corsa del Palio. </p>
<p>Nel bellissimo sito del Palio di Asti troverete molte altre informazioni, arricchite dalla bellissima fotografia di<br />
<B>Vittorio Ubertone</B>. In particolare, potrete conoscere la modalità di acquisto dei biglietti relativi ai diversi settori predisposti per assistere alla corsa del Palio.</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20030919000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20030919000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20030919000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20030919000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffolklore%2Finterventi%2F2003%2F09%2F142653.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>Dal sito del Palio di Asti.
Il Palio, grande drappo di velluto con le insegne di Asti e la raffigurazione del patrono San Secondo, è il sogno cui aspirano ben ventuno contendenti.
Sette cavalli al[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>ALFIO ANTICO</title>
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	<pubDate>Wed, 17 Sep 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>artisti</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Il commento di <B>Valerio Mari</B> rispecchia in pieno quello che ho avuto modo di constatare la scorsa estate a Carpino in occasione del Folk Festival. Lo spettacolo di <B>Alfio Antico</B> ha un qualcosa di magico, che rapisce per tutta la sua durata. L&#8217;incredibile familiarità che l&#8217;artista ha con i suoi tamburi colpisce più di ogni altra cosa e l&#8217;esecuzione dei brani che presenta cattura l&#8217;attenzione anche di quelli che sembrano meno interessati.</p>
<p>La storia che segue è quella che si trova su diversi siti che dedicano spazio all&#8217;artista. La sua riproposizione non completa certamente l&#8217;argomento, che va senz&#8217;altro integrato, a mio avviso, assistendo ad uno spettacolo dal vivo.</p>
<p><B>Alfio Antico</B> è nato a Lentini (SR), piccolo centro vicino Catania, luogo in cui è vissuto fino all&#8217;età di diciotto anni, come pastore-bambino prima e adolescente poi, respirando, in una vita non certo priva di durezze, tutti i miti che attraverso le avare, disseccate e al tempo stesso rotonde parole della cultura contadina lo illuminavano nelle sue attese.</p>
<p>Gli era compagno il suo tamburello o tamburo, che si era costruito tendendo le pelli conciate delle pecore sopra un vecchio <I>crìu</I> (setaccio contadino). Nei silenzi e nelle vibranti sonorità inseguiva così la propria anima, e nell&#8217;alone di un quotidiano mistero, forse i volti e gli sguardi tutti degli antichissimi abitatori della sua terra.</p>
<p>Poi Alfio sente che deve partire per scoprire il mondo, ma è anche il mondo che scopre lui, naturalmente e<br />
principalmente il mondo dello spettacolo.<br />
<B>Eugenio Bennato</B> lo scopre mentre una sera fa risuonare la voce forte e delicata dei suoi tamburi, non più tra le protettive colline siciliane, ma nel cuore di una Firenze anni settanta, in Piazza della Signoria.<br />
Il contrasto tra l&#8217;ambiente severo eppure umano, e l&#8217;irruenza impressionante dei tamburi esalta e amplifica l&#8217;effetto poetico e affascinante di un&#8217;apparizione quasi magica.<br />
Da quel momento prende l&#8217;avvio una serie di proficue collaborazioni concertistiche e discografiche, con diversi musicisti: Musicanova, Edoardo Bennato,<br />
Vincenzo Spampinato, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, Peppe Barra, Renzo Arbore.</p>
<p>Alfio non è solo musica, ma anche presenza, teatro, gestualità. Perciò viene chiamato sempre più spesso a collaborare come musicista attore a spettacoli teatrali con Maurizio Scaparro e Pino Micol (Vita di Galileo, 1988), Giorgio Albertazzi (Memorie di Adriano, 1988 e 1994), Massimo Ranieri (Pulcinella, 1994), Ottavia Piccolo e Renato De Carmine (Dodicesima Notte, 1991, regia di Jerome Savary), Roberto De<br />
Simone (Le Tarantelle del Rimorso, 1992 e Agamennone, 1994 al teatro greco di Siracusa).</p>
<p>Anche il mondo della danza si è avvalso in più occasioni delle potenzialità sceniche, musicali e coreografiche di Alfio, portandolo a varie esperienze tra cui Cabiria (teatro romano di Verona, 1994 di Amedeo Amodio), il passo a due con George Iancu in Mazzafionda al Festival dei due mondi di Spoleto e alla prima Maratona Internazionale<br />
di Danza curata da Vittoria Ottolenghi, e ancora con George Iancu in Aura, in cui le musiche di Alfio dialogano con quelle di Miles Davis, e nel 1995 al Festival Internazionale di Sitges, Barcellona. Collabora con la Nuova Compagnia di Canto Popolare allo spettacolo &#8220;La Voce del grano&#8221;, musical dell&#8217;Italia del Sud. Giunto ormai a una piena maturità<br />
artistica, Alfio Antico si propone ora in performance con il suo quartetto e come artista singolo per collaborazioni speciali.</p>
<p>Valerio Mari dice ancora di Alfio Antico:</p>
<p>&#8220;Non è un semplice tamburellista e la sua non è solo musica. Alfio è prima di tutto un artista: la sua arte è impregnata di quella tradizione nella quale è stato immerso sin da bambino ed ogni volta che quelle mani si posano sulla pelle di uno dei suoi tamburi è come se questa tradizione riprendesse vita. Quando Alfio li suona i tamburi parlano, e lui parla con loro, grazie a loro e per mezzo di loro. Un personaggio unico ed irripetibile: chi ama la musica tradizionale e la tradizione in genere credo dovrebbe sentirsi in debito nei confronti della donna che mise nelle mani di Alfio, per la prima volta, un tamburello.&#8221;</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20030917000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20030917000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20030917000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20030917000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffolklore%2Finterventi%2F2003%2F09%2F142503.shtml"/></p>
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	<description>Il commento di Valerio Mari rispecchia in pieno quello che ho avuto modo di constatare la scorsa estate a Carpino in occasione del Folk Festival. Lo spettacolo di Alfio Antico ha un qualcosa di magico,[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>Robba de smuju</title>
	<link>http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/09/142283.shtml</link>
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	<pubDate>Fri, 12 Sep 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
    <comments>http://guide.supereva.it/folklore/interventi/2003/09/142283.shtml#comments</comments>
    <category>musica_popolare</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Dal sito de <B>Il Manifesto</B>.</p>
<p>E&#8217; il primo lavoro inciso con metodi moderni da <B>Uccio Aloisi</B>,<br />
75enne di <B>Cutrofiano</B> (LE), irresistibile intrattenitore, voce<br />
prodigiosa, determinante punto di congiunzione tra la tradizione più<br />
autentica e il movimento salentino degli ultimi anni.</p>
<p>Uccio Aloisi ha lavorato la terra, scavato pozzi per l’acqua,<br />
cavato il tenero tufo nei dintorni del paese. La musica ha accompagnato<br />
la sua vita e il suo imponente repertorio deriva direttamente dalla<br />
tradizione dei contadini del Salento.</p>
<p>Negli anni le registrazioni sul campo effettuate durante le<br />
esibizioni di Uccio, a partire da quelle degli anni ’70, hanno<br />
costituito una parte fondamentale del repertorio dei giovani gruppi<br />
che si cimentano nella riproposizione della musica tradizionale. Ancora<br />
oggi Uccio Aloisi è un fondamentale riferimento per<br />
tutti coloro che intendono avvicinarsi a questo tipo di musica. </p>
<p>Il lavoro è composto da una selezione delle varie forme del<br />
canto salentino: canti di lavoro, ninne nanne, stornelli, canti<br />
religiosi, canti d’amore e una originalissima pizzica dal ritmo<br />
spiazzante. Nel disco emerge in particolare la sua straordinaria<br />
vocalità antica, caratterizzata da singolari gamme tonali e dall’uso<br />
virtuoso di particolari fioriture e abbellimenti, in analogia con i<br />
modi delle tradizioni mediterranee.</p>
<p>In questo viaggio musicale Uccio è egregiamente accompagnato<br />
dal suo <B>Gruppu</B>, che interpreta i brani tradizionali in maniera<br />
semplice ed essenziale valorizzando al massimo la sua personalità<br />
musicale.</p>
 
    <p><map name="google_ad_map_20030912000000"><area shape="rect" href="http://imageads.googleadservices.com/pagead/imgclick/20030912000000?pos=0" coords="1,2,367,28"/><area shape="rect" href="http://services.google.com/feedback/abg" coords="384,10,453,23"/></map><img usemap="#google_ad_map_20030912000000" border="0" src="http://imageads.googleadservices.com/pagead/ads?format=468x30_aff_img&client=ca-pub-0008021944834004&channel=2508919242&output=png&cuid=20030912000000&url=http%3A%2F%2Fguide.supereva.it%2Ffolklore%2Finterventi%2F2003%2F09%2F142283.shtml"/></p>
    ]]></content:encoded>
	<description>Dal sito de Il Manifesto.
E&amp;#8217; il primo lavoro inciso con metodi moderni da Uccio Aloisi,
75enne di Cutrofiano (LE), irresistibile intrattenitore, voce
prodigiosa, determinante punto di[...]</description>
	
	</item>
    
	<item>
	<title>UCCIO ALOISI Gruppu</title>
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	<pubDate>Mon, 08 Sep 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>artisti</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Dal sito de <B>Il Manifesto</B>.</p>
<p><B>Uccio Aloisi</B> nasce settantacinque anni fa a Cutrofiano, un piccolo paese del basso salento. Antonio, questo il suo vero nome (da cui il diminutivo Antoniuccio e quindi Uccio), ha una storia di figlio della terra, nel senso più reale del termine. E’ ultimo di una numerosa famiglia contadina, povera gente che ogni alba iniziava una lunga giornata per la sopravvivenza, lavorando la terra. La povertà delle origini sono indissolubilmente legate a quell’allegria, quella dignità e onestà che la famiglia riusciva a manifestare nelle serate con gli amici, le feste popolari, il lavoro nei campi.</p>
<p>La storia dei canti del lavoro non sono certamente esclusivi del blues arcaico di matrice afroamericana, ma comune a tutte le classi lavoratrici umili del mondo. Non fa dunque eccezione il ritmo cantilenante delle rime che i contadini si rimandano durante il lavoro. Sono i nostri spirituals, la nostra memoria delle scene di vita di tutti i giorni cantate a voce spiegata per spezzare la fatica.</p>
<p>Uccio assorbe questa tradizione, oltre al dono<br />
di una voce pura e di straordinaria qualità, dal padre, che ne<br />
trasmette i fondamentali a tutti i figli maschi della famiglia.</p>
<p>In un’epoca dove la tv non esiste o è alle prime armi e tantomeno sono diffusi i giradischi, il canto, quello diretto, rappresenta un’occasione per manifestare coraggio, tristezza, amore, in maniera immediata.</p>
<p>Per tutta la sua vita Uccio Aloisi ha lavorato e cantato, senza mai<br />
trascurare né l’una né l’altra attività. Ha lavorato la terra, ha estratto il tufo nelle cave, ha scavato pozzi di acqua sorgiva, raccolto letteralmente letame - prezioso concime - fatto decine di altri mestieri. In tutto questo la sua voce, unica e particolarissima, gli è sempre stata compagna fedele.</p>
<p>Poi un giorno, insieme a un suo caro amico, <B>Uccio Bandello</B>, vicino di campo e di canto, e ad <B>Uccio Melissano</B>, forma un gruppo di cantori che inevitabilmente non poteva che chiamarsi <B>Gli Ucci</B>. Questo è l’inizio di una serie di serate che si affiancano al lavoro agricolo. La particolarità e la profondità del loro canto li portano ad esibirsi in Italia ma anche all’estero.</p>
<p>Gli anni sono passati e il tempo ha deciso che solo lui sopravvivesse, il grande mattatore della pizzica e della melodia popolare salentina, che sfida l’età con la sua arma migliore, la voce. La sua professionalità, la sua umiltà artistica ed umana sono stati di esempio per molte generazioni di musicisti che si sono avvicinati alla musica popolare della terra di Salento.</p>
<p>Uccio Aloisi ha inciso due cd, accompagnato dal suo <B>Gruppu</B>, composto da giovani e appassionati musicisti che in lui vedono la tradizione e la memoria, valori da non disperdere, così come la sua voce che rimane incisa nella pelle di chi lo ascolta, anche soltanto una volta.</p>
<p>L&#8217; <B>Uccio Aloisi Gruppu</B> è formato da:</p>
<p><B>Uccio Aloisi</B> - voce e tamburo</p>
<p><B>Domenico Riso</B> - voce e tamburo</p>
<p><B>Antonio Calsolaro</B> - mandolino e chitarra</p>
<p><B>Rocco Biasco</B> - organetto e chitarra</p>
<p><B>Gianluca Corvaglia</B> - tamburo</p>
 
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	<description>Dal sito de Il Manifesto.
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	<title>ACQUA FOCO e VENTO</title>
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	<pubDate>Thu, 28 Aug 2003 00:00:00 GMT</pubDate>
	<dc:creator>1213</dc:creator>
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    <category>musica_popolare</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;Introduzione di <B>Manuela Geri</B>.</p>
<p><B>Acqua Foco e Vento</B> è un viaggio nella memoria musicale della montagna pistoiese e della Toscana minore. La produzione, ideata e sostenuta dall&#8217;Assessorato alla Cultura della Provincia di Pistoia, intende richiamare l&#8217;attenzione sulle culture minori, sulla diversità come ricchezza reciproca e strumento di confronto, sulla vitalità delle zone marginali della montagna pistoiese dove, accanto a comportamenti e valori omologati coesistono tradizioni e modi di vivere ancora radicati nel tessuto sociale che si richiamano ad economie quasi scomparse.</p>
<p>Dall&#8217;Introduzione di <B>Riccardo Tesi</B>.</p>
<p>Il primo incontro che ho avuto con la musica tradizionale toscana risale alla fine degli anni settanta, con il mio ingresso nel gruppo di <B>Caterina Bueno</B>, senza dubbio la più profonda conoscitrice ed interprete di questo repertorio&#8230;</p>
<p>Dopo anni, nei quali i miei percorsi musicali mi hanno portato altrove, verso altre tradizioni, altre musiche, altri paesi, la richiesta di realizzare un progetto sulla musica della montagna pistoiese, da parte dell&#8217;Assessorato alla Cultura della Provincia di Pistoia, su idea originale di <B>Manuela Geri</B>, ha rappresentato l&#8217;occasione per riallacciare i fili col mio passato.</p>
<p>Ho iniziato quindi un lavoro di immersione e di ricerca nella cultura, nella musica e nella storia della mia zona per mettere a fuoco il disegno generale del racconto da fare e gli elementi da usare.</p>
<p>E&#8217; a questo punto che ho coinvolto <B>Maurizio Geri</B>, prezioso complice in <B>Banditaliana</B>, anche lui collaboratore per molti anni di Caterina Bueno, profondo conoscitore ed interprete dello stile e del repertorio del canto tradizionale della montagna pistoiese. Insieme abbiamo elaborato gli arrangiamenti e curato le direzione musicale.</p>
<p>Le fonti alle quali abbiamo attinto vanno dal materiale sonoro raccolto sulla montagna pistoiese alla fine degli anni settanta ad opera di <B>Sergio Gargini</B> ed il <B>Collettivo Folcloristico Montano</B>, alle ricerche di <B>Sergio Landini</B>, <B>Caterina Bueno</B>, <B>Maurizio Ferretti</B> e <B>Franco Pacini</B> nella pianura, ai vari articoli e documenti prodotti sulla storia, le usanze, i riti e le credenze di quest&#8217;area, prodotti da <B>Claudio Rosati</B>, <B>Giuseppe Mucci</B>, <B>Tiziano Terzani</B>, <B>Gabriella Aschieri</B>, <B>Lucilla Petrucci</B>, <B>Alessandro Fornari</B>.</p>
<p>La selezione dei brani mira a raccontare il mondo sonoro tradizionale, la storia e le vicende del popolo pistoiese, dalla montagna alla pianura, con apertura verso altre zone della Toscana come il senese e il grossetano, ma anche verso la Corsica, che i nostri compaesani conobbero attraverso il viaggio da pastori, durante la transumanza, e da carbonai durante il lavoro stagionale.</p>
<p>Il repertorio è costituito da canti di lavoro, ottave rime, canti di questua, ballate, ninne nanne, canti cumulativi tratti dalla tradizione integrati da composizioni personali&#8230;</p>
<p>Questi canti hanno attraversato il tempo e resistito all&#8217;oblio di una società in continua trasformazione, rimanendo attuali per l&#8217;universalità dei temi trattati, il contenuto poetico che veicolano e per la forza e la bellezza delle loro melodie, altro non chiedono che essere cantati ancora.</p>
<p>Realizzazione del progetto.</p>
<p>Questo <I>viaggio nella memoria musicale della Toscana minore</I> si compie attraverso diciotto brani musicali. Oltre <B>Riccardo Tesi</B> (organetto) e <B>Maurizio Geri</B> (chitarra, voce), hanno contribuito alla realizzazione del progetto: <B>Claudio Carboni</B> (sax), <B>Damiano Puliti</B> (violoncello), <B>Damiano Mencarelli</B> (contrabbasso), <B>Mauro Palmas</B> (mandola, benas, voce), <B>Nando Citarella</B> (tamburello, voce), <B>Anna Granata</B> (voce), <B>Devis Longo</B> (pianoforte, armonium, tastiere, voce), <B>Valerio Perla</B> (percussioni).<br />
Come ospiti: <B>Stefano Melone</B> (tastiere) e <B>Rodrigo De Queiroz</B> (tamburine, piatti).</p>
<p>Il disco, distribuito da <B>Il Manifesto</B>, è stato registrato da <B>Silvio Soave</B>, Studio Mobile Cati, presso la <B>Paint Factory</B> (Pistoia), tra il 22 gennaio ed il 2 febbraio 2001. Editing, missaggio e masterizzazione: <B>Stefano Melone</B>.</p>
 
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