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ALFIO ANTICO

Al momento è senz'altro il più grande virtuoso della tammorra. Per alcuni il più grande di sempre. La sua tecnica è semplicemente straordinaria: vederlo suonare incanta, tale è lo spettacolo visivo e sonoro. E parte integrante di questo incanto sono i suoi tamburi, che costruisce personalmente: di ogni tipo e dimensione, decorati da raffinati intarsi che lui stesso scolpisce sulle cornici. [Valerio Mari]

Il commento di Valerio Mari rispecchia in pieno quello che ho avuto modo di constatare la scorsa estate a Carpino in occasione del Folk Festival. Lo spettacolo di Alfio Antico ha un qualcosa di magico, che rapisce per tutta la sua durata. L’incredibile familiarità che l’artista ha con i suoi tamburi colpisce più di ogni altra cosa e l’esecuzione dei brani che presenta cattura l’attenzione anche di quelli che sembrano meno interessati.

La storia che segue è quella che si trova su diversi siti che dedicano spazio all’artista. La sua riproposizione non completa certamente l’argomento, che va senz’altro integrato, a mio avviso, assistendo ad uno spettacolo dal vivo.

Alfio Antico è nato a Lentini (SR), piccolo centro vicino Catania, luogo in cui è vissuto fino all’età di diciotto anni, come pastore-bambino prima e adolescente poi, respirando, in una vita non certo priva di durezze, tutti i miti che attraverso le avare, disseccate e al tempo stesso rotonde parole della cultura contadina lo illuminavano nelle sue attese.

Gli era compagno il suo tamburello o tamburo, che si era costruito tendendo le pelli conciate delle pecore sopra un vecchio crìu (setaccio contadino). Nei silenzi e nelle vibranti sonorità inseguiva così la propria anima, e nell’alone di un quotidiano mistero, forse i volti e gli sguardi tutti degli antichissimi abitatori della sua terra.

Poi Alfio sente che deve partire per scoprire il mondo, ma è anche il mondo che scopre lui, naturalmente e
principalmente il mondo dello spettacolo.
Eugenio Bennato lo scopre mentre una sera fa risuonare la voce forte e delicata dei suoi tamburi, non più tra le protettive colline siciliane, ma nel cuore di una Firenze anni settanta, in Piazza della Signoria.
Il contrasto tra l’ambiente severo eppure umano, e l’irruenza impressionante dei tamburi esalta e amplifica l’effetto poetico e affascinante di un’apparizione quasi magica.
Da quel momento prende l’avvio una serie di proficue collaborazioni concertistiche e discografiche, con diversi musicisti: Musicanova, Edoardo Bennato,
Vincenzo Spampinato, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, Peppe Barra, Renzo Arbore.

Alfio non è solo musica, ma anche presenza, teatro, gestualità. Perciò viene chiamato sempre più spesso a collaborare come musicista attore a spettacoli teatrali con Maurizio Scaparro e Pino Micol (Vita di Galileo, 1988), Giorgio Albertazzi (Memorie di Adriano, 1988 e 1994), Massimo Ranieri (Pulcinella, 1994), Ottavia Piccolo e Renato De Carmine (Dodicesima Notte, 1991, regia di Jerome Savary), Roberto De
Simone (Le Tarantelle del Rimorso, 1992 e Agamennone, 1994 al teatro greco di Siracusa).

Anche il mondo della danza si è avvalso in più occasioni delle potenzialità sceniche, musicali e coreografiche di Alfio, portandolo a varie esperienze tra cui Cabiria (teatro romano di Verona, 1994 di Amedeo Amodio), il passo a due con George Iancu in Mazzafionda al Festival dei due mondi di Spoleto e alla prima Maratona Internazionale
di Danza curata da Vittoria Ottolenghi, e ancora con George Iancu in Aura, in cui le musiche di Alfio dialogano con quelle di Miles Davis, e nel 1995 al Festival Internazionale di Sitges, Barcellona. Collabora con la Nuova Compagnia di Canto Popolare allo spettacolo “La Voce del grano”, musical dell’Italia del Sud. Giunto ormai a una piena maturità
artistica, Alfio Antico si propone ora in performance con il suo quartetto e come artista singolo per collaborazioni speciali.

Valerio Mari dice ancora di Alfio Antico:

“Non è un semplice tamburellista e la sua non è solo musica. Alfio è prima di tutto un artista: la sua arte è impregnata di quella tradizione nella quale è stato immerso sin da bambino ed ogni volta che quelle mani si posano sulla pelle di uno dei suoi tamburi è come se questa tradizione riprendesse vita. Quando Alfio li suona i tamburi parlano, e lui parla con loro, grazie a loro e per mezzo di loro. Un personaggio unico ed irripetibile: chi ama la musica tradizionale e la tradizione in genere credo dovrebbe sentirsi in debito nei confronti della donna che mise nelle mani di Alfio, per la prima volta, un tamburello.”

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