
Anna Marchi (laurea in Scienze della Comunicazione, è
specialista in analisi linguistica della stampa americana)
Ha pubblicato il presente articolo nel sito “MegaChip”.
La pronosticata guerra all’Iraq, parte seconda, vedrà un ritorno dei reporter di truppa.
Come Robert Capa che si lanciò a liberare la Sicilia con l’82° paracadutisti, o sbarcò in Normandia e sfondò il fronte francese, accompagnando la IX divisione di fanteria, i giornalisti saranno assegnati alle truppe e seguiranno le operazioni dalla prima linea. La decisione del Pentagono
di affiancare i giornalisti all’esercito infrange l’abituale avversione dei militari nei confronti dei media, nota come “sindrome da Vietnam”.
Durante la guerra in Vietnam, infatti, i reporter avevano la massima libertà di movimento sul fronte, sia sul versante americano che su quello sud-vietnamita e libertà ed abbondanza di informazioni furono co-responsabili della prima grande
sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti.
La visibilità della guerra mobilitò opinione pubblica americana e mondiale e la contestazione ha dato vita al più grande ed influente movimento pacifista di cui si abbia memoria.
Dopo il Vietnam i mass media sono sempre stati accuratamente tenuti lontani dal campo di battaglia: della prima guerra in Iraq non abbiamo visto nulla se non immagini di bombardamenti aerei, a decine di chilometri dal bersaglio, o la famosa statica duna dietro la quale, ci dicevano, imperversava la guerra.
La guerra in Irak promette invece un’inedita presenza dei media.
Secondo l’amministrazione Bush la presenza dei giornalisti significherà trasparenza: la guerra entrerà nei salotti del mondo; “vedranno da sé cosa succede e saranno in grado, se il buon Dio lo vuole, di riportare la verità” ha dichiarato il segretario della Difesa Donald Rumsfeld. Lo scopo è quindi quello di mettere in mostra i risultati raggiunti e attirare il favore del pubblico su quella che il governo Bush prospetta come un’operazione di successo.
Saranno 500 i reporter al seguito della truppa in Iraq, di cui 100 non americani. In 232 sono già stati addestrati dal Pentagono in basi della Virginia e della Georgia: marce, percorso di guerra, sopravvivenza, istruzione
all’equipaggiamento contro gli attacchi batteriologici
L’accorpamento dei giornalisti alle truppe è chiamato “embedding”, il termine evoca un’appartenenza viscerale di una cosa ad un’altra; il portavoce del Pentagono Bryan Whitman ha spiegato: “Embedding significa vivere, mangiare, muoversi in combattimento con l’unità a cui si è
assegnati.
Tuttavia viene da domandarsi, come faranno quei giornalisti, alla fine di una giornata trascorsa fianco a fianco con i soldati, dai quali dipende la loro stessa sopravvivenza sul campo, ad osservare e descrivere quello che accade al fronte con spirito critico?
La guerra entrerà sì nei salotti di tutto il mondo, ma sarà la guerra mostrata dalle mega-corporation ABC, CBS, New York Times e compagnia, e filtrata dal Pentagono, la guerra fatta e ritagliata su misura per ottenere il favore dell’opinione pubblica.
Questo sistema oggi si chiama “livello inedito di informazione”, una volta si chiamava propaganda.

Stefano Scipioni








