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Alice Pedroletti

l'Alice "Fotolitica"
Alice Pedroletti

Giovane, riccia e micia. Non c’è concerto o
testata musicale degna che non la veda presente o impaginata. Ha talento, lo sa
e lo mostra con la dovuta parsimonia. Perché sa anche che è prezioso
e va custodito. Se ne frega di agire cool, per lei un concerto è un amplesso
tra pubblico e palco. E la fotografia colori acidi che invadono l’immaginazione
di chi rivive l’emozione provata. Fino a farle venire l’emicrania.

Una foto inclusa della sua personale itinerante Click, ancora in giro su e giù
per lo stivale, inquadra l’acume lisergico della fotografia secondo Alice
Pedroletti
. Un uomo che body-surfeggia sul pubblico, ritratto in controluce,
sagoma nera su orizzonte verde lucido. Cioè musica unita, palco e pubblico,
musicisti e musicati che si compenetrano, si sommano, si godono reciprocamente.
Lei, la riccia micia Alice, ha solo venticinque anni e ha fatto di quella compressione
di emozioni in musica la sua arte. Lavora e ha lavorato con importanti testate
specializzate italiane: All Music, Rock Sound, Tutto, Rockstar, Rumore. Precoce,
ed ha iniziato prestissimo a catturare la vita di un atto live e portarla ancora
ansimante per lo sforzo nella sua ideale camera oscura.

G.PALMA - Alice Pedroletti (c)

Quando hai manifestato per la prima volta la passione per la fotografia?

Credo da piccola. Avevo una macchinetta fotografica della Fuji, una roba giapponese
di quelle futuriste con i rulli a dischetti e le foto quadrate. Credo sia partito
tutto da lì e dall’amore per il disegno. Ho sempre disegnato molto
fino alla fine del liceo. Quando sono arrivata alle medie e mia madre ha visto
la mia passione per le arti visive, ha cominciato a farmi usare la sua macchina
fotografica una scassata Petri degli anni Settanta con tre ottiche e un corpo
macchina manuale e ben tenuto. Le prime foto sono state ai paesaggi, agli animali,
agli amici. Poi crescendo ho cominciato a sperimentare di più.

L’Alice fotografa in che paese delle meraviglie nasce a livello di background?

Io sono di Milano, nata e cresciuta qui. Il mio paese delle meraviglie si trova
nella mia testa, sempre direi. Poi a volte capita di viaggiare e scoprire che
esistono altri paesi altrettanto meravigliosi nemmeno troppo lontani da casa.
In generale però, amo il caldo quando ho bisogno di sentirmi protetta e
il freddo quando sono per i fatti miei. Adoro il mare, e l’acqua è
il mio elemento preferito, ma la montagna ti lascia senza fiato e io adoro lo
stupore. Il mio meraviglioso paese è una contraddizione, una lotta fra
limiti dove ovviamente le vie di mezzo non esistono o perdono. Io sono così
quasi sempre…

BLUVERTIGO - Alice Pedroletti (c)

Hai fotografato personaggi, musicisti, persone comuni. Il tuo soggetto ideale?

Non lo so…tutto direi o forse poche cose….non ho ancora trovato un soggetto
preferito. Qualsiasi cosa luccichi, in senso metaforico….

Tu cerchi di catturare emozioni in movimento, spesso addirittura che viaggiano
su un palco a suon di musica, per renderle fisse eppure emozionanti. Qual’è
l’aspetto difficile in tutto questo?

Per me è difficile ricordarmi sempre che prima di essere una mia passione
è il mio lavoro, quindi direi che il difficile è fare qualcosa che
gli altri possano capire, quindi commerciabile. Fatto questo posso sperimentare
tutto quello che voglio: i mossi, le inquadrature diverse, i colori tirati….posso
fare quello che sento.

MDC - Alice Pedroletti (c)

Quando rivedi una tua foto a distanza di tempo o su una rivista provi sempre
un brivido d’emozione?

Se siano emozionanti non lo so. A me alcune emozionano, altre meno. Sicuramente
se conosco di persona chi sale sul palco già metà dell’opera
è fatta. Il rapporto, il feeling parte prima e quindi puoi osare ancora
di più.

La tua tecnica fotografica sfrutta spesso i chiaroscuri che sfumano gli uni
dentro gli altri o tecniche sperimentali.

Io amo i colori accesi. Credo sia un bisogno di felicità che mi fa vedere
le cose con colori non normali. Difficile amare i colori della natura quando cresci
in mezzo al cemento, ed è per questo che li trasformo in colori pop fluo
o simili. A volte basta contrastare le visioni cromatiche e compare la luce, il
sole. Ci vorrebbe poco anche nelle città…

MEGANOIDI - Alice Pedroletti (c)

Ti ispiri a qualcuno o qualcosa?

Ci sono tanti fotografi che amo ma sono sicuramente di più quelli che non
conosco. Se parliamo di fotografi italiani posso dire di amare tantissimo Ghirri.
Ma anche Gianni Berengo Gardin, Arari e Cresci. Sono abbastanza tradizionalista
e antica nel gusto fotografico, ma un nome nuovo tengo a farlo. Alex Majoli. Trovo
che tra i giovani fotografi sia incredibilmente perfetto. Non ho visto ancora
una sua foto brutta….o bruttina. Il reportage è bravura tecnica, è
incoscienza, è sicurezza professionale di se stessi e delle proprie capacità,
ma prima di ogni altra cosa è istinto, almeno per me, e lui sembra averne
uno perfetto.

La foto tra migliaia scattati di cui vai più orgogliosa? Perché?

Non credo di averla ancora fatta, ma ho fatto buone foto, a volte ottimi scatti
che ho messo da parte e a volte dimenticato in una scatola. La fotografia è
l’espressione di un punto di vista e come l’età cambia con il
tempo, quindi non penso ci sarà mai una sola foto prediletta nella mia
vita, almeno lo spero.

PUNKREAS - Alice Pedroletti (c)

Quando fotografi, ‘nell’atto dello scatto’, che sensazioni provi?

A modo mio godo. Mi isolo e spesso rido. Altro non lo so, so solo che dall’intensità
mi viene sempre l’emicrania…

Intervista di Carlo Croci.


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