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Susan Sontag

Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società





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Di fronte al moltiplicarsi, allo
straripare ormai della fotografia, all’onnipresenza
dell’immagine e all’incalzare dei messaggi - stimolo, persuasione, talvolta
persino prevaricazione - fenomeni che reclamano tutti con massima urgenza la
nostra attenzione, non manca chi si è posto a riflettere sui problemi che tutto
ciò solleva, sugli schock e le abitudini che derivano da queste
frequentazioni.
E lo si è fatto muniti delle chiavi di lettura più diverse,
tecniche e sociologiche, estetiche e anche
morali.

I saggi che a questo tema ha dedicato Susan Sontag occupano un posto particolare, perché
tutti i motivi, le suggestioni, i problemi e le relazioni, vengono non solo
ripensati e riproposti con uno sguardo molto attento e perspicace, ma anche
verificati allargando di continuo, e in modo felicemente spregiudicato, il
discorso all’intera situazione culturale e politica, individuando una rete di
significati nell’evoluzione della Fotografia che gettano luce nuova e diversa
sul fenomeno e consentono una ricapitolazione stimolante ed esaustiva.


























Editore: Einaudi
Anno: 2004 (2° ed.)
Traduttore: Ettore Capriolo
Tradotto dalla lingua Inglese Titolo originario: On Photography
Copertina: Brossura
Pagine: 179
Prezzo di copertina: 14,8 €
ISBN: 8806169068








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Chi è Susan Sontag. Alcuni frammenti dell’intervista
rilasciata lo scorso anno all’ href="http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=ARKINT&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=26407">Unità.
Intervista
a cura di Piero Sansonetti.

La mia America è l’Impero
Susan Sontag è una signora
di settant’anni, assai giovanile, con dei capelli lunghissimi, le mani magre e
gli occhi neri molto profondi. Parla senza fermarsi mai, seguendo il filo del
suo ragionamento che è sempre teso a distinguere tra la realtà e l’immagine che
la realtà riflette. Ha paura di farsi irretire dall’immagine, visto che la
società moderna – dice – vive sotto la dittatura dell’immagine. Susan Sontag è
una delle maggiori e più celebri intellettuali americane. Scrittrice,
romanziera, saggista, un po’ sociologa, un po’ politologa, parecchio filosofa,
autrice di una decina di libri famosi e di molti articoli sui maggiori giornali
e sulle maggiori riviste americane.

Vive a New York, ma ha lavorato e
studiato in varie zone d’America, da Chicago alla California. Parla e scrive
sempre dando l’impressione di assoluto equilibrio e di non partigianeria. Però è
capace di giudizi feroci. E di scatti improvvisi: secchi, micidiali. Nel
settembre del 2001, per esempio, fu l’unica persona pubblica al mondo che osò
affermare: «non mi pare che si possa dire che i kamikaze sono dei vigliacchi.
Hanno mostrato un certo coraggio…». Fu un grande scandalo.

L’intervista
prende spunto dal suo ultimo libro intitolato “Davanti al dolore degli altri”
(Mondadori, pagine 112, Euro 13). È un libro sulla differenza tra immagine e
realtà. Molto critico con la fotografia, i film, la televisione. Se però le
chiedi: signora, di cosa parla il suo libro? Lei risponde: «della guerra». Lei
sente di avere scritto un libro sulla guerra, e probabilmente è così. Lei la
guerra l’ha vista, per esempio ha passato tre anni a Sarajevo, tra il ’93 e il
’95, durante il furibondo assedio dei serbi. E sa che averla vista ha
condizionato moltissimo il suo modo di pensare e ha intaccato la sua struttura
di fredda intellettuale newyorkese.

Signora, leggendo
il suo libro mi sembra di aver capito questo: lei pensa che la scrittura sia
molto superiore all’immagine. Lei pensa che la scrittura trasmette informazioni,
pensiero, giudizi; l’immagine invece, da sola, trasmette pochissimo. E
così?
Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell’immagine; se uno
invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura. Io non
sarei mai disposta a rinunciare alle immagini, al piacere che un’immagine mi dà,
che non è per nulla un piacere inferiore a quello che mi da la conoscenza; è un
piacere diverso. Se il problema è quello di capire una cosa, però, allora sì: le
parole sono superiori.

Nel suo libro lei fa notare
che gli americani sono formidabili nel curare la memoria degli orrori commessi
dagli altri popoli, ma invece sono incapaci di parlare dei propri orrori. Lei
dice, ad esempio, che in America non c’è un museo sulla schiavitù, non c’è un
museo su Hiroshima, non ce ne è uno sul genocidio dei pellerossa. Qual è il
motivo di queste dimenticanze?
La grande forza, il grande potere
degli Stati Uniti si basa su tre convinzioni inattaccabili che il nostro popolo
conserva intatte. La prima convinzione è che gli Stati Uniti sono l’eccezione a
tutte le regole storiche. Le regole dicono che i popoli e gli Stati sbagliano?
Gli Stati Uniti non sbagliano mai. La seconda convinzione è che gli Stati Uniti
non possono perdere: trionfano sempre. La terza convinzione è che gli Stati
Uniti sono sempre bravi, fanno sempre le cose giuste. Poi c’è un’altra certezza,
connessa a queste tre: che nessun leader americano è stato malvagio. Qualcuno
magari un po’ corrotto, un po’ mediocre, ma cattivo mai. In nessun altro paese
al mondo è così. Non si è mai visto né in Italia, né in Germania, né in Francia.
Voi non difendereste mai Mussolini o Hitler, o il terrore di Robespierre…lei
capisce che sulla base di queste idee è ben difficile conservare il ricordo dei
grandi errori o dei grandi orrori del proprio paese. Pensi che cinque o sei anni
fa lo Smithsoian (importante istituzione culturale di Washington) decise di
allestire una mostra su Hiroshima. Raccolse tutti i documenti, le dichiarazioni
di Truman, le ricostruzioni, eccetera. E poi, in una saletta più piccola, mise
su un pezzo di mostra nel quale si mostravano i «capi d’accusa»: cioè si
esponevano le tesi e i documenti di quelli che sostengono che non c’era bisogno
di lanciare la bomba atomica perché la guerra era già vinta, o di quelli che
dicono che fu un crimine di guerra, o che o prima di lanciare la bomba su
Nagashaki si poteva almeno aspettare qualche settimane per vedere se il Giappone
si arrendeva. Qualcuno vide in anticipo questo pezzo di mostra e protestò, la
faccenda andò di fronte al Senato e la mostra non si fece.

Per il
resto dell’intervista clicca su link in altro.