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Susan Sontag si è spenta

Sua la disamina tra il mondo e la sua rappresentazione fotografica
Susan Sontag

Susan Sontag, a causa di un brutto male si è spenta all’età di 71 anni, scrittrice e militante femminista. Lo ha reso noto il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center ove era ricoverata.

Divenne celebre negli anni Sessanta per la sua passione femminista e le sue lotte contro la guerra in Vietnam. Difese Salman Rushdie dalla fatwa di Khomeini

Nel suo lavoro di scrittrice si amava definire una «moralista ossessiva» e una «zelota della serietà». Fra le sue opere più note uno studio del 1964 sull’estetica dell’omosessualità dal titolo «Notes on Camp».

Forti le sue prese di posizioni in difesa della libertà di espressione dopo la fatwa di Khomeini contro lo scrittore indiano Salman Rushdie. Nel 1993 andò a Sarajevo sconvolta dalla guerra e produsse lo spettacolo teatrale «Aspettando Godot».

Intellettuale tra i più influenti degli States, Sontag era considerata una delle voci più importanti della controcultura degli anni Sessanta. Definì il concetto del “così brutto che è quasi bello” nei confronti della cultura popolare applicabile a tutto, dai boa di struzzo al ‘Lago dei Cigni’. Autrice di 17 libri tradotti in 32 lingue.

Questo saggio venne poi incluso due anni dopo in Against Interpretation (Contro l’interpretazione).

L’ultimo libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli Altri, dedicato alla ‘fotografia di guerra’.

“Nessuno, giunto ad una certa età, ha il diritto di avere questo tipo di innocenza o di superficialità, o questo grado di innocenza o amnesia”.

Nelle società contemporanee, in cui i mezzi di informazione hanno un ruolo sempre più centrale, il dolore degli altri è uno spettacolo all’ordine del giorno. Sfogliando i quotidiani, guardando i telegiornali, siamo costantemente messi di fronte ad atrocità di ogni genere: distruzioni, bombardamenti, violenze su uomini e donne, vittime innocenti di guerre che subiscono passivi e inermi. Quali conseguenze producono quelle immagini su di noi che stiamo a guardare? La visione di orrori e crudeltà porta noi spettatori ad allarmarci o a essere sempre più indifferenti? Ci fa odiare la violenza o ci incita a sostenerla e a praticarla?

In queste pagine Susan Sontag si interroga sul modo in cui le immagini influenzano da secoli la nostra percezione della realtà, formano le opinioni comuni, inducono a contrastare i conflitti bellici o ad appoggiarli. La guerra civile spagnola, Dachau, Auschwitz, la Cambogia, la Bosnia, il Rwanda, New York l’11 Settembre 2001: Susan Sontag corre dal passato al presente, si sofferma sulle fotografie che hanno assunto valore emblematico per ognuno di questi momenti atroci della storia dell’umanità, e ci mostra come condizionano le nostre idee, le nostre credenze, le nostre passioni.

Copertina del volume

Titolo: Davanti al dolore degli altri Titolo originale: Regarding the Pain of Others [2003]
Autore: Sontag Susan Prezzo: € 13,00
Pagine: 112 Dimensioni: 150×210x15 mm
Anno: 2003 Editore: Mondadori
Collana: Strade blu ISBN: 88-04-51804-9


Ne riportiamo un brano: (pag. 4)

Chi crede oggi che la guerra possa essere abolita? Nessuno, neppure i pacifisti. Speriamo soltanto (e finora invano) di fermare i genocidi, di consegnare alla giustizia chi commette gravi violazioni delle leggi di guerra (perché esistono leggi di guerra, a cui i combattenti dovrebbero attenersi) e di riuscire a fermare certe guerre imponendo alternative negoziali al conflitto armato. Oggi ci è forse difficile prestare fede al disperato proposito indotto dallo shock successivo alla Prima guerra mondiale, quando prese finalmente corpo la percezione della rovina che l’Europa aveva provocato a se stessa. Ma condannare la guerra in quanto tale non sembrava così futile o irrilevante all’indomani delle fantasie cartacee del Patto Kellogg-Briand del 1928, col quale quindici importanti nazioni, tra cui Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e Giappone, rinunciavano solennemente alla guerra come strumento di politica nazionale; nel 1932 persino Freud e Einstein furono coinvolti nel dibattito con un pubblico scambio epistolare intitolato «Perché la guerra?».

Le tre ghinee di Woolf, apparso dopo quasi due decenni di accorate condanne della guerra, aveva almeno l’originalità (che ne fa il meno apprezzato dei suoi libri) di concentrarsi su ciò che era ritenuto così ovvio o inappropriato da non poterne parlare, e men che meno rifletterci sopra: che la guerra è uno sport maschile, che la macchina bellica ha un genere sessuale, ed è maschile. Ciò nonostante, la temerarietà della versione woolfiana del «Perché la guerra?» non basta a rendere la ripugnanza meno convenzionale nella sua retorica, nelle sue generalizzazioni zeppe di frasi ripetute. E le fotografie delle vittime di guerra sono anch’esse una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso.

La Sontag studia il rapporto tra il mondo e la sua rappresentazione fotografica, ambito di cui nel suo saggio ‘On photography’, aveva tracciato una brillante investigazione.

Sontag non sostiene che i mass media abbiano compiuto il ‘delitto perfetto’, ovvero abbiano ucciso la realtà sostituendosi ad essa. E’ una ‘lettuara’ che si rivela semplicistica, diversamente il quesito -forse affermazione- è: il senso della realtà può essere ‘eroso’ dalla sua rappresentazione fotografica?

Vent’anni fa Susan Sontag ne era convinta, oggi rivede la proprie convinzioni cercando invece un valore documentario forte, nelle immagini.

La fotografia è un documento che produce un ‘pensiero critico’, perciò non necessariamente emotivo. Si è convinti che le immagini di guerra ci lascino indifferenti,

In verità la rappresentazione interroga la nostra coscienza, pretende risposte e consapevolezza.

Susan Sontag ha scritto, tra i saggi, “Sulla fotografia”, “Stili di volontà radicale”, “Contro l’interpretazione”, “Malattia come metafora”.

Infatti di Susan Sontag ne avevamo già parlato in occasione della recensione del saggio “Sulla fotografia .