Il film “Imago Mortis” del regista Stefano Bessoni, nelle sale cinematografiche dal 16 gennaio 2009, prende spunto da un’immaginifica sperimentazione di Girolamo Fumagalli scienziato di fantasia che, nella seconda metà del XVII secolo tentò un orrifico esperimento denominato “Thanatografia“.

La fantomatica “camera” dispositivo dell’esperimento
La tecnica, che potremo definire “stampa a contatto”, utilizando i bulbi oculari dei defunti estirpati al momento della morte con lo scopo di fissare sulla lastra fotografica l’ultima immagine impressa nella retina, sfruttando il «fenomeno della persistenza retinica, di un sinistro sistema precursore della fotografia» (Stefano Bessoni).
Tale tecnica prende spunto da supposte sperimentazioni anatomiche effettuate dal gesuita Athanasius Kircher vissuto nel Seicento, stesso secolo di Fumagalli.

Ritratto di Athanasius Kircher
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Athanasius Kircher, erudito gesuita (Geisa, Fulda, 1602 - Roma 1680). Professore di filosofia e matematica, trasferitosi a Roma nel 1633, venne chiamato ad insegnare matematica, fisica e lingue orientali al Collegio Romano.
Eminente rappresentante dell’enciclopedismo seicentesco, si dedicò allo studio degli argomenti più disparati: dal magnetismo all’ottica (Ars magna lucis et umbrae, 1646), geologia, matematica, musica, filologia mista di motivi ermetici e simbolistici, all’esame di civiltà esotiche.

Il frontespizio dell’ “Ars Magna lucis et umbrae” - Roma 1646
Nel Museo Nazionale Romano, oltre agli oggetti d’arte, ai reperti archeologici, etnografici e naturalistici erano conservate anche le famose macchine ottiche e catottriche fatte costruire dallo stesso Kircher per scopi di diletto, meraviglia e studio.
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“Persistenza retinica“:
Il fenomeno della “persistenza della visione (retinica)” venne sostenuto dal fisico belga Joseph Plateau (1829), il quale per dimostrarne la veridicità perse la vista per aver fissato per troppo tempo lo sguardo verso il Sole. La stessa teoria venne sostenuta nell’opuscolo “Nozioni sul cinematografo Auguste e Louis Lumière” (1897).
A confutare la teoria fu Max Wertheimer, psicologo, il quale ipotizzò che la fusione di immagini simili e successive non avvine nella retina, ma a un livello superiore (1912).

Stefano Scipioni








