Proviamo a descrivere la fotografia di Ewa-Mari Johansson attraverso due esposizioni avvenute a distanza di qualche anno l’una dall’altra.
Nero su Bianco: Corpi dipinti, esposizione del 2004 . Ritrae i corpi dipinti dal pittore svedese Anders Örnberg, con motivi di campiture geometriche nere tipici della sua opera. La fotografa plasma le forme, quelle del corpo e delle ombre, combinandole nelle posture che fa assumere alle modelle. E infine le fissa in un nitido, elegante bianco e nero.
I corpi che la Johansson ritrae sono infatti dipinti da questo artista, con motivi di campiture geometriche nere tipici della sua opera.
Olle Granath, già direttore del Museo d’Arte Moderna di Stoccolma, ci descrive l’arte di Johansson
“Il corpo nudo dell’uomo è sempre stato il soggetto più normativo di tutta la storia dell’ arte. Le sue misure e proporzioni hanno da tempi antichissimi definito il codice sia per la rappresentazione grafica e per quella plastica, che per l’architettura. Gran parte dell’arte astratta del secolo scorso si fondava, consapevolmente o no, proprio su di queste misure.
Il corpo dell’ uomo non è soltanto geometria, ma anche organica morbidezza dei movimenti. In effetti, la danza ha sempre costituito un ponte tra la geometria e la libertà del corpo. La danza possiede una relazione con queste immagini firmate da Ewa-Mari Johansson.”
“Sono foto di giovani donne nude, spezzate con tracce crude di colore nero che sembrano inchiostro da stampa. Per la nettezza delle tracce che fa risaltare la dolcezza fisica femminile e l’obiettività clinica delle parti sezionate, nasce un certo brivido guardando queste immagini, in cui si potrebbe cogliere un’allusione spiritosa alla celebre fotografia che Man Ray fece nel 1934 a Meret Oppenheim davanti alla macchina tipografica, con la mano e parte del braccio tutti spalmati d’inchiostro…
Il movimento prima di ogni scatto della Hasselbladh dilata e trasforma la pelle, così da produrre una nuova sintesi fra geometria e sensualità.
Il corpo viene messo in risalto mentre noi restiamo testimoni del processo irreversibile di trasformazione della vita in arte. Processo che, fin dall’ inizio dell’epoca moderna, all’ incirca cento anni fa, ha costituito uno dei temi di discussione più in voga in estetica.”
“Quando i segni neri sulle ragazze si armonizzano con i loro movimenti, riescono a mettere in rilievo tutta la gamma del linguaggio del corpo, dal fuoco vivo fino al riposo tranquillo, dall’ossessione carnale fino al noli me tangere.
Qui si racconta la favola di Pigmalione - che sposò una statua di Afrodite - però nel senso contrario, dal momento che in questo caso è la ragazza viva a diventare oggetto d’arte. Questa conclusione comporta anche una riflessione sul nostro tempo, e forse una disillusione, in quanto la vecchia storia di Pigmalione rimane soltanto una favola. Ciò che una volta è entrato nel mondo dell’arte, rimane lì per sempre come prova del nostro desiderio di fermare il tempo e di giungere al di là di ogni ostacolo del presente.”
Più Nudo (Anima Hasselblad), esposizione del 2006 .
Si tratta di una serie di immagini basate sulla ripresa a distanza ravvicinata, in cui l’artista svedese isola nel riquadro della Hasselblad dei dettagli di corpo e conferisce loro, giocando sulle pose delle modelle, sui rapporti tra le forme, sulle ombre, un inedito ordine compositivo.
Ciò che la Johansson riesce ad ottenere con sorprendente immediatezza e chiarezza di intento è un nudo che, pur conservando intatta la sua sensualità, rinuncia ai propri confini e relazioni con lo spazio circostante e si organizza secondo un funzionamento autonomo; spesso, anche, secondo un’articolazione differente da quella dettata dall’anatomia.
Attraverso un procedimento concettuale che si imparenta ad un tempo con quello proprio della scultura, della pittura e finanche dell’architettura, la Johansson fa del corpo femminile una sorta di composizione astrata vivente e ci offre una visione che evidenzia im maniera estrema la sostanziale differenza esistente tra opera d’arte e realtà sensibile da cui questa trae spunto. Le fotografie in questione furono realizzate in bianco e nero tra il 2004 e il 2005, sono tirate ciascuna in cinque esemplari numerati e firmati.
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Biografia:
L’artista svedese, il cui lavoro si divide tra la fotografia d’arte e quella di moda, porta in questa mostra un’interpretazione tanto originale quanto raffinata del nudo femminile, frutto di una singolare collaborazione con il pittore, suo amico e conterraneo, Anders Örnberg.
Nata a Sölvesborg, in Svezia, Ewa-Mari Johansson si è formata alla New School (FIT) di New York ed alla UCLA di Los Angeles, studiando regia, produzione televisiva, fotografia e tecnica della camera oscura, e poi lavorando come assistant director presso Arnold Eagle, collaboratore di Man Ray.
Ha realizzato servizi per numerose riviste di moda e di fotografia, quali Vogue, Amica, Harper’s Bazaar, Cosmopolitan, Donna, Elle, Scanorama, Foto, Kodak’s Photo. In Italia ha già esposto alla galleria Il Diaframma di Milano (1992), alla Biennale di Fotografia nel Museo di Fiesole (1995), alla Galleria Sabatino di Roma (1998), ed al Museo dell’Arte e della Stampa di Rovereto (1998). Da segnalare le mostre al Museo di Malmö (2001) e, nella stessa città, alla Galerie Rose Marie (2003) e al Form Design Center (2005). Alla Galleria 70 Ewa-Mari Johansson ha esposto nel 2004 con la mostra Nero su Bianco.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’arte consiste nella sua facoltà di rinnovarsi perpetuamente a partire da temi che sono, in fondo, sempre gli stessi. Questo dato, rilevabile in ogni opera prodotta dalla nostra specie, assume un’evidenza emblematica se consideriamo il nudo femminile, dopo le impronte delle mani nelle grotte di certo la rappresentazione più antica al mondo, che per migliaia di anni con le sue migliaia di forme, con il suo profondo e sacro significato legato alla vita e alla creazione, ha scandito la storia e l’evoluzione del genere umano.
Da un punto di vista formale, le sue immagini non apportano in vero elementi di grande novità, dal momento che si presentano come inquadrature di dettaglio non molto dissimili dalle tante viste ad opera degli autori più diversi nella storia della fotografia; e così produce una certa impressione, quando le si guarda per la prima volta, riscontrare indubitabilmente da quanta originalità e forza esse siano animate.
Del tutto prive di quelle connotazioni estetizzanti e forse un po’ superficiali cui a volte soggiacciono esiti dello stesso genere, queste raffigurazioni si impongono anzitutto per la severa concentrazione delle loro atmosfere. Vi è in esse pathos, afflato metafisico e una forte tensione verso il raggiungimento della forma compiuta e definitiva, poiché per il tramite della forma soltanto trova espressione e costrutto il loro introverso lirismo.
Forse perché donna, Ewa-Mari Johansson non trasmette attraverso i corpi che ritrae alcun atteggiamento estatico o contemplativo. Il suo nudo è sempre sottoposto a una lucida regola che lo modella come cera, lo elabora, lo semplifica e gli conferisce infine una bellezza esatta, una qualità estetica come quella contenuta in una dimostrazione matematica. È insieme fotografa, scultrice, coreografa e architetto questa artista, mentre si studia di estrarre nuova armonia dai corpi e dalle pose delle modelle, dalle ombre, dai passaggi di luce, dalle geometrie.
Ciò che le riesce non è un dettaglio, ma una potente immagine che, affrancatasi dai propri confini e dalle relazioni con lo spazio circostante, conduce esistenza autonoma e si dichiara in tutto autosufficiente, giungendo a fare a meno persino di quell’irrinunciabile controcanto, di quella sorta di ombra che è, per la figura, lo sfondo.
Spingendo l’obiettivo a una distanza significativamente ridottissima, la Johansson va a rivelare l’essenza più intima e riposta del nudo; ne mostra l’anima e il meccanismo. Il fascino, la sensualità, il gesto della donna, la perfezione formale e la grazia, è come se venissero distillati attraverso l’occhio della sua Hasselblad. Soffuse di quel vago senso di vertigine che sempre deriva dalle cose troppo vicine o troppo lontane, le opere di questa artista si manifestano al nostro sguardo come inusitate, singolari astrazioni viventi, esemplari di una specie forse non ancora descritta.
Non è facile dire cosa siano e a che cosa somiglino, anche se differenti e vari sono, come spesso accade per ciò che possiede identità veramente originale e complessa, i termini di paragone che possono venire ad esse accostati. A volte, con il ritmo sontuoso dei loro volumi, queste immagini fanno pensare alle sculture di Moore; altre, alle chimere muliebri di Hans Bellmer o persino, in certi casi, a qualcosa come il Parco Güell di Gaudì.
E ancora, per il fatto di essere composte unicamente di forma e cadenza, per non avere mai un volto e neppure un inizio o una fine, evocano talora paesaggi ininterrotti e assoluti, come le colline che vicino a Enna si rincorrono spoglie e senza ombra di vegetazione fino all’orizzonte. O forse, come le dune che si vedono da Tenere, per la tribù dei Daza, del Sahara centrale, il più bel paesaggio esistente al mondo, dal momento che, dicono, non vi è nulla.
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Guarda la galleria delle immagini delle due serie Corpi dipinti e Piu’ Nudo:

Stefano Scipioni




















