Caravaggio proto-fotografo

Forse il Caravaggio potrebbe essere stato ispirato dagli esperimenti compiuti dal filosofo Giovanni Battista Della Porta (alchimista, filosofo e commediografo)

Caravaggio_Fanciullo morso da un ramarro Dal 20 febbraio al 13 giugno 2010 mostra presso le Scuderie del Quirinale - Via XXIV Maggio 16 - a Roma, l’esposizione dedicata a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, esponente della scuola barocca e uno dei più celebrati pittori del mondo (Milano, 28 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610).
Mostra ideata da Claudio Strinati. A cura di Rossella Vodret e Francesco Buranelli

… mostra delle Scuderie del Quirinale si pone, quindi, come un nuovo e appassionato momento di riflessione, un’occasione unica per penetrare l’essenza dell’arte del pittore “terribilmente naturale”, il suo rivoluzionario e sbalorditivo criterio di naturalismo, la sua ostinata, seppure dialettica, deferenza al vero, irriducibile a schemi e a scuola, solitaria nella sua grandezza e poesia“.

Vi chiederete: cosa c’entra con la Fotografia?
Vi rispondo che è proprio sulla capacità dell’artista di rappresentare così sorpendentemente i personaggi dei suoi dipinti che si innestano le ipotesi sull’uso che fece di Caravaggio un precursore di alcune tecniche che potremo definire “pre-fotografiche” attraverso composti chimici e lenti e specchi usati per convogliare la luce. E’ in sintesi ciò che è stato dimostrato dalla d.ssa Roberta Lapucci, docente all’Università di Firenze e docente al Saci di Firenze, Studio Arts Centers International.

Nel 1994 la d.ssa Lapucci, descrisse la tecnica attraverso l’articolo intitolato “Caravaggio e i quadretti nello specchio ritratti”, a cui ne fecero seguito “Caravaggio e i fenomeni ottici” e “Caravaggio e l’ottica”, ha pubblicato a Firenze nel 2005 uno studio sulle tecniche chimico-ottiche adottate dell’artista.
Agli stessi risultati giunse anche David Hockney, raccolti nel volume “Il segreto svelato. Tecniche e capolavori dei maestri antichi” (Mondadori Electa - collana Arte e cultura - nel 2002.

Secondo questi studi l’impiego di sistemi ottici sono evidenti nelle opere del pittore, che all’occhio degli esperti si rivelano come difetti raffigurativi. La difficoltà di mantenere a fuoco l’immagine proiettata costringeva il pittore a frequenti spostamenti della lente per supplire alla quasi nulla profondità di campo delle lenti dell’epoca. Tant’é che la messa a fuoco era possibile solo per limitate zone dell’immagine e le continue correzioni di posizione finivano col modificare il punto di vista con conseguenti errori nella prospettiva.

Durante il suo lungo soggiorno a Roma, Caravaggio aveva adattato il proprio studio ad una sorta di enorme camera ottica nella quale la luce penetrava attraverso un foro praticato sul soffitto (di fatto utilizzando la tecnica del foro stenopeico), passando attraverso una lente ed uno specchio, proiettava l’immagine del soggetto in posa, sulla tela.

Come si sà la caratteristica dello stenopeico è di restituire l’immagine sia capovolta orizzontalmente e verticalmente. Il Bacco conservato agli Uffizi - sostiene la d.ssa Lapucci - non è un personaggio mancino e neppure un autoritratto che avrebbe costretto l’artista a impugnare la coppa con la mano sinistra, avendo la destra impegnata dal pennello, ma è il risultato del ribaltamento dell’immagine riflessa negli specchi del modello che posava illuminato dallo scarno reggio di luce mentre reggeva la coppa con la destra. La figura dello stesso pittore intento al cavalletto, specchiata nella bottiglia di vetro, comparsa a seguito della pulitura del quadro, rappresenta per la Lapucci, un’ulteriore conferma della sua ipotesi.

Le radiografie delle sue opere non evidenziano traccia di schizzi preparatori. Ciò porta a concludere che Caravaggio disponeva i suoi modelli come di attori in un set, le cui immagini proiettate sulla tela dipingeva. L’osservazione fatta dagli studiosi si focalizza anche sulle espressioni facciali che i modelli non avrebbero potuto mantenere a lungo tanto da consentire all’artista di trasferirli su tela. Grazie a lenti e specchi era invece possibile proiettare l’immagine tracciando rapidamente e con leggerezza i tratti essenziali della giusta espressione.

Le tecniche “pre-fotografiche” applicate da Caravaggio non si fermano all’uso della proiezione dell’immagine su di un supporto, ma ultime ricerche, rivela la docente, indicano che Caravaggio usava sostanze chimiche, come ad esempio il nitrato di mercurio, che trasformavano le sue tele supporti impressionabili (come le pellicole e le carte fotografiche). Dovendo preparare il dipinto in una camera praticamente al buio (l’unica luce era per il modello), pare usasse spalmare sulla tela dei sali di mercurio, la cui fluorescenza poteva garantirgli di vedere dove tracciare i segni.
Il preparato, composto di diversi elementi sensibili alla luce, permetteva di fissare l’immagine sulla tela per circa mezz’ora. In questo lasso di tempo il pittore abbozzava l’immagine proiettata sulla tela. A supporto di tale testi la D.ssa Lapucci spiega che sono state ritrovati tracce di sali di mercurio, sensibili alla luce e utilizzati per le emulsioni fotografiche.

Qualcuno si è spinto ad immaginera che Caravaggio avesse arricchito la mistura con polvere proveniente da lucciole schiacciate. La studiosa ha smentito con una certa ironia: tali sostanze organiche destinate a decomporsi non ci avrebbero consentito di mirare le opere del Merisi.

La d.ssa Roberta Lapucci, citando David Hockney: ‘la camera ottica non dipinge’, ci rassicura sul fatto che, “l’utilizzo da parte del Maestro di strumenti ottici nulla toglie alla potenza espressiva delle sue tele, alla sua creatività e alla sua indiscussa genialità”.

Infine, la professoressa Lapucci, ci spiega il motivo della mancanza di testi che documentino l’impiego diffuso di ausili ottici da parte dei pittori rinascimentali.
Già prima dell’esperienza caravaggesca, i “cattedratici” avevano dimostrato una recisa opposizione verso “quei piccoli dischi lucidi di vetro”, e chi si mostrava troppo interesse alle lenti che permettevano di vedere immagini non reali ma “simulacri”, rischiava l’accusa di eresia.

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