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I primi 100 anni di fotografia a Trieste

La fotografia nella storia di Trieste

100 anni di Fotografia a TriesteLa ritrattistica tra la fine dell’Ottocento e i due primi decenni del successivo secolo, costituisce il fulcro attorno i quale prende le mosse la ricerca dedicata alle forme e alle sfumature dei soggetti ritratti, ai volti severi, allo stupore degli occhi.

Ci soffermiamo, complice il fascino delle antiche fotografie, ad immaginare la preparazione allo scatto: l’allestimento, alle pose lunghe, alla cura necessaria per ottenere l’immagine migliore nell’epoca delle tecnologie “artigiane”.

Le luci naturali provenienti dal lucernaio, la cui variazione dell’intensità veniva gestita attraverso le tende che, aprendosi lasciavano filtrare la quantità di luce necessaria, il mobilio utilizzato per le pose e lo sfondo volutamente fuori fuoco per dissimulare scenografia dipinta.

Dove: ITIS - Galleria San Giusto - Via Conti 1/2 - Trieste 34141
Periodo: sino al 6 marzo 2011
Orario: martedì-giovedì-sabato dalle ore 17.00 alle ore 19.00
Ingresso: libero
Info: +39 0402240591 , +39 3493162541
www.itis.it - united.ts@tiscali.it

L’esposizione è curata da Claudio Ernè.

Il fotografo alla moda nella Trieste di quell’epoca era Francesco Benque, associato a Guglielmo Sebastianutti, ritrattista dell’alta società. Il loro “stabilimento” era ubicato in Piazza della Borsa, al numero 11. Giuseppe Franceschinis accoglieva invece i clienti al numero 35 del Corso, a pochi metri da piazza della Legna, ora Goldoni. L’atelier o meglio il “teatro di posa” era ospitato in una stanza con le pareti di vetro e un ampio lucernaio, realizzato all’ultimo piano dello stabile per usufruire di tutta la luce fornita dal sole e dai riflessi delle nuvole.

Il primo studio a utilizzare a Trieste la luce elettrica fu quello di Emilia Manenizza, moglie di Francesco Penco, anch’egli fotografo di vaglia e reporter di straordinari eventi storici. “Assunzioni artistiche, si eseguisce lavori con qualsiasi tempo - piazza della Borsa 7” si legge sulla pubblicità del loro studio.

Giuseppe Wulz trasferì definitivamente nel 1891 il suo atelier al secondo piano di palazzo Hirschl, in contrada del Corso. “Locali vastissimi, comodi al Pubblico, tanto per la posizione centrica, quanto per la modernità della vastissima sala”. Ezio de Rota iniziò l’attività in via Barriera Vecchia nel 1903, dopo aver appreso il mestiere lavorando a bottega da Sebastianutti & Benque.

Va citata anche l’attività di altri studi che dimostrano attraverso i cognomi dei loro titolari la composita varietà etnica dell’Impero di Francesco Giuseppe e la concentrazione di “nuovi arrivati” nel Litorale adriatico: Anton Jerkic, poi trasferitosi a Gorizia, Domenico Petener, Mario Circovich, Enea Ballarini, Edmund Lichtenstern, Giovanni Cividini, Paolo Marinovich, Alois Beer, sceso fino al mare dalla nativa Carinzia e autore di straordinarie rappresentazioni di moli, banchine e navi; e poi ancora Goldstein, Mallowitsh, Swatosch, Mioni.

Era una Trieste al centro del mondo, con tanti fotografi di professione ed anche i primi fotoamatori che si cimentavano per diletto con macchinose preparativi , “lastre” preparate in studio con l’esperienza del chimico, e un apparato ingombrante quanto delicato.

Le due categorie, aldilà delle similitudini, si distinguevano in termini di disponibilità di mezzi. I professionisti lavoravano prevalentemente nei propri atelier con l’attrezzatura che, intrasportabile per dimensioni e peso, garantiva maggiore qualità. Essi utilizzavano grandi supporti sensibili più grandi di un quaderno caricati in appositi chassis che semplificavano il caricamento e li proteggevano dalla luce, prima della posa.

Invece i dilettanti, utilizzando fotocamere più agevoli, realizzavano le immagini “en plein air”, dipendendo dal tempo atmosferico e potendo portare con sé il minimo indispensabile ed un numero limitato di lastre di ridotte diomensioni già preparate per l’esposizione.

La memoria visiva e i risultati di questo lavoro preciso, meticoloso, maniacale, si è conservato inalterato fino a oggi. Ribaltando di 180 gradi la tesi espressa da Oscar Wilde ne “Il ritratto di Dorian Grey”, i segni del fluire del tempo non hanno segnato gli occhi e le mani delle donne e delle ragazze che si sono offerte al vetro degli obiettivi e allo sguardo dei fotografi e le cui immagini sono scampate alle distruzione e all’oblio, restando congelate in centinaia di “carte de visite”.

Al di la della definizione si tratta di un cartoncino di qualche decina di centimetri quadrati, sul quale veniva incollata la fotografia originale, stampata su carta sottile. La buona qualità dei cartoncini impiegati dai fotografi congiunta a quella delle colle ha salvato la bellezza degli occhi, dei volti e delle mani.

Con questa terza mostra fotografica presso la Galleria San Giusto di Trieste si conferma la costruttiva collaborazione tra l’associazione culturale Photo-Imago, attiva in campo europeo da quasi trent’anni.

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100 anni di Fotografia a Trieste

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