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Battiato senz'"anima"

Gazzetta di Parma del 18 Maggio

Dev’essere una tentazione troppo forte, il cinema. Prima o poi ci provano
tutti, anche perché forse, da fuori, sembra facile. Ci ha provato anche
Franco Battiato, talento versatile, con questo Perduto amor, esempio
lampante (in negativo) di come far cinema non sia poi così semplice. Un film
che non funziona, va detto in tutta franchezza: privo della necessaria
«anima», di una sceneggiatura coesa e di una storia interessante da narrare.

Battiato (sceneggiatore con il filosofo Manlio Sgalambro) racconta la
formazione di un bimbo e poi ragazzo, Ettore, nella Sicilia degli anni
Cinquanta e Sessanta, tra sarte di paese, riti antichi, chiacchiere di
piazza e mangiadischi appena scoperti. Racconta soprattutto quella Sicilia,
scegliendo la via della contaminazione: mette insieme la «nostalgia» per
quel mondo e gli assiomi da manuale di filosofia tascabile pronunciati al
tavolino di un bar, il bozzettismo e l’astratto raggelato, il didascalico
spinto, l’esoterismo e la tendenza all’onirico. Stesso «metodo» per le
musiche (Brahms e Dalida, Bach e Maurizio Arcieri), belle ma troppo
insistenti e «invasive» (si avverte spesso il bisogno del silenzio).

Non si capisce dove l’autore volesse andare a parare. Il risultato ottenuto
è confuso, cervellotico, freddo e pretenzioso, a tratti addirittura
irritante, e non ha proprio nulla di poetico. Infestato di luoghi comuni
come di accenni quasi ex cathedra ai massimi sistemi (già l’inizio, con la
«sentenza» della voce fuori campo, preoccupa.), il film non crea mai una
vera empatia con lo spettatore, complice certo una sceneggiatura che vuole
parlare un linguaggio più filosofico-spirituale che strettamente
cinematografico: più di una volta, in quest’oretta e mezzo scarsa, ci si
sorprende a guardare l’orologio. In sintesi, dunque: esordio deludente; una
maggiore «umiltà» nell’approccio al mezzo sarebbe stata assai gradita.

Lisa Oppici

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