
“Perduto Amor” non è solo il titolo di una bella canzone di Adamo che Franco
Battiato ha inserito nel suo CD “Fleurs III”, ma ora anche quello del suo
primo lungometraggio.
Basato in gran parte sui ricordi dell’artista, il film non è affatto
autobiografico come tiene a precisare lo stesso cantautore catanese, e l’
unica cosa che accomuna davvero l’autore e il suo personaggio, interpretato
dal giovane e promettente attore siciliano Corrado Fortuna (My name is
Tanino), sono i luoghi e “gli incontri”.
Idealmente diviso in tre parti, che corrispondono poi alle tre fasi forse
più significative della vita umana, il film descrive la formazione di un
giovane siciliano tra la metà degli anni 50 e dei 60, nel pieno del boom
economico e delle sue contraddizioni.
All’inizio del film viene citato il Festival di Sanremo del 1955 in una
scena in cui la bella e femminile Tiziana Lodato sfoglia in realtà una copia
del settimanale Sorrisi e Canzoni dell’anno successivo - e di errori del
genere ce ne sono parecchi -, in quegli anni il piccolo protagonista Ettore
ha nove anni, vive in un paese del catanese e segue i preziosi insegnamenti
di un anziano barone (Gabriele Ferzetti).
Superando le difficoltà legate ad una vicenda familiare tormentata e ad
una realtà arcaica e proprio per questo quasi magica, Ettore si ritrova,
nella seconda parte, ad avere vent’anni e molti progetti da realizzare.
Rispondendo ad un sano istinto di conservazione e miglioramento,
sviluppatosi in lui dopo la lettura di alcuni libri di Gurdieff e la
passione per l’esoterismo, questa davvero tutta legata a Battiato, Ettore
parte per Milano lasciando in un’unica, lapidaria e ambigua scena, una madre
ancor giovane e a lui totalmente devota interpretata da una vibrante e
passionale Donatella Finocchiaro (Angela).
Nella parte finale Ettore arriva nella fredda a confusionaria Milano,
tutta industria e neoavanguardia ricostruita accuratamente dallo scenografo
Francesco Frigerio e dalla costumista Gabiella Pescucci. Nella città
lombarda coltiva l’interesse per la musica e la letteratura e riesce a
pubblicare il suo primo romanzo.
Da notare i diversi camei di Morgan, Alberto Radius, Francesco De Gregori,
Mao, Moltheni (che interpreta “Prigioniero del Mondo” di Lucio Battisti) e
il leggendario Maurizio Arcieri chiamato a cantare “Cinque Minuti” come se
fosse ancora nei 60’s.
“Il protagonista condivide con gli altri caratteri (stereotipi di comodo)
l’incontro con lo straordinario. Così la lezione di cucito, di tantra,
l’esoterismo, la filosofia, il mio intento era quello di comporre questo
stato di veglia” - ha dichiarato il neo regista e sceneggiatore insieme al
filosofo Manlio Sgalambro, che è anche la voce narrante.
Battiato ci parla delle cose che gli interessano: i suoni, gli odori, i
sapori, la musica, la filosofia, gli studi esoterici, la religione e il
mistero.
Immerso in un’atmosfera di sonno-veglia, resa più dal racconto che non
dalle immagini poco innovative o sperimentali, a differenza della musica di
uno dei più geniali e coraggiosi artisti del nostro tempo, il film pecca
proprio là dove avrebbe dovuto primeggiare: nell’originalità.
Legato alla sua terra e desideroso di celebrarla, Battiato sceglie un
finale che dovrebbe esser filosofico, ma risulta fine a se stesso e lascia
irrisolti troppi stacchi visivo-narrativi importanti.
La recitazione si giova dell’intensa interpretazione di Donatella
Finocchiaro e la macchina da presa segue con interesse la sagoma e le
espressioni del promettente Fortuna, icona del meridione giovane e ancora
speranzoso.
La colonna sonora, riuscita mescolanza di generi e stili che vanno dall’
indimenticabile Dalidà al genio di Bach, si completa con brani di Battisti,
Giorgio Gaber, Herbert Pagani, Neil Sedaka uniti insieme “perché hanno
dentro talento, poesia, vibrazione”.
Nonostante alcuni aspetti positivi, il giudizio finale sul valore
puramente cinematografico di quest’opera prima non è troppo entusiasta,
anche se forti speranze e molta curiosità riveste il prossimo, presuntuoso
progetto di Battiato: un lungometraggio sugli ultimi giorni di Beethoven.

Carla








