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La catastrofe psicocosmica

Da Il Gazzettino del 2 Luglio

«La catastrofe psicocosmica…», comincia a declamare Manlio Sgalambro all’inizio del concerto che Franco Battiato ha tenuto l’altra sera all’Arena. Ci si guarda per aria aspettando tuoni e fulmini, e qualcuno fa scongiuri, ma per fortuna nulla di così disastroso appare imminente. Franco è uno strano tipo e lo si sa. Il suo connubio artistico-culturale con il filosofo Sgalambro ha prodotto grandi canzoni e inquietanti voli pindarici, citazioni wagneriane e dissacrazioni rock, riletture di canzonette usa e getta e un film su cui critici e pubblico si sono scontrati, più che fra loro piuttosto con la visione battiatesca del cinema.

Sono in diecimila nell’anfiteatro romano di piazza Bra per salutare il vulcanico musicista etneo nella sua nuova invenzione. E lui propina uno spettacolo ricco e povero al tempo stesso, decisamente virato in rock nonostante il consueto tappeto e l’abito scuro, nonostante il quartetto d’archi e la sezione di fiati che fanno da sfondo davanti allo schermo che proietta immagini, quadri, video, parti del film “PerdutoAmor” le cui prime sequenze fanno da introduzione allo show dopo l’esibizione di Nair, cantautrice rodigina dalla voce lirica a cui è toccato di esibirsi dal Papa e di firmare un contratto discografico con l’estero prima ancora che l’Italia si sia posta la questione della sua esistenza. «Il mio disco qui uscirà in autunno», annuncia con un sorriso.

Battiato ha disposto sull’immenso palco dell’Arena le sue sei piccole quinte nere, le poche luci ammesse, lo schermo, il tappeto, la band composta da Carlo Guaitoli al piano, Angelo Privitera alle tastiere e programmazioni, Chicco Gussoni alla chitarra, Lorenzo Poli basso, Marco Orsi batteria, Mary Montesano e Vera Quarteri ai cori, oltre al Nuovo Quartetto italiano e alla Gabriele Comeglio Band.

Ma la sua visione cosmologica della musica non si ferma alla fusione tra elementi classici ed elettrici, perchè i computer producono con dovizia cori, archi, sequenze preincise, parti vocali che, se fanno perdere completamente di vista il limite tra suonato e precotto con l’inquietante episodio del microfono di Franco che si spegne mentre la sua voce in controcanto continua a essere diffusa dall’amplificazione, definiscono alla perfezione il tipo di sonorità e di spettacolo che il musicista catanese vuole offrire al pubblico.

Racconta storie, anzi cronache, come in “Shakelton” sulle vicende drammatiche della conquista dei poli ghiacciati, o “Atlantide” il mito del continente scomparso, con immagini di suoi quadri sullo sfondo. Poi si concede le sonorità rock di “Strani giorni” e “Shock in my town” e perfino la citazione dalla PFM di “Impressioni di settembre”. È uno spettacolo molto tirato e veloce in cui Battiato gioca alla popstar, concedendosi esultanze e passi di danza. Dopo “Ossari di silenzio” le immagini virate in bianco e nero dell’ingresso del Gladiatore nel Colosseo accompagnano “Delenda Carthago” e poi ancoracanzoni come “È stato molto bello” e “Il mantello” portano a brani più popolari come “Caffè dela paix” e la sempre splendida “La cura”.

Sgalambro si concede il solito spazio personale leggendo in forma cantata i versi di “Me gustas tu” di Manu Chao e la sequenza di “consigli” di “Accetta il consiglio” in cui dice ai giovani di godere appieno della bellezza e della gioventù, di non pensare al futuro e di fare come Socrate, mangione e grande amatore, di scordare gli insulti a parte qualcuno, di leggere tutto, ma non seguire niente, e soprattutto di accettare l’ultimo consiglio: «Non accettate consigli».

Il filosofo ci propina anche la sua versione di “Non dimenticar le mie parile”, mentre Franco che scherza sul fatto, lui vegetariano, di aver appena inghiottito due moschini finiti nel suo bicchiere, è già pronto per la sequenza finale da “Incantesimo” a “Mesopotamia”, “Autò da fè” e la spirituale “E ti vengo a cercare” mescolando alcuni vecchi popolari successi in un medley, da “Bandiera bianca a “Sentimento nuevo” e “Gli uccelli”, chiudendo con “Prospettiva Nevskij” e “L’era del cinghiale bianco” annunciata in spagnolo.

La gente è in piedi, fa coro e applaude a scena aperta, e allora Franco torna e inanella un’altra lunga sequenza di bis, da “Voglio vederti danzare” a “Cuccuruccuccu” e “Centro di gravità permanente”, perché dopo aver spesso rifilato al suo pubblico quelle che lui stesso chiama “mattonate tremende” questa volta ha scelto di farlo divertire. I tempi cupi lo impongono.

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