
MILANO – Si dice che è bene “battere il ferro finché è caldo”. E invece no. Battiato e Sgalambro hanno deciso di aspettare che tutti, quelli del pubblico, fossero pronti e preparati per ascoltarli dal vivo.
Il loro cd, Ferro battuto, è infatti uscito il 13 aprile. E sabato 30 giugno partirà da Fano il tour italiano: 16 le tappe programmate un po’ ovunque, dal Piazzale Michelangelo di Firenze (2 luglio) all’Ippodromo delle Capannelle di Roma (3 luglio), da Piazza Affari a Milano (5 luglio) al Teatro di Verdura di Palermo (11 luglio), dall’area mercato di Caivano in provincia di Napoli (29 luglio) all’aeroporto di Pantelleria (8 agosto), dal Teatro Greco di Taormina (11 agosto) a Corso Vittorio Emanuele ad Avellino (16 agosto).
Sul palco ci saranno tanti amici e colleghi. Manlio Sgalambro con la sua voce, Carlo Guaitoli al pianoforte, Angelo Privitera alle tastiere, Lele Melotti alla batteria, Chicco Gussoni alla chitarra e Paolo Costa al basso. E, ovviamente, Franco Battiato con il suo elettropop, accompagnato (quasi in tutte le tappe) dall’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Boni.
Cercate di immaginarli: loro, circa 30 musicisti, sul palco, e poco distanti Battiato e Sgalambro, seduti e investiti da un fascio di luce bianca, netta e tagliente come le parole dell’album, non a caso ispirate a Bach: “Ma soprattutto la ricchezza virtuale sta più in alto di quella reale”.
Gli artisti prima di cantare si scaldano la voce con le scale musicali. E Sgalambro cosa farà, leggerà Nietzsche piuttosto che Plutarco o Schopenhauer?
Osserverò quello che ci sarà nei miei pressi e cercherò di cavarne un bottino di pensieri e riflessioni. Preferisco stare con me che con Plutarco o Schopenhauer. O meglio, stare con quello che ho dentro di me di Plutarco o Schopenhauer: quello che è già dentro, frullato a dovere dagli anni.
Nella canzone Personalità empirica si racconta di “quando non coincide più l’immagine che hai di te con quello che realmente sei”. Chi è oggi il filosofo Sgalambro “paroliere” di Battiato?
La musica mi ha introdotto in un mondo disperato, dove c’è la morte ma anche la ricerca di quel divertimento che Pascal odiava con tutte le sue forze. Tutto ciò è comprensibile, parlo di Pascal, alla luce del pensiero di allora e della visione cristiana. Per noi che non abbiamo visioni ma molte distrazioni operative, il divertimento musicale è un fatto etico. Chiunque ci diverta, allontanandoci dal “noi” di quel momento, può finire in un trattato di etica, incarnando l’unico bene possibile di oggi: in sostanza quello di farci divertire, di farci staccare dal nostro io peggiore o peggiorato dalla vita.
In copertina di Ferro battuto si allude visivamente al socialismo, mentre nel cd si dice che “il canto è potere”. Che tipo di potere ha la musica?
Vasco Rossi potrebbe far fare di tutto ai suoi spettatori affascinati. Dico Vasco perché ha un rapporto emozionale, fortissimo con il pubblico. Il canto è questo: redime, lega di più, fa trionfare passioni. Li vediamo tutti quei ragazzi brufolosi ai concerti sciogliersi nel volto e “toccare” il paradiso.
E come definirebbe Battiato?
Un direttore di coscienza. Parlo dell’ultimo Battiato: è un direttore dell’orecchio dell’uomo, uno che suggerisce con parole discrete. E ha un certo potere che usa bene.
Inglese, tedesco, francese, siciliano e italiano sono le lingue con le quali Sgalambro ama giocare e con le quali divertirà il pubblico. Semplice sfoggio o bisogno?
Una specie di imitazione della lingua pasticciata che oggi adoperiamo un po’ tutti. L’italiano non è più un fatto interno a un’unità linguistica. La lingua italiana è una lingua buttata, sparsa, interrotta da esclamazioni. Quando l’Europa sarà più unita, useremo più termini spagnoli o tedeschi. Dunque, la mia è una specie di previsione (fatta un po’ sul serio e un po’ no) di questa futura Babilonia.
Mescolando le lingue non correremo il pericolo di non capirci più?
Anche. Nelle canzoni di Battiato, però, c’è lucidità.
Per il booklet di Ferro battuto Battiato ha dipinto una finestra con le grate “di clausura”. La musica, però, è aperta, spalancata a Ciakovskij piuttosto che Hendrix o Reinhardt. Insomma a stare da soli, tra le proprie sbarre, ci si accorge, per dirla alla Hegel, che “tutto è legato tramite passaggi”?
Indubbiamente il tutto è legato. Ma tramite salti e iati. Non c’è più quella visione di quiete conclusiva hegeliana ottocentesca. Oggi abbiamo davanti i dirupi, i salti mortali, tante cose scollate. Insomma, non c’è più un grande spirito del mondo che tiene unite le cose.
E allora il fine dell’arte qual è, quello di “running against the grain”, cioè di andare contro gli schemi?
Di andare contro l’idea che tutte le cose siano unite da un’identità fondamentale. Questa identità va impressa alle cose, pur sapendo che è come il fango che, dopo una giornata di pioggia, si asciuga dalle scarpe e cade. In tre o quattro minuti la canzone stabilisce qualcosa che nasce e dopo pochi secondi si disperde. L’opera d’arte, così come oggi noi la concepiamo, non resiste al tempo. Tutto ciò non fa sì che l’uomo si disperi o che smetta di operare. Ma che continui a vivere con baldanza e, perché no, ad ardire con passo ben posato.
Finito il tour cosa farà Sgalambro, andrà in vacanza?
Devo finire un libro per Adelphi. Non anticipo nulla ma posso dire che conterrà la mia visione delle cose e del mondo di oggi, un mondo di disperazione. Una disperazione della quale l’uomo si è fatto una ragione. Perché, nonostante la disperazione, tutto è possibile, anche cantare.

Carla








