
Con un brano appassionato di Mikroutsikos, «Volpe d’amore»,
affascina le platee olimpiche… Sembra scritto per lei, per Milva. «Volpe d
‘amore, sì, ma non nel senso di astuta, io non sono una furba in amore,
semmai selvatica, che sfugge… perché non vuol essere presa, preferisce la
libertà». Nel senso di fulvo, come i suoi capelli… Qual è il segreto?
«Una diffusa marca di cosmetica tricologica».
Un po’ si schermisce, un po’ si guarda in un immaginario specchio:
domani compie 65 anni. Non una ruga né un gonfiore sospetto, labbra
prorompenti («a fine anni ‘70 mi son fatta sistemare la bocca da un
dentista, era la prima volta», previene), fisico asciutto, usa raramente gli
occhiali, muove quella cascata rossa senza dolori alla cervicale.
Natura, cultura o chirurgia per la sua forma invidiabile?
«Chirurgia no, ma non sono contraria se fa star meglio. Natura sì.
Benigna. Mia madre Noemi ha 93 anni ed è lucidissima. Cultura, come
coltivazione di se stessi? Tanta. E poi non bere, poche sigarette, dormire,
le solite cose».
Fisico a parte, lei ha una voce unica. Non l’ha mai odiata?
«Sì, perché a 7 anni già a Goro insistevano con mia madre di farmi
cantare, e lei minimizzava. E invece vinsi concorsi, venne Sanremo, mi
incollarono alle canzonette. Io però amo tutta la musica popolare, dal blues
al tango».
E proprio l’altro ieri, a Perugia, nell’ambito di Umbria Jazz ha
reso omaggio ad Astor Piazzolla…
«Dopo tanti debutti, in 45 anni di carriera, è stata una prima volta
importante».
Sanremo: 14 partecipazioni, mai una vittoria. Perché?
«C’era chi meritava i primi premi: Modugno. Ho vinto terzi e secondi
premi. Ad esempio nel ‘62 con “Tango italiano”: ero in coppia con Sergio
Bruni».
Sempre nuove imprese artistiche, ma gli italiani le han voluto bene
per «La filanda». Non ha rinunciato alla popolarità?
«La prima fu “Flamenco rock”… Se avessi fatto solo canzoncine mi
sarei stufata. E non mi ci vedo ora a riprendere “La filanda”. In 45 anni di
carriera però non ho rinunciato a nulla e ritrovo la popolarità ogni volta
sul palco».
Per anni è stata contrapposta a Mina. In tv siete apparse insieme a
«Milleluci». Che cosa vi diceste? E se vi incontraste oggi, che cosa vi
direste?
«Cantammo “Non arrenderti uomo”, cercai di parlarle, sembrava in un
altro mondo. Oggi le direi il dispiacere che ci ha dato nel sottrarci la sua
presenza, le chiederei perché si è fermata nella ricerca che la sua
vocalità, la più interessante del nostro tempo, le avrebbe permesso. E come
ha fatto a rinunciare alla gioia della scena».
Com’era la ragazza Milva? Che cosa le è rimasto di lei?
«Ero gracile. Conservo la curiosità e l’amore per il disegno. Creavo
vestiti che mia madre, sarta, realizzava, ma era severa, piena di domande
dentro, cui non sapeva rispondere, per mancanza di cultura, e trasmetteva la
sua ansia a me e Luciana, mia sorella. Ce la portiamo addosso ancora».
La psicanalisi dà spiegazione a questo…
«Lo so: faccio le cose perché mi approvino, mi è mancato il “brava”
di mia madre. Ma sono stufa. Voglio pensare a me. Con mia madre ho invertito
le parti: la vedo come una bambina e la amo. La sua morte mi renderà triste
non disperata».
Nei momenti di depressione, ha mai desiderato morire?
«Verso fine anni ‘90, si era spento un lungo amore, mi sentivo a
terra, ma non tentai il suicidio. Poi si reagisce, c’è chi ti aiuta. Sento
vicina mia figlia, tutta suo padre».
Capitolo uomini: amore e sesso. Lei ha più dato o ricevuto?
«Ricevuto. Ero bambina quando sposai Maurizio (Corgnati, il doppio
dell’età di lei, ndr ), marito-padre. La passione la conobbi dopo. Mi buttai
a capofitto. Sbagliai altre volte nell’illusione che l’amore di un uomo sia
così importante».
Quali sbagli non rifarebbe?
«Lasciare mio marito. Non rifarei la mia vita così. Si tratta però
di sbagli nel privato, nel lavoro sono contenta del mio successo».
Enfatica, altezzosa, avara. In quale difetto si riconosce?
«Nel primo, è fastidioso. Il secondo deriva dal mio fisico, ma avara
proprio no, sono generosa, anche con chi ha bisogno. Brecht diceva “non si
fanno migliori gli uomini con la carità, ma con la tua moneta quest’uomo
stanotte dormirà”».
Quando è sola la sera in un albergo lussuoso dopo gli applausi, è
felice?
«Sì. Sarebbe bello condividere, ma c’è la gioia di avercela fatta.
Grazie a incontri con uomini straordinari come Strehler che plasmò la mia
forza in scena (nessuna storia d’amore, non con me, ma lo sogno spesso). E
con lui scoprii Brecht».
Che cosa guarda in un uomo?
«La nuca, i polsi, il sorriso».
La canzone che ama/che odia di più delle sue?
«Molte non le ricordo, dunque non le odio. Amo molto “Ich habe keine
angst” di Vangelis e “Alexanderplatz” di Battiato».
La canzone che amerebbe cantare?
«”Margherita” di Cocciante, e “In a wonderful world” di Armstrong.
Mi piace Sting, degli italiani Fiorella Mannoia».
Le attrici che ama di più?
«Kidman. Monroe. Le italiane Mazzantini, Ferrari, Capua».
Gli attori?
«Marlon Brando. E Gian Maria Volonté».
Il film?
«Di Zinnemann, “Uomini”, con Brando, visto da bambina a Goro in
bianco e nero. Anche l’accoppiata Bellocchio/Castellitto».
Il libro?
«Tra i tanti, i tre di Elsa Morante».
Il colore?
«Il nero, ma scelgo il rosso Valentino: è forza, sensualità».
L’uomo politico?
«Berlinguer. Popolare e elegante. D’Alema ha fatto errori».
Il partito?
«Ora, l’Ulivo. Se si fa la coalizione bisogna sostenerla. Non tirar
fuori di nuovo i giocattoli: margherita, triciclo…».
Perché va così spesso in Israele?
«Sono di sinistra, ma non filopalestinese. So quel che hanno
sofferto gli ebrei. Israele è un Paese dove, anche se non si condividono le
scelte di Sharon, si può dirlo: c’è più libertà d’espressione lì che in
Italia. In tv sicuramente».
Claudia Provvedini
Fonte Corriere della sera

Carla








